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l'ipotesi urne

Le elezioni non sarebbero né un dramma né un melodramma

Giuliano Ferrara

Speriamo che Draghi ci metta una pezza, ma alla commedia stavolta non seguirebbe una tragedia. Il futuro governo di nessuno e la chiamata alla responsabilità degli elettori 

Anche fosse, le elezioni politiche non sono più un dramma né un melodramma. Per Draghi, non ne parliamo nemmeno: preservare la sua esperienza voleva dire eleggerlo al Quirinale, cosa che gli esagitati non hanno voluto o potuto fare (gli esagitati possono sempre poco). Draghi, che non ha cuore per sua stessa ammissione, sa però di essere indispensabile solo a sé stesso, nel senso che un posto nella nostra storia politica e istituzionale ce l’ha, assicurato e solido, quanto a un lavoro non avrà problemi, oggi ha la ventura di essere l’uomo più stimato del mondo.

 

Per il sistema politico travolto dalla solita offensiva nullista preelettorale, le cose non sono più buie e intrattabili come una volta, nonostante tutto. Nel 2018, 4 marzo, si produsse un assalto alla baionetta alla democrazia italiana e all’Europa. Sembrava e in parte era una burla tragica, ma l’arma è stata disinnescata, e oggi un governo populista del contratto fondato sulle grottesche ambizioni di leader vocali e laterali, rivoluzionari da balcone e da canotta che nemmeno a Caracas, non sarebbe nemmeno immaginabile. Di Maio non andrà più in gita con Dibba a Bruxelles col proposito di distruggere Palazzo Berlaymont; niente rendez-vous con i gilet gialli; difficile che i successori di Cartabia e Lamorgese, comunque vada il voto, ripetano le gesta antigiuridiche di Fofò e le gradassate contro le zecche tedesche del Truce; Berlusconi, popolari, e Meloni, madre cristiana donna e affiliata della Nato, non saranno lasciati a casa per un’ammucchiata di mattoidi alla ricerca dei pieni poteri, stavolta è impossibile tutta quella disinvoltura, e per quanto non sia un panorama rassicurante, tutt’altro, un’eventuale vittoria del centrodestra, bè, sarebbe un’altra storia, lo capisce anche un bambino.

 

Poi non è sicuro che il centrodestra la spunti, più probabile non la spunti nessuno, e che alla fine la lezione di questa legislatura, trascorsa nel lodevole tentativo, tra le emergenze, di nascondere la popò dell’esperimento populista, con alterni successi, conduca a nuovi esperimenti più o meno trasformisti, cioè regolarmente parlamentari, a meno che gli elettori facciano per una volta la sorpresa di comportarsi con un minimo di serietà. Israele qualche problema di sicurezza lo ha, eppure non fa che votare inconclusivamente. Gli spagnoli pure. Le democrazie parlamentari hanno questa abitudine, recarsi alle urne a data prefissata o con anticipo più o meno largo, e non si sa bene chi vincerà e come, le vittorie dimezzate (Francia) sono all’ordine del giorno. I sistemi alla fine reggono, perché non hanno vere alternative. Perfino quel filibustiere di Trump è in bilico tra velleità di rivincita e rischio Norimberga. Perdere il laconismo e la compostezza indistruttibili di Mario Draghi, uno che ha l’aria di sapere di che cosa parla, sarebbe una beffa, soprattutto in queste brutte circostanze, e speriamo che ci si metta una pezza anche solo per un altro annetto o giù di lì, ma alla commedia non seguirebbe stavolta una mezza tragedia, si spera. 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.