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Appendino caccia il vicesindaco per far finta di non essere quello che è

Guido Montanari non è un passante, ma il punto d’incontro di molti mondi torinesi, dai benecomunisti – di cui è alfiere – ai no-Tav, che fanno parte della natura del M5s in Piemonte e non solo

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15 Luglio 2019 alle 20:00

Appendino caccia il vicesindaco per far finta di non essere quello che è

Salone dell'Auto, la sindaca di Torino Appendino revoca le deleghe al vicesindaco Guido Montanari

Roma. C’è un M5s reale e c’è un M5s immaginario (così come c’è una Lega reale e una Lega immaginaria). Il primo è l’unico possibile, l’altro semplicemente non può esistere. Quindi basta non crederci. Neanche quando ci sono quelli che autorevolmente parlano del “vero M5s” o dei “valori perduti del primo M5s”. Naturalmente, lo comprendiamo, non è facile oggidì restare immuni alle truffe: come dice Mysterio nell’ultimo episodio della saga dell’Uomo Ragno, “Spider-man: far from home”, “la gente ha bisogno di credere a qualcosa. E oggi crede proprio a tutto”. Anche alla possibilità di un M5s democratizzato, pieno di buone intenzioni, una “costola della sinistra”. Il discorso vale anche per la Lega, dove c’è chi si affanna a cercare un partito diverso da quello che è, investendo le proprie speranze nei Giancarlo Giorgetti (come se peraltro Giorgetti fosse Batman, “l’eroe che Gotham merita”) che sarebbero pronti a romanizzare i barbari.

   

C’era chi aveva creduto alle dimissioni di Chiara Appendino – per primi i giornali che avevano scritto che la sindaca di Torino era pronta a lasciare dopo aver perduto (anche) il Salone dell’Auto, diretto a Milano – ma invece è al vicesindaco Guido Montanari che tocca andarsene. “Ho sollevato il Prof. Guido Montanari dal suo ruolo di vicesindaco e revocato le deleghe che aveva in capo. La decisione segue le frasi pronunciate sul Salone dell’Auto che non hanno visto smentita”, ha detto Appendino facendo riferimento a una frase di Montanari di qualche giorno fa: “Fosse stato per me, il Salone al Valentino non ci sarebbe mai stato. Anzi, nell’ultima edizione ho sperato che arrivasse la grandine e se lo portasse via. Sono stato io a mandare i vigili per multare gli organizzatori”.

  

Una scelta, ha detto Appendino, “non facile dal punto di vista umano ma che ho ritenuto necessaria nell’interesse della Città e della sua immagine. Al Prof. Guido Montanari va il ringraziamento per il lavoro svolto in questi tre anni”. A parte – viene da chiedersi – grazie di che?, ma poi è curioso, si fa per dire, il tentativo di Appendino di prendere le distanze rispetto alla propria storia. Montanari non è infatti un passante, ma il punto d’incontro di molti mondi torinesi, dai benecomunisti – di cui è alfiere – ai no-Tav, che fanno parte della natura del M5s in Piemonte e non solo.

  

“Non intendo accettare compromessi al ribasso – ha aggiunto la sindaca, che evidentemente vive in un’altra città – chiedo una prova di maturità”. Appendino dunque si adopera in un altro esercizio di fiction, dopo quello di Roberto Fico che pensa di rappresentare chissà quale opposizione a Luigi Di Maio nel M5s, quando invece è soltanto funzionale a dimostrare che anche nei sistemi non democratici, come nel partito grillino, c’è spazio per un oppositore che può berciare al vento, neanche fosse a Hyde Park. Insomma Appendino scaricando il suo vicesindaco che per tre anni ha potuto spadroneggiare, dettando la linea sulle Olimpiadi invernali, la Tav e la direzione politica della giunta, fa come Beppe Conte che improvvisamente s’accorge di essere lui il presidente del Consiglio e s’adonta perché Matteo Salvini organizza incontri con i sindacati al Viminale. “Se oggi qualcuno pensa che non solo si raccolgono istanze e proposte dalle parti sociali, ma anticipa temi, dettagli di quella che ritiene debba essere la manovra economica, ecco questo non è corretto affatto, si entra nel terreno di scorrettezza istituzionale”. E insomma, “la manovra economica viene fatta qui dal presidente del Consiglio con il ministro dell’Economia, con tutti gli altri ministri interessati. Non si fa altrove, non si fa oggi e i tempi, tengo a precisarlo, li decide il presidente del Consiglio”.

   

Gli abbagli in questo caso, per Beppe Conte, sono due: il primo è che è davvero convinto di contare qualcosa, quando invece è pur sempre il “vicepresidente di due vicepresidenti” (copyright di Vittorio Sgarbi), il secondo è che, prendendo le distanze da Salvini, il governo felpastellato possa essere qualcosa di diverso rispetto a quello che è. E invece, anche in questo caso, c’è un governo reale e uno immaginario.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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