Il caso

Di Maio spera che il Qatar gate possa spingerlo come inviato Ue nel golfo

Simone Canettieri

L'inchiesta sulle mazzette a Bruxelles potrebbe aiutare l'ex grillino. Che confida sulla posizione non ostile della premier Meloni

Tace, ma spera. Anzi Luigi Di Maio crede che l’inchiesta  che ha squassato la Ue possa tirargli la volata per diventare inviato speciale nel Golfo. L’avversario principale che lo divide dalla nomina è stato toccato (anche se non è indagato) dal Qatar gate. E’ il greco Dimitris Avramopoulos  e sedeva nel board della Fight Impunity, l’ong  dell’ex parlamentare europeo del Pd Antonio Panzeri,  arrestato per tangenti.

L’ex commissario per l’Immigrazione si è dovuto dimettere dal cda. Era il nome su cui puntava il Ppe, e dunque anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Di Maio dice di avere dalla sua parte la non ostilità  di Giorgia Meloni con tanto di messaggi della premier che lo certificherebbero.   

“Non possiamo fare campagna elettorale per te, ma non ci opporremo alla tua nomina”, sarebbe stata la rassicurazione di Meloni a Di Maio, appena l’ha informata, lo scorso ottobre, di voler partecipare alla selezione.  L’ex capo dei grillini al termine delle selezioni – in inglese – è  risultato primo nel panel tecnico. In più occasioni l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell, si è speso in parole d’elogio per l’ex ministro degli Esteri. Che soprattutto durante il governo Draghi è andato una decina di volte nel Golfo: per l’Expo di Dubai, ma anche per le questioni energetiche, senza dimenticare il Qatar. Di Maio in queste settimane ha tessuto rapporti con gli ambasciatori del G7 a Roma, ma anche con gli ex omologhi, soprattutto del governo francese e tedesco. Almeno questo è il racconto che si fa dalle sue parti. Fino all’altro giorno era preoccupato dalla competizione di Avramopoulos, arrivato terzo nella selezione, ma sostenuto dietro le quinte da Tajani  grande conoscitore dei palazzi di Bruxelles e big del Ppe. 


Ora questa concorrenza non c’è più e Di Maio sembra vedere l’obiettivo davvero vicino. La decisione finale arriverà i primi di gennaio. Anche se bisogna dar conto di una lettura, non corroborata da fonti vicine a Borrell, secondo la quale  l’inchiesta sul Qatar potrebbe danneggiarlo in quanto italiano, il paese da cui nasce lo scandalo sulle mazzette nel Golfo. Dalle parti dell’ex grillino scuotono la testa davanti a questa ricostruzione. E anzi raccontano di “un Luigi molto carico per una sfida del genere” con in testa uno staff di qualità per immergersi nei dossier negli Emirati, tra sicurezza ed energia. L’ultimo ostacolo è rappresentato dall’ex inviato dell’Onu in Libia Jan Kubis, secondo in classifica. L’ultima parola a Borrell. (s.can.) 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia. Ha vinto anche il premio Guidarello 2023 per il giornalismo d'autore.