Il racconto

Il campo magro Pd-M5s. Conte: "In sofferenza perché stiamo nel governo Draghi"

Simone Canettieri

Viaggio nelle sedi di M5s e Pd. I grillini crollano ovunque, l'ex premier: "Risorgeremo, ma non staccheremo la spina". Letta da Parigi evita di infierire sugli alleati: "Superata la linea del Po"

“Non dateci per morti, risorgeremo”. Il suo sguardo non ricorda il crollo di una diga, ma poco ci manca. Giuseppe Conte è abbastanza provato: ciuffo scosso come un cavallo del Palio, camicia bianca con i polsini sbottonati. Sono le 19. Gli tocca andare in conferenza stampa per commentare la scomparsa, o quasi del M5s. “Un risultato deludente. Anzi, cancellate: diciamo poco soddisfacente”. L’ex premier dice che ora cambierà tutto nel partito, con i rappresentanti territoriali, e che sotto a questo buco nero  “c’è  la   sofferenza degli italiani per la nostra presenza nel    governo Draghi”. Tuttavia, assicura, che non farà scherzi: “Non staccheremo la spina”. Sogna il proporzionale, però. In via di Campo Marzio, sede del M5s, le facce sono lunghe.

“Ci conviene tirare giù la saracinesca”, scherzano dallo staff dell’ex premier. Intanto al Nazareno, palazzone del Pd, sorrisini sparsi. Enrico Letta non c’è: si trova a Parigi.  
Da un sopralluogo in casa dem, salta agli occhi la differenza di clima rispetto all’aria da seduta collettiva di psicoanalisi respirata nelle eleganti stanze contiane, tende damascate e parquet color miele. “Sembra di stare in uno studio medico”, dice il senatore Gianluca Perilli.

E’ uno dei pochi parlamentari – in tutto sono dodici, nessuno con ruoli di governo, il più alto in grado è Riccardo Ricciardi, vicepresidente – presenti alla veglia grillina. “Hai visto nella Genova di Grillo che botto?”.
“Enrico si trova a Parigi: ha un incontro alla Scuola di affari internazionali per chiedere agli intellettuali europei di sposare la sua proposta per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue”, rispondono invece dallo staff del leader dem. L’ufficio lettiano è al terzo piano – numero 54 – è chiuso a chiave. Al secondo spiccano le foto di tutti i segretari Pd: da Veltoni a Zingaretti, con intermezzi gioiosi ulivisti e lo scatto di gruppo del 41 per cento alle Europee nel 2014. Ecco nessuno qui vuole parlare del M5s, l’anima fragile del campo largo che, almeno alle amministrative, è saltato con un tappo di lambrusco. Francesco Boccia, Peppe Provenzano, le capigruppo Simona Malpezzi e Debora Serracchiani. Tocca a loro scendere in conferenza stampa per schivare la raffica di domande sui grillini impalpabili, aggrappandosi a Padova, Lodi, Parma, Verona. “Abbiamo superato il Po”.

Successi al primo turno e ballottaggi tutti da giocare. “A Taranto come siano andati?”. Ecco i vertici del M5s a un certo punto del pomeriggio si informavano sulla città pugliese, già Eldorado grillino. Risposta: “Siamo al 4 e qualcosa”. Delusione. Conte si era speso molto per la città dell’acciaio, già capitale della Puglia felix pentastellata nonché casa del suo fidato braccio destro Mario Turco. “Allora, aspettiamo Palermo prima di parlare”, si davano forza nel pomeriggio sempre nella sede del M5s. Ma anche qui davanti alla scoperta di percentuali abbastanza misere, sotto le due cifre, i volti diventano scuri. Conte puntava sul capoluogo siciliano.  Era pronto a trasferirsi qui da domani per tirare la volata a Francesco Miceli al ballottaggio. E’ finita malissimo. “Valuteremo se fare ricorso: Palermo è un’emergenza nazionale, ho incontrato persone in forte difficoltà, c’è un problema nei quartieri popolari con la mafia”, spiegherà Conte in un colloquio con un po’ di cronisti. Il capo del M5s, così battagliero sul no alle armi all’Ucraina e sul salario minimo, le prova tutte. Ma è un lunedì di “quelli che potrebbero andare meglio”.

Luigi Di Maio si trova in missione in Etiopia e sta in silenzio tattico. Intorno all’ex premier ci sono i parlamentari del nuovo corso: dalla lanciatissima Vittoria Baldino a Francesco Silvestri, anima romana, corrente Taverna del M5s. “Meglio se parliamo della Roma e del calciomercato”, scherza il deputato, con maglietta militare tipo Zelensky. A mezzo chilometro da qui, ci sono gli sguardi furbi dei dirigenti Pd. Non vogliono infierire sugli alleati, un pezzo di Base riformista ha già tirato fuori l’opzione Calenda. Letta predica calma. Conte capisce che il M5s ha un problema di appeal che il voto d’opinione, quello su di sé, “in una competizione piena di liste civiche non è riuscito a emergere”. Torna sempre la storia del partito personale dell’ex premier, tormentone che torna buono in vista della decisione del tribunale di Napoli sullo statuto del M5s. “Non sono preoccupato, non ci aspettiamo sorprese. Ma l’azione di un partito non può essere decisa dai tribunali”. Ha ragione, Conte ma se va male ha un piano B? Giura di no. Ma tira fuori il sorriso dei giorni belli nei consessi europei con Merkel. Il problema è del Pd: che fare con l’alleato? Serve una seduta spiritica per resuscitarlo? “Renzi è evanescente, Calenda ci ha provato: non vedo alternative a noi nel campo progressista”, ripete l’ex premier prima di concedersi alla più evitabile delle conferenze stampa.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.