Il buon dissidente grillino

David Allegranti

E’ uno dei migliori esercizi di fantagiornalismo: immaginarsi un M5s che non esiste attraverso il mito del corretto ribelle

“Ecco chi sono i 18 dissidenti M5s che sfidano Salvini sul decreto sicurezza”; “M5s, i ribelli pronti a lasciare. ‘Siamo più del 50 per cento del gruppo’”; “Non svendiamo i nostri valori. ‘I 5 stelle pro Fico pressano Di Maio’”.

Tra i migliori esercizi di fantagiornalismo – insieme a quello che attribuisce a Beppe Conte articolate posizioni politiche nonché un piglio burbanzoso nelle sue conversazioni con i due vicepresidenti del consiglio, come quella volta che convinse ben undici paesi a “piegare l’asse franco-tedesco” sulle nomine europee, chimere tutte difficilmente riscontrabili nella realtà – c’è il mito del buon dissidente del M5s. Buon dissidente che non esiste, come i fascisti di Filippo Rossi e Luciano Lanna. Dissidenti immaginari, appunto. A leggere i giornali che ne raccontano le gesta epiche, sembra che questi parlamentari in perenni ambasce per la tenuta democratica del M5s e financo del paese siano sul punto di lasciare, di passare all’attacco, o addirittura – cosa fondamentale per un politico – di far cambiare linea al partito di cui fanno parte prendendo il via da una posizione di minoranza.

 

L’archetipo del buon dissidente è naturalmente Roberto Fico, al quale è consentito il lusso di essere presidente della Camera per volontà dei Cinque stelle e di poter tracciare pensose strategie militari a mezzo stampa: “Il Movimento è cresciuto molto, è divenuto più complesso, è inevitabile che ci sia un’evoluzione del confronto e della progettazione dei percorsi”. Tuttavia, ha aggiunto in un’intervista a Repubblica, “c’è bisogno di parlarci tutti dal vivo”. Via dalla pazza folla dei gruppi WhatsApp, via dai gruppi su Facebook, meglio una pizza in compagnia per guardarsi tutti meglio in cagnesco. Così i giornali si ingegnano per disegnargli addosso l’abitino del dissidente in chief, contro Luigi Di Maio ma anche contro il fasciocomunista Alessandro Di Battista. Fico è dunque quello responsabile, istituzionale in quanto presidente della Camera, di sinistra, quello che parla poco ma quando parla dice cose precise, che ha con sé una agguerrita pattuglia di parlamentari pronti a immolarsi per lui e per la causa del M5s e dei suoi valori primigeni (incarnati dal Telespalla Bob di Beppe Grillo, naturalmente, Gianroberto Casaleggio, e traditi dal figlio Davide e da Di Maio). Così almeno questa è narrazione predominante su Fico, il cui gesto politico più rilevante è stato prendere una volta l’autobus a inizio legislatura, operazione magnificata dai media perché in tempi pauperisti pare giusto che il presidente della Camera anziché prendere l’autoblù metta a rischio l’incolumità sua e quella di chi lo circonda (a Roma poi, dove va a fuoco un mezzo al mese, è tutto dire) per dimostrare di essere “uno di noi”.

 

Sono molte le sfumature di dissidenza: ci sono i dissidenti rispetto a Di Maio, quelli rispetto a Dibba, quelli rispetto a Salvini

D’altronde se è vero che ogni storia ha bisogno di un cattivo degno di questo nome, è anche vero che in giro ci sono sempre degli utili idioti di cui non sarebbe in realtà necessaria la presenza ma che contribuiscono ad aggiornare costantemente il parco mostri della Repubblica italiana. In questo caso c’è il primo (Salvini è inequivocabilmente il cattivo) ma ci sono pure i secondi (tra dissidenti e non dissidenti, nel M5s abbondano i Dibba e i fichi del bigoncio), che peraltro non si fanno notare per coraggio e spregiudicatezza. Nel novembre dell’anno scorso i tonitruanti avversari del dimaismo s’erano lanciati a colpi di emendamenti al decreto sicurezza, poi a un certo punto – dopo giorni sugli scudi del fantagiornalismo che sogna un M5s che non esiste – quelle proposte di modifica sono magicamente svanite. Ritirate. D’altronde, il M5s è l’unico caso di un partito sotto scacco di una Srl privata nel quale la dissidenza è più preoccupata per le multe da centomila euro in caso di fuga dal gruppo (immaginarie pure quelle, visto che sono incostituzionali) o titillata dalla possibilità di risparmiare quei 300 euro regalati ogni mese alla Casaleggio Associati.

