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Il nord ostile al Pd

Il mondo produttivo ribolle contro il governo, ma la sinistra riformista non riesce a intercettarlo. Qualche causa

1 Dicembre 2018 alle 06:00

Il nord ostile al Pd

I sostenitori della Lega al congresso di Pontida (Foto Imagoeconomica)

Milano. Il numero con il meno davanti è arrivato, dopo quattro anni di crescita. Torino va in piazza, a Milano il 13 dicembre lo faranno i piccoli imprenditori, i commercianti di Lombardia e Veneto. Assolombarda ha parlato, i numeri di Piazza Affari pure, l’umore delle regioni produttive è pessimo contro l’operato del governo. Ci vogliono riforme pro crescita, stimoli a impresa e occupazione. Ci vuole Europa. Raccontato così, sulla carta e con i numeri, è il nord che inizia a non poterne più del governo sovranista della decrescita. È questa la vera opposizione, come suggerisce il Foglio da tempo, ma è in cerca del contenitore politico, o del leader, che se ne faccia interprete. Raccontata così, sulla carta, sembra la situazione ideale per un partito riformista – insomma per il Pd – per intercettare il vento e le necessità della parte più produttiva e (già) delusa del paese. Ma è davvero così? Il Pd governa a Milano e poche altre città del nord.

 

I sondaggi parlano di una piena favorevole alla Lega che continua a montare. Le imprese vogliono – più o meno – quello che stavano facendo Renzi e Calenda. Ma o non sanno con chi parlare, a sinistra, o non vogliono parlarci: continuano a fidarsi di più di quello che è stato da lungo tempo il riferimento politico, la Lega, la destra. Spiega al Foglio un imprenditore come Alberto Bombassei che pure in politica era sceso, ma con il partito europeista di Monti, “il mondo imprenditoriale continua a fidarsi di una Lega che qui è partito di buon governo da molti anni, e che ha sempre interpretato le sue richieste. Se oggi è preoccupato e rumoreggia contro il governo, lo fa per dare la sveglia a quel tipo di Lega favorevole al mondo produttivo che è il suo riferimento”. 

 

L’analisi di Bombassei combacia con quella di un uomo di economia ma con molta passione politica, sponda Pd riformista, come Carlo Cerami, che riflette: “Il voto che ha portato al governo Lega e Cinque stelle (qui soprattutto Lega) era frutto di un’arrabbiatura contro quanto era stato fatto dal governo precedente – indipendentemente dal merito, non parlo ora di questo – ma è un’arrabbiatura che non è ancora passata. È vero, qui chiunque faccia attività d’impresa si mette le mani nei capelli, ma è pur sempre una parte minoritaria della società e del paese. Per gli altri persiste – a ragione o no – l’apertura di credito alle promesse ricevute: pensioni o reddito di cittadinanza sono in fondo promesse alle differenti clientele elettorali intercettate. Chi ha voluto punire i governi precedenti non è ancora pronto a ricredersi. E sbaglia il Pd se insiste con questa narrazione, ‘avete visto? Pentitevi!”.

 

Il problema è che la Lega à la Salvini, che ha la necessità di continuare ancora con questo governo, il cronoprogramma B non è pronto, non può che deludere ulteriormente il suo elettorato e continuare, scientemente, a fare danni al paese. È qui che l’opposizione si dovrebbe inserire. Ma non sembra che il Pd pre-congresso sia attrezzato. Tra l’altro, ancora una volta non si è vista spuntare una candidatura che sia espressione del nord. “Non è questione di trovare un nome, il tema è molto più profondo”, risponde Lia Quartapelle, deputato milanesissimo: “Il problema è che il Pd è imbambolato di fronte a una trasformazione sociale che non ha intercettato. Oppure non siamo riusciti a spiegarci. Per troppo tecnicismo, o dirigismo. Noi facevamo il Jobs Act e l’Industria 4.0, e parte del paese, anche al nord, lo avvertiva con paura, come una minaccia. Un dato mi colpisce: dal 2008 al 2018 il gettito Irpef dei comuni con meno di 10 mila abitanti è sceso del 30 per cento.

 

“Significa che mentre noi abbiamo ben operato sulla trasformazione delle città, è il caso Milano, in altre zone non abbiamo intercettato quel che accadeva”. Tornare ai territori è un po’ retorico però, no? “Sì, così è una frase fatta. Ma il rischio è che si butti via la grande spinta di trasformazione nazionale degli scorsi anni. Il Pd era riuscito a intercettare quel cambiamento, ora il rischio è che il nord torni a essere una terra ostile”. Ma il Pd non ha ancora cambiato linguaggio e trovato un programma di governo più credibile per questo elettorato. E’ un lavoro lungo nel tempo, concordano Cerami e Quartapelle, ma intanto il governo fa danni e tiene il consenso, al nord.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    01 Dicembre 2018 - 09:09

    Non c'è da meravigliarsi sull'inerzia della propria coscienza da parte di chi vede in questo Governo la via d'usvuta dai propri guai. L'animale uomo è duro di cervice diceva qualcuno che da 2000 anni cerca di guidare le nostre coscienze. D'altra parte quelli del nord devono condonare i propri debiti col fisco e quelli del sud come sempre aspettano i sussidi.E queste dye categorie sono la maggioranza del paese che è abituato a giocare con le tre carte. L'attuale fase politica serve a dare soldi prendendoli non si sa dove. Quando si arriverà alla patrimoniale allora l'80% degli italiani, che hanno una casa, verificheranno la bontà della loro scelta politica ed economica . Se il saldo sarà positivo , quelli che hanno votato Lega e M5s saranno contenti, per gli altri rimarrà la magra consolazione di non averci preso ancora una volta. Cosa può fare il vecchio PD? Credo che al momento abbia poche chance di far ricredere quelli che non lo hanno votato .

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  • stearm

    01 Dicembre 2018 - 09:09

    L'ultimo tentativo potrebbe essere appunto che Renzi esca dal PD e provi a creare un partito liberale-riformista. C'è però di base un problema anche culturale. La Lega amministra da trent'anni gran parte dei comuni del Nord -quelli sotto 10.000 abitanti citati dall'articolo. Li ha amministrati bene, dicono i cittadini di questi paesi. Ecco, scusate, ma andatevelo a fare un giro tra questi comuni e ditemi voi se, rispetto a trent'anni fa, sono migliorati. Certo, un permesso per costruire un capannone in più l'amministratore leghista te lo regala subito, se c'è da fare una rotonda, eccola pronta in un mese. Ma queste cose contano veramente, rappresentano un modello di sviluppo aperto e dinamico, proiettato verso il futuro? Insomma, c'è un provincialismo miope che purtroppo unisce elettori ed eletti, amministratori leghisti e imprenditori 'leghisti'. 'Piccolo è bello' ha avuto un suo perchè, ma trent'anni fa quando queste regioni, questi comuni li governava la DC. Trent'anni persi.

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