L'inchiesta

Dmitry Stolyarov e i suoi fratelli: sulle tracce delle 30 spie russe espulse dall'Italia

Simone Canettieri

Sotto copertura diplomatica c'era anche un tenente dell'Aeronautica da anni in Italia. Depistaggi, incontri in periferia, relazioni con politica e imprese: ecco la tela romana degli 007 venuti da Mosca

Con le famiglie, mogli e figli, la sera frequentavano i locali del centro: pizza, sushi, drink. Per lavoro, di notte, cercavano di far perdere le loro tracce nella tentacolare e anonima periferia romana. Sulla Prenestina, come a Tomba di Nerone. Spingendosi anche più lontano. Fino alla provincia, e oltre, in giro per il Lazio. Conoscevano la capitale, sapevano di essere pedinati. Da anni avevano ottenuto il passaporto diplomatico (e la conseguente immunità) in qualità di consiglieri, addetti militari, primi e secondi segretari, vicerappresentanti commerciali o semplici addetti dell’ambasciata.

 

In realtà, i trenta diplomatici espulsi dal governo italiano lo scorso 5 aprile erano, come si sa, spie russe.  La maggior parte di loro, venti, proveniva dai servizi segreti esteri (Svr). I restanti erano divisi fra le tigri del Gru, l’intelligence militare, e l’Fsb, gli 007 del Cremlino, eredi del Kgb putiniano. Per conto di Mosca cercavano informazioni segrete su tre ambiti: commerciale, militare e politico. Attività ritenute “ostili” dai nostri apparati di controspionaggio, braccio operativo dell’Aisi, l’agenzia guidata da Mario Parente.

 

Secondo quanto risulta al Foglio, a capo della lista delle trenta spie sotto copertura un ruolo centrale per gerarchia era ricoperto dal tenente colonnello dell’Aeronautica Dmitry Stolyarov, passaporto diplomatico di lunga data, accredito sempre rinnovato dalla Farnesina ogni due anni. Il militare frequentava l’Italia da oltre dieci anni. Ne parla con toni elogiativi già nel 2009 la rivista l’Alpino, a proposito della commemorazione della battaglia di Nikolaevka. 

 

Quando lo scorso 5 aprile, a un mese e dieci giorni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il governo Draghi decide di espellere i trenta diplomatici russi compie una scelta politica. In scia con gli altri paesi europei. Quel giorno il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si trova in missione a Bruxelles. La lista con i nomi dei cittadini russi non graditi viene consegnata dal segretario generale della Farnesina Ettore Sequi all’ambasciatore russo Sergey Razov. E’ un martedì. Le spie avranno otto giorni per lasciare l’Italia. Pena: la perdita del passaporto e dell’immunità. Ma quali tracce hanno lasciato gli 007 venuti dall’est?  

 

I finti addetti abitavano tutti, o quasi, sull’Aurelia antica. In un complesso residenziale, attaccato a Villa Abamelek, dal ‘91 residenza degli ambasciatori russi a Roma.

 
Per non pensare di essere finiti in un film di James Bond, occorre tornare in un parcheggio della morettiana Spinaceto, periferia sud della capitale. Qui i carabinieri del Ros arrestano il 30 marzo 2021 Walter Biot. Il capitano di fregata viene pizzicato mentre sta intascando 5 mila euro, nascosti in una confezione di aspirine. E’ pronto a scambiare una serie di “documenti classificati”.

 

Sono 181 file contenuti in una pen drive: informazioni sulla Nato e la Difesa. Le spie russe che vengono fermate – e che saranno espulse dal ministero degli Esteri – hanno nomi che non dicono nulla. Si chiamano Aleksej Nemudrov e Dmitrij Ostroukhov. Tuttavia si trovano qui con la copertura di addetto navale e aeronautico e impiegato. Profili identici alla gran parte dei trenta “diplomatici” cacciati dall’Italia un mese e cinque giorni fa. I nostri servizi su di loro hanno una lunga teoria di foto, video, intercettazioni ambientali e audio. Secondo l’attività svolta dall’Aisi erano andati oltre il lavoro di relazioni per il quale si trovavano in Italia. La scelta di organizzare incontri “in posti anonimi raggiunti con mille depistaggi e in maniera rocambolesca” ne è la riprova. Non risulterebbero italiani indagati. 

 

Il modo di operare che accomuna la lista dei trenta era sempre lo stesso: rivolgersi al Biot di turno. Nelle aziende pubbliche, ma anche nella politica. Dunque figure intermedie, vicine ai vertici decisionali. In grado di fornire, anzi anticipare informazioni sensibili di grande interesse per Mosca.  L’Italia nel 2018 elesse un Parlamento filorusso, visti gli exploit di M5s e Lega. Nelle carte degli 007 italiani si dà molta importanza alle relazioni degli agenti dell’Svr con le associazioni di imprese che negli anni hanno stretto rapporti commerciali e di fratellanza con la Russia. Un fenomeno che la prima Lega di Matteo Salvini, specie al nord, ha conosciuto molto bene. Nell’oceano di documenti raccolti dall’intelligence italiana ci sono foto e video di manager, anche pubblici. Non mancano i politici, dunque i parlamentari.

 

Anche se per infiltrare l’Italia a volte si è tentato di ricorso anche a figure spurie, come gli addetti alla comunicazione dei partiti. Auto, donne, uomini, vacanze, posti di lavoro per parenti e amici, e ovviamente soldi: i trenta “diplomatici” espulsi erano in grado di mettere sul piatto questa merce per raggiungere i loro obiettivi. Anche se non si ha conoscenza di notizie di reato. Il corpo diplomatico russo in Italia è composto da circa duecentocinquanta persone. Le spie russe, sulla carta, potrebbero essere rimpiazzate da altrettanti colleghi pronti ad arrivare in Italia sempre con il passaporto diplomatico. La Farnesina non ha disposto sanzioni sugli accreditamenti. Nuovi Dmitry Stolyarov potrebbero tornare? Dai nostri servizi rispondono così: “Siamo pronti”.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.