Carfagna, Calenda, Renzi, Toti e le acrobazie del semicentro

Cene segrete, abboccamenti, liti sommesse, veline. E la certezza di essere condannati a unirsi o alla sinistra o alla destra
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9 OCT 20
Ultimo aggiornamento: 07:00 AM
Immagine di Carfagna, Calenda, Renzi, Toti e le acrobazie del semicentro
Carlo incontra Mara che incontra Giovanni che Renzi pensa di mettere insieme. E sembra la fiera dell’est di Angelo Branduardi questa ricerca del centro da parte di Calenda, Carfagna, Toti e Renzi, che insieme al gruppo europeista di Bonino si osservano, si parlano, si annusano e poi si ficcano i gomiti nei fianchi. Insieme compongono una struttura ad anello, come quella della canzone. Fanno tutti un mezzo giro, poi però si fermano e ritornano al punto di partenza. Un semicerchio, anzi un semicentro. Così Carfagna non lascia Forza Italia, Toti non rinuncia al rapporto con Salvini, Calenda pensa di candidarsi a Roma magari con l’appoggio del Pd e Renzi sorride quando i compagni democratici come Bonaccini lo invitano a tornare nel partito.
Da tempo sociologi, filosofi, politologi e scienziati sostengono che nel mondo moderno non c’è più un centro: niente più centralità operaia, niente più centralità imprenditoriale, niente più democrazia cristiana. Persino Pier Ferdinando Casini si è accorto che il centro non serve a niente. E infatti l’ultima volta, lui che è sempre il più intelligente, si è candidato da indipendente del Pd a Bologna. Così oggi, grazie a questa scelta, siede in Parlamento. Per la decima legislatura consecutiva. Anche Luigi Di Maio, a cui non sarebbe dispiaciuto essere il leader di una forza del 10 per cento – c’è chi la chiama Udeur come Alessandro Di Battista e chi Ncd come Max Bugani, ma comunque ago della bilancia – si è poi reso conto che il sistema non è ombelicale ma bipolare. Gli è bastato guardare le elezioni regionali e le ultime comunali, per capirlo. Ballottaggi e doppio turno spingono a guardare a destra o a sinistra, che sono gli arti in movimento della Repubblica, le gambe e le braccia della democrazia rappresentativa.
Così alla fine pure Luigi (“sei il nuovo Andreotti”, lo blandì Gianni Letta) è stato costretto, come Casini prima di lui, a rinfoderare il suo sogno. Insomma Di Maio ha rinunciato alla precocità di quella gobba andreottiana che per l’appunto non stava né a sinistra né a destra ma al centro della schiena. La politica contemporanea, come il corpo umano del resto, va avanti con gli estremi, i piedi per scappare e la testa per pensare. E il centro, che la scienza anatomica consegna alla lenta funzione gastrica della pancia, in politica si rivela un luogo geometrico per disegni parlamentari che però non funzionano nella vita reale. Infatti con pochi deputati e senatori si può stare al centro della Camera, del Senato (e della buvette), garantendosi quel ruolo indispensabile – centrale appunto – che Matteo Renzi ha occupato con Italia viva nella maggioranza e nel governo. Ma fuori dal Parlamento la stessa cosa non funziona più. Lo stesso Renzi se n’è accorto in Toscana, dove aveva candidato Ivan Scalfarotto, in solitudine, né di qua né di là, ma al centro: 2,4 per cento. Non a caso Toti, che invece in Liguria ha vinto, non era affatto l’ombelico della politica genovese, ma l’estensione degli arti sovranisti di Salvini e Meloni. Loro le braccia e lui la mano. Così quando Carlo Calenda rimugina su una sua possibile candidatura a sindaco di Roma, s’immagina indipendente, certo, restio alle primarie. Ma è sempre alla sinistra e al Pd che pensa di collegarsi, come il piede con la caviglia: cinetica non statica.
Ragione per la quale, infine, Mara Carfagna ancora non lascia Forza Italia, ma beccheggia e tentenna perché anche lei s’accorge che il punto mediano dove tutto l’ingorgo politico va a defluire, il centro appunto, esiste in Parlamento ma non nella realtà elettorale. Lì dove invece esiste ed è concretissimo l’incubo del 5 per cento. La soglia di sbarramento. Il vero spartiacque per Carfagna, per Toti, per Calenda e per Renzi, insomma per tutti i cercatori del centro di gravità permanente. Da qui derivano allora le cene segrete, gli abboccamenti carbonari, le liti sommesse, le veline sui giornali. Carlo che incontra Mara che incontra Giovanni che Renzi pensa di mettere insieme. Condannati a unirsi. Sapendo che poi, però, in caso di elezioni, dovranno sempre scegliere se andare a destra o a sinistra. Malgrado Branduardi.