 

Quindi, i “ribelli” a Cinque stelle pencolano fra il desiderio di essere cacciati e il timore della prevalenza del diritto casaleggiano sulla Costituzione più bella del mondo. Si prefigurano così scenari tolkeniani: “Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende. Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende”. Laddove l’Anello è senza dubbio il contratto firmato dai parlamentari con la Casaleggio, una specie di Mordor con sede in Lombardia il cui Sauron teorizzò a suo tempo la fine dello stato di diritto. Alcuni di loro, di questi dissidenti, prima di accorgersi che il M5s è un partito privo di democrazia interna, in cui il dissenso è un orpello inconcepibile, ci hanno messo dieci anni. L’ultimo in ordine di tempo è Davide Galantino, che ha appena lasciato il trasferimento al gruppo Misto dopo un’improvvisa botta di auto-coscienza: “Chi controlla il Movimento in realtà è fuori dal parlamento. Il sistema Casaleggio è molto ben collaudato e devo ammettere, con dispiacere, che non dà alcun spazio a tentativi di modifica delle decisioni preimpostate”. Quindi, ha spiegato, “lascio il Movimento 5 Stelle ma non ho nessuna intenzione di dimettermi perché al posto mio subentrerebbe un altro ‘yes man’. Sono qui per rappresentare i cittadini e la Costituzione tutela il ruolo del parlamentare”.

 

L’esistenza dei “veri 5 stelle” è un altro abbaglio. Come se ci fossero dei compagni che sbagliano in un partito di sinceri democratici

C’è poi la senatrice Paola Nugnes, che a giugno – dopo aver tollerato qualsiasi ingerenza casaleggiana, essersi accodata al governo di Lega e Cinque stelle – ha pronunciato il suo “me ne vado”: “Al giro di boa di un anno di governo devo constatare che qualsiasi critica costruttiva è diventata impossibile. Ogni aspetto della vita del Movimento, dentro e fuori dal parlamento, è sottoposto alla volontà del capo politico e per questo, dopo più di dieci anni, lascio i 5 Stelle”. Altri invece restano nell’attesa di essere accompagnati all’uscita, come la senatrice Elena Fattori, che in un’intervista a TPI ha detto: “Le distanze sui temi sono assolutamente incolmabili, ma il punto è che io credo sia importante rimanere dentro per rappresentare i veri 5 Stelle”.

 

Ecco, l’esistenza dei “veri 5 stelle” è un altro abbaglio. Come se ci fossero dei compagni che sbagliano in un partito di sinceri democratici. Come se esistesse davvero il Fico di lotta e quello di governo, come se potesse esserci spazio per le argomentazioni contrarie alla dittatura della maggioranza. Come se il M5s non assomigliasse a una sorta di setta nella quale il rito di iniziazione consiste nel pensare che uno valga uno proprio perché uno vale l’altro. Basta leggere quello che dicono nelle loro interviste da sequestrati dell’anonima Casaleggio per capire che i Cinque stelle dissidenti non sono pentiti di sostenere un partito dai tic antidemocratici: “Non siamo stati bravi a proteggere un patrimonio del Paese quale è il Movimento 5 stelle, che ha permesso a cittadini liberi di entrare nelle istituzioni senza intermediazioni”, ha detto il deputato Luigi Gallo. “Ecco, non preoccuparsi, durante il periodo di governo, della forza di questo movimento è stato l’errore più grande”. E’ colpa dunque del solito Palazzo che tutto corrompe. Pare di sentire Fausto Bertinotti quando spiegava che l’unica ragione di esistere per la sinistra è stare all’opposizione, lontana dal potere e dalla corruttela governativa. “Il blog non basta più, c’è la necessità di assemblee, nazionali e regionali, di decidere le cose insieme. Lo strumento tecnologico può aiutare, non sostituire gli uomini”, ha aggiunto Gallo, non accorgendosi evidentemente di aver sbagliato per anni indirizzo di posta elettronica. Insomma è tutto un “buongiorno principessa”, come dimostra il caso di Tomaso Montanari, già simpatizzante grillino che da sinistra pensava non di romanizzare i barbari, ma di barbarizzare i romani. Anche lui, come molti altri, ha dovuto ricredersi: “Un tempo il M5s diceva di difendere la Costituzione. Oggi la calpesta e la disprezza. Gino Strada ha detto che l’alleanza nero-verde tiene insieme ‘fascisti e coglioni’. Io non riesco più a vedere la differenza”, ha detto dopo le esternazioni di Luigi Di Maio sulle ong. Dettaglio non secondario: il M5s non ha mai difeso la Costituzione neanche per un giorno. Questa è la proiezione che dall’esterno fanno, da sinistra, quelli che pensavano o pensano di poter allearsi con i Cinque stelle. Ognuno, infatti, s’immagina l’isola che non c’è dei grillini. Il Pd non è immune alle allucinazioni, come testimonia il nuovo dibattito interno sull’opportunità di avviare dialoghi con l’altra metà del cielo felpastellato. Tutto pur di liberarsi di Matteo Salvini – dunque per spirito civico se non cinico – oppure per reale convinzione politica?

