Come tutelare senza demagogia la libertà di voto dei parlamentari
Lagne sui voltagabbana, fuffa dei costruttori, inutili partiti del premier. Governare sì, ma senza il pantano delle scemenze
di
16 JAN 21

(foto LaPresse)
Che cosa fa di mestiere il presidente degli Stati Uniti, quando è compos sui, segue la Costituzione e non carnevaleggia alla venezuelana come nel caso di Trump? Prende decisioni e cerca di andare oltre il consenso del suo partito e della sua coalizione parlamentare, sia alla Camera dei rappresentanti sia al Senato, allo scopo di realizzarle. Che cosa fa di mestiere il primo ministro di Sua Maestà a Londra, anche quando non gode di una maggioranza di decine e decine di deputati a Westminster come nel caso di Boris Johnson? Cerca deputati socialisti, nazionalisti scozzesi e altri, stando attento a non perdere i suoi conservatori, per sostenere l’azione e la continuità del governo e fare le cose in cui si impegna. Le democrazie classiche non prevedono figure come i “responsabili”, titolo denigratorio conferito a chi vota la fiducia all’esecutivo, e nemmeno i “costruttori”, titolo incensatorio dei presunti salvatori della Repubblica di fronte al rischio di maggioranze pericolanti. Trattasi di mestiere, di procedure parlamentari correttissime, e se poi si voglia fare processi moralistici agli eletti del popolo, si faccia pure, ma si è nel pantano delle scemenze.
Il voltagabbanismo è una malattia infantile spesso contratta da gente che ha l’animus del voltagabbana e, avendo paura di sé stessa, ringhia contro le proprie tentazioni e pratiche. Il voltagabbana è l’opportunista per interesse, che cambia opinione e comportamento per farsi i fatti suoi. Quando invece un elettore o un eletto cross the line, come si dice in luoghi meno bordellosi e confusi dei nostri transatlantici, si parla di maturità di una democrazia, e si analizza il loro comportamento con intelligenza politica o sociologica. D’altra parte, quando i grillini erano una ghenga sbandata in preda alla demagogia, predicavano il vincolo di mandato, cioè la violazione di un principio costituzionale decisivo, la libertà di voto dei parlamentari.
E quando il nostro amato Cav. voleva scherzare, da impresario parlamentare che non ha tempo da perdere, se ne usciva con la stupenda richiesta pop di far votare soltanto i capigruppo, pollice su e pollice giù, a nome del numero di parlamentari dei loro raggruppamenti. I nemici di Conte fanno malissimo dunque a tirare in ballo Scilipoti e Razzi, due voltagabbana fra tanti, e fra quelli davvero pittoreschi, ma non rappresentativi del fenomeno delle maggioranze che cambiano, fenomeno molto più esteso e politicamente connotato come dimostrano i molti governi e le molte politiche che si sono retti su voti marginali non prevedibili al momento delle elezioni; e Conte fa malissimo a parlare di un partito dei “costruttori”, anche solo per raggiungere il quorum dei 161 senatori occorrenti, perché il termine è scipito e retorico, e perché il presidente del Consiglio che si fa un partito in base a occasionali indici di popolarità è uno che non ha capito di che cosa parla, come dimostrarono i casi di Lamberto Dini e di Mario Monti, che a loro modo furono due notevoli uomini di governo e due pessimi leader di liste e partiti elettorali. Con calma e senza ardori polemici, questo è il momento in cui, dopo che Renzi ha spiegato a modo suo le sue legittime critiche al Bisconte e si è tirato mezzo da parte bullizzando il suo riformismo, i suoi ex alleati e partner devono con puntiglio e senso politico rivendicare il diritto a continuare il lavoro e a fare cose di rilievo storico per il paese, investimenti mai visti, misure mai viste, in un quadro di crisi grave e pandemia, senza bullizzarsi a loro volta. Non serve altro. Né le solite querule lamentazioni contro i voltagabbana né l’appello ai costruttori e la prospettazione di improbabili avventure personali.
Di più su questi argomenti:
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.