Assenze e rinvii: perché è l’Europa il punto più debole del governo

In attesa delle europee Meloni rimanda le decisioni su Pnrr, Mes e Patto di stabilità. Manca un vero tentativo di compromesso con le altre istituzioni internazionali
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21 NOV 23
Ultimo aggiornamento: 04:45 AM
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Ansa 

Il punto più debole del governo Meloni è il suo rapporto con l’Europa. Il bagaglio culturale della destra è tradizionalmente intriso di scetticismo verso l’integrazione europea e in più crede nell’assoluto primato della politica. In politica interna e in politica estera, al di là della facciata, non c’è un vero tentativo di compromesso con altre istituzioni o attori sociali, bensì una volontà di imporsi in virtù del consenso elettorale diretto tra leader e popolo. Il tutto è pubblicamente rivendicato come differenza dai governi precedenti che invece vivevano di compromessi, a iniziare dalla loro nascita parlamentare e non elettorale. Tutto quello che Meloni fa in Europa è determinato dal pensiero che magari lei, il suo partito, conteranno di più nella prossima Commissione europea piuttosto che in questa. O perché i suoi voti conteranno per la rielezione di Von der Leyen o perché comunque il suo successo elettorale a giugno la renderà più forte nei confronti degli altri capi di governo attuali. Il ragionamento è che Meloni ha una maggioranza solida e quindi presumibilmente durerà cinque anni mentre Macron e Sholz saranno indeboliti dai risultati elettorali; Sanchez con la sua azzardata alleanza coi separatisti catalani per fare il nuovo governo rischia di fare un brutto risultato alle elezioni europee. A Meloni conviene rimandare tutte le decisioni in Europa fino al prossimo Parlamento, fino alla prossima Commissione. (Nel frattempo si coltiva una improbabile alleanza coi paesi africani nel “piano Mattei”, improbabile finché vissuta quasi come alternativa alla partecipazione al cerchio stretto dell’Ue a trazione franco-tedesca.)
Per il prossimo anno non c’è problema, ma nel medio termine non tutti credono alle promesse della legge di Bilancio italiana. Che è stata costruita sulla base che il debito debba scendere seppur di poco nei prossimi anni, ma per ottenere questo risultato si sono messi dei numeri sul saldo primario spesa-entrate implausibili (un surplus primario dell’1,9 per cento vuol dire molte più tasse e tagli di spesa di cui non si vede traccia, e per quanto potremo sostenerlo?). Anche i numeri della crescita sono abbastanza implausibili (quando mai recentemente abbiamo visto una crescita reale all’1 per cento?) a meno che non ci si appoggi agli effetti benefici del Pnrr. Ma anche qui il governo non sta affatto tranquillizzando né i partner europei né i mercati. La revisione del Pnrr ha preso un anno intero, non è ancora approvata e nel frattempo ha rallentato l’esecuzione delle opere. Ma soprattutto non è basata su quali opere creano più crescita di altre ma anche questa è frutto di una pura strategia politica: dove sono più forte spendo (il Mit di Salvini), ai più deboli taglio (i comuni).