 

Di abbaglio in abbaglio, si arriva dunque ai dissidenti rispetto alla Lega. altra categoria dello spirito. Come Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, che se l’è presa con Matteo Salvini in un’intervista: “L’Italia vive una pericolosa deriva sessista. Come facciamo a contrastare la violenza sulle donne, se gli insulti alle donne arrivano proprio dalla politica, anzi dai suoi esponenti più importanti?”. Per esempio, ha aggiunto Spadafora, “gli attacchi verbali del vicepremier alla capitana Carola. L’ha definita criminale, pirata, sbruffoncella. Parole, quelle di Salvini, che hanno aperto la scia dell’odio maschilista contro Carola, con insulti dilagati per giorni e giorni sui sociale” (a proposito: venerdì è stata depositata in Procura a Roma la denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere contro Salvini; il legale di Carola Rackete, l’avvocato Alessandro Gamberini, ha detto che chiederà il sequestro dei profili Facebook e Twitter del capo della Lega e di altri social “propaganti messaggi d’odio”).

 

I “ribelli” a 5 stelle pencolano fra il desiderio di essere cacciati e il timore della prevalenza del diritto casaleggiano sulla Costituzione

Tuttavia, come ha osservato Teresa Bellanova, “Spadafora ci risparmi questa farsa e non faccia finta di accorgersi ora di quanto Salvini sia contro le donne. Piuttosto sblocchi fondi del 2018 stanziati dal Pd per la rete dei centri antiviolenza, fermi da più di un anno. Zero chiacchiere, per cortesia. Altrimenti si dimetta”. Dimettersi? Ma quando mai. Quello del dissidente è un ruolo ben preciso. C’è tutta una serie di figure dissidenti che dissentono rispetto a qualcun altro. Fico dissente rispetto a Dibba, il quale dissente rispetto a Di Maio, il quale dissente rispetto a Salvini. Ora viene da chiedersi che fine faranno gli emendamenti sul decreto sicurezza bis. Come quello di Yana Ehm e Simona Suriano che, spiegava l’Ansa qualche giorno fa citando fonti parlamentari, “consentirebbe l’ingresso in Italia delle navi di Ong impegnate nel salvataggio di migranti in acque Sar”. La Lega prontamente s’è adontata, al punto che i Cinque stelle hanno dovuto più o meno ufficialmente spiegare che “al contrario, come già ribadito, noi siamo per la confisca immediata dell’imbarcazione laddove questa viola le leggi dello stato italiano, per poi darla in dotazione alle nostre forze dell'orine e abbiamo già pronto l’emendamento”. “Qualsiasi altra iniziativa non in linea con questa posizione è da ritenersi del tutto personale e non riceverà il sostegno del M5S”.

E ci mancherebbe. Solo dalle parti di Montanari & Co ci può essere qualcuno di così sveglio da pensare che i Cinque stelle siano una costola della sinistra, quando in realtà ormai sono una protesi della Lega. Quando questa storia finirà, gli ultimi che resteranno in piedi si giustificheranno dicendo che stavano soltanto eseguendo degli ordini.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.