E insomma De Ruggieri, il giovane anziano, aveva poco meno di vent’anni al momento dello sfollamento. E avendo vissuto quella salvazione-trauma, gli è rimasto forse un senso di straniamento, oltre alla voglia di riscattare un luogo e una memoria personale e collettiva. Sarà forse per questo che De Ruggieri, prima di fare il sindaco (dal 2015), è stato scopritore di segreti nascosti nei Sassi. Poi, a ottant’anni, è stato protagonista di una campagna elettorale per certi versi sorprendente: da avvocato e fondatore della fondazione Zètema per il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico locale, ha vinto all’inizio le “primarie aperte” indette dall’associazione “Matera 2020” per la scelta di un candidato senza vincoli di appartenenza politica (ma gravitante di fatto tra il centro e il centrodestra), e alla fine ha vinto pure le elezioni, superando il sindaco uscente di centrosinistra
Salvatore Adduce, altra istituzione in città. E anche nel dualismo tra i due, e nel loro incontro-scontro, sta una delle chiavi della storia recente della Matera che sbaraglia tutte le altre città candidate, a dispetto della geografia e dei trasporti e delle infrastrutture e di quella che, al momento della scelta della capitale europea per il 2019, era lo stato dell’arte (progetti, visione) in città. Chi è stato il demiurgo, tra i due? si sono domandati cittadini ed esegeti di miracoli lucani. Adduce, che era sindaco quando la scelta è stata fatta e che, da non-neofita dell’amministrazione (consigliere comunale a Ferrandina per il Pci negli anni Ottanta, deputato e senatore ai tempi dei Ds e dell’Ulivo), sapeva muoversi e rilanciare tra rivalità politiche e intoppi delle burocrazie? Oppure De Ruggieri? Ovvero l’uomo che da molto prima di diventare sindaco aveva visto, prima di tutto con gli occhi della mente, una Matera che si innalza sulle spalle dei suoi Sassi, e dal cui scrigno di terra lui stesso, da presidente dell’allora circolo “La Scaletta” per la ricognizione del patrimonio rupestre della città, aveva contribuito alla scoperta e all’uscita non metaforica dal buio della cosiddetta “Cappella sistina della Lucania”. Cioè la Cripta del peccato originale, grotta-chiesa con pareti affrescate tra l’VIII e il IX secolo, simbolo della Matera che dal 1993 è anche parte del patrimonio mondiale dell’Unesco, con i suoi vicoli e cunicoli e volte di antica sabbia neolitica diventata roccia. Qualcosa che poteva ricordare la turca Cappadocia o le “
Città invisibili” di Italo Calvino agli studenti che ci arrivavano in gita nei primi anni Novanta, prima dell’esame di maturità, e restavano basiti: “Questa città ce l’abbiamo in Italia e non ne sentiamo praticamente parlare mai?”, era il commento sotteso agli sguardi sconcertati di meraviglia, dopo la prima passeggiata. E se Calvino parlava di Matera come di una “città ragnatela”, sospesa sull’abisso, e poi anche forse (nel senso che non si sa se quella città invisibile sia proprio Matera), di un luogo quasi magico le cui vie “sono completamente interrate, e le stanze sono piene d’argilla fino al soffitto” e “sopra i tetti delle case gravano strati di terreno roccioso come cieli con le nuvole”.