Vaccinati e infuriati

È ora di usare l'arma dei diritti e dei doveri per combattere la pandemia dei non vaccinati

Claudio Cerasa

Dallo stato ai privati. Il green pass non basta. Super Mattarella contro le sciocchezze del modello Cacciari

Diceva il filosofo Karl Popper, nel suo famoso paradosso sulla tolleranza, che l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza a volte è condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta. Il paradosso sulla tolleranza, si sa, va maneggiato sempre con cura, perché i confini di un’intolleranza legittima e di una intolleranza non legittima tendono spesso a sfumare in modo inesorabile. Ma arrivati a questo punto della pandemia è difficile non registrare un fenomeno inquadrato bene ieri dal New York Times, che in un bellissimo articolo firmato da Roni Caryn Rabin ha notato che, insieme con l’aumento dei contagiati in America, si sta andando a diffondere un altro contagio da non trascurare: la rabbia dei vaccinati.

  

Il presidente americano Joe Biden, giorni fa, aveva già afferrato il tema e aveva posto al centro del dibattito pubblico la trasformazione della pandemia in una pandemia dei non vaccinati. Il New York Times, però, fa un passo ulteriore e dà voce a un pezzo di paese non esattamente minoritario frustrato dalla prospettiva di dover fare i conti nei prossimi mesi con alcune restrizioni di libertà che si sarebbero potute evitare se tutti avessero scelto di imbracciare l’unica nostra arma a disposizione contro la pandemia: i vaccini.

 

E così, in America così come in Europa e ovviamente in Italia, i vaccinati sono lì a sbattere la testa contro il muro, immaginando che nei prossimi mesi, a causa di una nuova ondata di contagi difficile da schivare e che si sarebbe potuta contenere meglio in presenza di un numero di vaccinati superiore a quello attuale, potrebbero tornare le mascherine all’aperto, potrebbero tornare le restrizioni per i ristoranti, potrebbero tornare regole più rigide per i luoghi al chiuso e potrebbero tornare a esserci problemi non di poco conto per la scuola in presenza.

 

“D’accordo: stiamo rispettando i diritti e le libertà dei non vaccinati Ma cosa sta succedendo ai diritti e alle libertà dei vaccinati?”, si chiede come sempre una professoressa intervistata dal Nyt. In Italia e in Francia, a differenza degli Stati Uniti, si è scelto di tutelare i diritti dei vaccinati introducendo, come sappiamo, forme più o meno rigide di green pass. E lo si è fatto guidati da un principio chiaro e lineare: se sei guarito o sei vaccinato o sei tamponato puoi fare tutto, in caso contrario, spiace per Massimo Cacciari, puoi fare meno.

    

Il green pass è certamente uno strumento necessario per permettere ai vaccinati di tornare alla normalità con una velocità di crociera diversa dai non vaccinati (Sergio Abrignani, professore ordinario di Immunologia all’Università Statale di Milano e membro del Cts, dice che tra i vaccinati e i non vaccinati, quando c’è una pandemia di mezzo, c’è più o meno la stessa differenza che vi è tra chi paga le tasse e chi le evade, e non ha tutti i torti) e ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato esemplare nel ricordare che “senza attenzione e senso di responsabilità rischiamo una nuova paralisi della vita sociale ed economica; nuove, diffuse chiusure; ulteriori, pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese”.

 

Ma più si va avanti con il tempo e più si capirà che per combattere la pandemia dei non vaccinati sarà necessario far leva anche sui doveri oltre che sui diritti. Doveri che possono anche non contemplare l’obbligo di vaccinazione (che coinciderebbe con un trattamento sanitario obbligatorio verso persone capaci di intendere e di volere) ma che non possono non contemplare altri paletti che tanto lo stato quanto i privati avrebbero il dovere di fissare sul terreno di gioco per provare ad aiutare i propri paesi a governare la pandemia dei non vaccinati.

 

I paletti dei privati sono presto detti e coincidono con la possibilità che alcuni datori di lavoro possano richiedere ai propri dipendenti di essere vaccinati per svolgere le mansioni (martedì scorso il Washington Post ha comunicato che da settembre i suoi dipendenti per lavorare dovranno dimostrare di essere vaccinati: se non fossimo già tutti vaccinati, sarebbe un’idea da esplorare anche al Foglio). I paletti dello stato coincidono invece con la possibilità da parte della Pubblica amministrazione di considerare l’essere vaccinati non solo come un’opzione ma come un dovere per chi è a contatto con il pubblico.

 

L’Italia, meritoriamente, è stato uno dei primi paesi in Europa a prevedere l’obbligo di vaccinazione per gli operatori sanitari e oggi sta ragionando se estendere quest’obbligo anche al personale scolastico (lunedì scorso, a New York, anche il sindaco Bill de Blasio ha ordinato a tutti i lavoratori comunali di vaccinarsi prima che la scuola riapra). Il ministro Renato Brunetta, a quanto risulta al Foglio, ha tutta l’intenzione di rendere di fatto obbligatorio il vaccino per i dipendenti pubblici, prima riducendo fino quasi ad azzerarlo lo smart working per i dipendenti della Pa e poi in una seconda fase introducendo l’obbligo conseguente per poter lavorare.

 

E d’altro canto sarebbe interessante, per tornare sul fronte dei diritti, se il governo italiano, una volta esaurita la pratica del green pass, scegliesse di seguire anche su questa strada il governo francese, che due giorni fa ha annunciato, a proposito della riapertura delle scuole, che alle medie e alle superiori, in caso di contagio, solo gli alunni non immunizzati dovranno seguire le lezioni da casa, mentre tutti gli altri potranno essere in classe. E lo stesso principio, come giustamente ha detto al Foglio l’immunologa Antonella Viola, dovrebbe valere anche per i vaccinati, che dovrebbero forse essere esentati dal fare quarantene nel caso di contatti stretti con contagiati (martedì scorso il governo inglese ha pubblicato un elenco di ventiquattro settori in cui i lavoratori completamente vaccinati possono essere esentati dall’isolamento in caso di contatto stretto con un contagiato: che aspettiamo a farlo anche in Italia?).

 

L’idea può non piacere a Massimo Cacciari e a Giorgio Agamben (li preferiamo quando filosofeggiano sulla politica, dove dire sciocchezze produce tutto sommato danni limitati) ma nella fase in cui ci troviamo oggi l’unico modo concreto che ha lo stato per rafforzare il suo asse con i cittadini vaccinati è quello di scommettere su un nuovo speciale whatever it takes: fare tutto ciò che è necessario per far vaccinare più persone possibili e usare l’arma dei diritti e dei doveri per combattere la pandemia dei non vaccinati.+

  

“Il vaccino – ha detto ieri sempre Mattarella – non ci rende invulnerabili ma riduce grandemente la possibilità di contrarre il virus, la sua circolazione e la sua pericolosità. Per queste ragioni la vaccinazione è un dovere morale e civico”. A volte, l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza è condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta. E questa volta, come ha capito perfettamente il capo dello stato, è proprio una di quelle volte lì.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.