I finanziamenti ai partiti e l'arte del farsi male da soli. Parla Ugo Sposetti

David Allegranti

“Volevamo risolvere il problema dell’antipolitica togliendo i soldi pubblici. Ora paghiamo il conto”

Roma. La politica ha inevitabilmente dei costi. Per i populisti sono da abolire, per chi crede nella democrazia rappresentativa sono parte delle regole del gioco e vanno difesi. Il problema è come fare politica in assenza di finanziamento pubblico e in presenza di un sistema non trasparente dei finanziamenti privati. L’indagine sulla Fondazione Open riapre la questione, al di là del merito dell’inchiesta. Spesso viene evocato il modello americano per trasparenza e regolamentazione. Alcuni spunti dagli Stati Uniti in effetti sono preziosi, lì le lobby sono così connaturate alla vita americana da essere regolate da un registro. In Italia invece i tentativi di disciplinare la materia sono naufragati. Nel 2013, in epoca di governo Letta, non superò il vaglio del consiglio dei ministri una legge sulla regolamentazione delle lobby, mentre invece fu approvata l’abolizione dei rimborsi elettorali, con l’appoggio proprio dello stesso Matteo Renzi. Un paper del 2016 della Camera di commercio americana in Italia analizza le differenze fra il nostro paese e gli Stati Uniti e smentisce anche qualche falso mito. Si pensa per esempio che in America la politica sia finanziata per la maggior parte da grandi imprese, invece “dei circa 3 miliardi di dollari di donazioni per ciascun ciclo elettorale”, il 79 per cento arriva da persone fisiche e la donazione media è di circa 115 dollari. I finanziatori sono pubblici: basta andare su Fec.gov, selezionare il candidato e di ognuno si può vedere l’elenco delle donazioni. Ogni quadrimestre i comitati elettorali devono, pena sanzioni, produrre un report che poi viene pubblicato sul sito. Online c’è persino una mappa interattiva contenente le ricevute delle donazioni. Volete sapere quanti sono i contributi individuali raccolti da Donald Trump finora in vista delle elezioni del 2020? Risposta: oltre 58 milioni di dollari (58.045.552,77, per la precisione). Volete sapere quanti soldi gli ha dato, chessò, Budimir Zvolanek, pensionato di Naples, Florida, il 30 settembre 2019? Risposta: 31 dollari e 50. In Italia, invece, la trasparenza è un problema e la politica ha scelto di rinunciare al finanziamento pubblico, affidandosi al finanziamento privato, in un paese che considera il denaro lo sterco del demonio. 

 

 

Insomma, dice al Foglio Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, “la politica si vuole fare del male”. Renzi compreso. “Ha voluto che si cancellasse il finanziamento pubblico, per far arrivare le risorse alla politica dai privati”. Spesso si guarda in Italia appunto al modello anglosassone ma, aggiunge Sposetti, “negli Stati Uniti hanno altre regole e noi non siamo un paese anglosassone. Dovremmo fare piuttosto come la Germania, dove c’è il finanziamento pubblico, garantito dal ministero del Bilancio e da quello dell’Interno. In base ai voti ottenuti, un partito riceve i rimborsi. In più, ogni partito ha a fianco una fondazione. La Cdu per esempio ha la fondazione Adenauer, la Spd ne ha un’altra ancora, i Verdi uguale. Queste fondazioni non devono avere nessun collegamento con il partito, non accettano trasferimenti di denaro ma svolgono attività di studio e ricerca. La fondazione dei socialdemocratici tedeschi ha sedi in 93 paesi nel mondo. A Roma ci sono tre funzionari, due amministrativi e un dirigente che è pure giornalista. Fanno iniziative, incontri, elaborano dossier sull’Italia”. 

 

 

Sposetti, che è attento, distingue come al solito le vicende giudiziarie da quelle politiche. Resta un garantista, quindi è interessato soprattutto ai risvolti politici della Fondazione Open, “che aveva una finalità legittima e anche interessante. Ha prodotto dieci eventi alla Leopolda. A me non piaceva, però ha prodotto cultura politica”. Anche se, precisa, “Renzi ha fatto la sua fondazione quando era sindaco di Firenze. Non era il caso che lo facesse anche da segretario del partito o da presidente del Consiglio. La sua fondazione ha infatti raccolto risorse per fare battaglia politica al Pd. Se tu fai una fondazione a Firenze per propagandare la cultura fiorentina nessuno ti dice niente. Ma se poi la utilizzi per fare battaglia interna al partito del quale scali i vertici e grazie al quale diventi pure presidente del consiglio, se la fondazione ha nel cda il tuo avvocato di fiducia, Alberto Bianchi, e due tuoi ragazzi che hanno lavorato con te alla scalata del Pd e poi Bianchi lo nomini nel cda dell’Enel, beh, allora c’è qualcosa che non funziona… Magari è tutto regolare, l’indagine si concluderà in un nulla di fatto, il problema però è politico: l’elettorato della sinistra ha i nervi scoperti, più di altri, sui finanziamenti”. E quindi? “Quindi Renzi è vittima di se stesso. Era contro il finanziamento pubblico”. Non l’unico visto che nel 2013 fu il governo di Enrico Letta ad abolire i rimborsi.

 

Sposetti pensa che sia stato un errore e pensa anche che “la trasparenza totale sia la migliore alleata della politica. Da quando abbiamo costituito le nostre fondazioni, come ex Ds, io ho detto di mettere tutto sul sito. Bilancio, sedi di proprietà, chi c’è in affitto. Più sei trasparente, più la politica ci guadagna”. Specie in un paese come l’Italia in cui chi dà soldi alla politica viene visto con sospetto. “Guardi, Piercamillo Davigo ripete sempre questa cosa: ‘Se il mio vicino di casa è rinviato a giudizio per pedofilia, io mia figlia di sei anni non gliel’affido quando vado a fare la spesa. Poi, se verrà scagionato, si vedrà’. Questo messaggio è purtroppo fortissimo. Uno lo ascolta e pensa che ha ragione, perché il clima del paese è così e Davigo l’ha rappresentato in dieci parole. Un indagato diventa immediatamente colpevole: è passato questo messaggio miserabile. L’avviso di garanzia però è una garanzia, altrimenti si chiamerebbe di colpevolezza. Io non capisco mai la gente che fa politica e dice ‘ho fiducia nella magistratura, facciamoli lavorare’. E’ una corbelleria. Noi facciamo un altro mestiere, e la politica prescinde dalle inchieste della magistratura, presuppone che tu parli al tuo popolo”. Un conto insomma sono le responsabilità personali, e in questo caso, dice Sposetti, “Renzi non c’entra niente visto che gli inquisiti sono altri”, un altro quelle politiche. “La politica dovrebbe ragionare ma purtroppo da qualche anno non riesce a farlo. Abbiamo pensato di risolvere il problema dell’antipolitica dei Cinque stelle tagliando il finanziamento pubblico. Adesso ci arriva il conto delle scelte politiche che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni”.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.