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Cgil, Cisl, Uil e Confindustria contro il governo sul nuovo intervento sul lavoro. Calderone vs Durigon
La fuga in avanti del sottosegretario leghista non concordata con la ministra del Lavoro (che parla di intervento più complessivo). Così le nuove regole per l'equo compenso potrebbero unire la Triplice contro l'esecutivo
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8 APR 26

ANSA/ANGELO CARCONI
Il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon l’ha descritto come un intervento per un salario “giusto ed equo”, ottenuto anche grazie a uno “strappo”: togliere il monopolio della rappresentanza sindacale alle sigle più grosse, per assecondare sindacati “amici” quali l’Ugl. Ma in realtà, è quel che si vocifera proprio al ministero del Lavoro, quella dell’esponente del Carroccio viene derubricata come una “sortita personale”. Ché il pacchetto di norme a cui sta lavorando il governo in previsione del Primo maggio conterrebbe sicuramente dell’altro, non è questo il fulcro. E sarebbe nella fase della definizione, visto che ancora ieri si sono susseguite una serie di riunioni al ministero guidato da Marina Elvira Calderone.
Qual è la priorità del governo? Nel colloquio avuto dalla premier Meloni con la ministra Calderone la scorsa settimana è stato individuato un macro obiettivo, di per sé piuttosto generico: contrastare il “lavoro povero”, i “working poors”, chi ha un salario ma con condizioni contrattuali particolarmente svantaggiate. Anche per questo le attenzioni si sono concentrate sui contratti applicati ai rider, diventati un simbolo della mancanza di garanzie ed equa retribuzione. Una scelta, quella di intervenire in previsione del Primo maggio, dal valore simbolico, come accaduto già negli anni passati (quando il governo adottò tutta una serie di misure col fine di migliorare la sicurezza sul lavoro). Ma nelle intenzioni della presidente del Consiglio c’è anche la convinzione che senza un intervento sulla questione salariale sarà difficile presentarsi davanti agli italiani il prossimo anno. Soprattutto nelle regioni meridionali. Con il non secondario obiettivo di togliere argomenti all’opposizione (che in settimana torna alla carica con una nuova proposta sul salario minimo che sarà discussa in commissione Lavoro alla Camera).
L’intervento ipotizzato da Durigon è compatibile, in linea di massima, con la scrittura di un decreto sulla base della delega per occuparsi di salari fornita all’esecutivo dal Parlamento. Solo che quella delega scade il prossimo 18 aprile, due settimane prima del primo maggio. E anche all’interno della maggioranza viene presa in alta considerazione l’ipotesi che si possa far slittare il termine, più a ridosso della festa dei lavoratori. O forse addirittura dopo. Quello che frena la “fuga in avanti” dell’universo leghista è anche il tipo di reazione che potrebbe ingenerare, nelle sigle più rappresentative, un intervento che privilegi i “migliori minimi contrattuali”, a prescindere dalla rappresentatività. “Negli appalti si applica il contratto comparativamente più rappresentativo o quello equivalente. Il principio di equivalenza ci consente di sia di far fuori i contratti pirata che di salvare il libero mercato fatto di tante imprese e tanti sindacati”, ha spiegato Durigon a Repubblica. Aggiungendo pure di voler agire “nel totale rispetto della libertà sindacale, tutelata dall’articolo 39 della Costituzione. E questo non accade se diamo un monopolio nella contrattazione a Confindustria da una parte. E Cgil, Cisl e Uil dall’altra”. Solo che la principale associazione degli industriali e le sigle della Triplice hanno subito criticato l’ipotesi di intervenire in questo modo. A partire da un editoriale del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che sul Sole 24 ore ha chiesto di “evitare soluzioni semplicistiche” e di superare “la proliferazione di contratti non rappresentativi che introducono elementi di distorsione”. Un ulteriore segnale è la non partecipazione, da parte di Viale dell’Astronomia, al nuovo tavolo sul click day convocato per domani al ministero del Lavoro, dopo che lo stesso era accaduto con la convocazione al Ministero delle imprese e del Made in Italy del tavolo sulle Pmi, lo scorso 17 marzo. Le riunioni al ministero del Lavoro, insomma, proseguiranno tenendo conto di questi rilievi.
Sul Foglio avevamo raccontato dell’irritazione di Meloni per la scarsa mobilitazione di soggetti come Confindustria e la Cisl (ma anche Coldiretti) a favore del referendum sulla giustizia. Poi c’era stato l’incidente di Transizione 5.0, a cui s’è poi messa una pezza ripristinando le risorse destinate al credito d’imposta per le imprese. Ora, quindi, la questione salariale potrebbe aprire un nuovo fronte. Non solo con il mondo produttivo, ma anche con le sigle della Triplice che il governo sperava di dividere (e per un po’ c’era riuscita, distaccando la Uil di Bombardieri dalla Cgil di Landini). E che invece adesso stanno ritrovando, almeno su questo, una inedita convergenza.
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Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.