Fermi, abiura! Il M5s ostaggio dei suoi estremismi torna No vax

Valerio Valentini

Roma. A giudicarla con le parole di Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale dei presidi, verrebbe da dire che no, “non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che subito bisogna tornare a preoccuparsi”. E quindi mercoledì, quasi insperata, la reintroduzione dell’obbligo dei vaccini per i bambini da iscrivere alle scuole dell’infanzia; e giovedì, invece, si torna all’antiscienza, e si pensa bene di reintrodurre, ed estendere, la proroga per l’autocertificazione per il nuovo anno scolastico fino al 10 marzo del 2019. “Un periodo oggettivamente troppo lungo”, dice Giannelli commentando il nuovo emendamento della maggioranza al Milleproroghe in discussione alla Camera. “Se si voleva fare chiarezza, sarebbe bastato concedere una finestra di un mese, così si crea confusione”.

 

E non è detto che sia studiata, la retromarcia: pensata, cioè, per tacitare le proteste di centinaia di attivisti esagitati che ieri, alla scoperta del dietrofront sui vaccini, avevano subito inondato la bacheca Facebook della ministra della Sanità Giulia Grillo di messaggi ingiuriosi. “Traditrice”, le scrivevano. “Venduta”, commentavano su Twitter. E poi la rabbia di di Vega Colonnese, ex deputata campana non ricandidatasi perché diffidente del nuovo corso casaleggiaro, che twittava robe del genere: “E quindi avevano scherzato. C’era una clausola piccola che permetteva di non mantenere le promesse”. E poi l’indignazione di Paola Taverna, vicepresidente del Senato, che ci teneva alla sua credibilità di politica fedele ai suoi ideali e che perciò mercoledì è sbottata: “Se è così, d’ora in poi, quando si parla di vaccini, non chiedetemi più nulla”.

 

E invece, bontà sua, così non è. Nel senso che sulla questione il M5s continua, quando va bene, a restare in precario equilibrio sulla sua vaghezza: vaccinare o no? Rispondere, evidentemente, significherebbe inimicarsi la base storica, i reduci del grillismo delle origini. Quelli spesso coccolati dal Pd che spera di trovare in Roberto Fico la “tradizione progressista”, e che invece sono ancorati al loro estremismo gruppettaro. E’ bastato, per dire, che Luigi Di Maio mostrasse un cenno di resipiscenza sull’Ilva, sforzandosi forse per la prima volta di condurre a termine la vertenza più surreale della storia dell’industria italiana; è bastato insomma che evocasse “un’Ilva un po’ più pulita e che dà un po’ più lavoro”, perché s’alzasse la canea dei comitati ambientalisti tarantini, da Altamarea a Peacelink, e poi i Verdi, e poi semplici attivisti affascinati dallo scenario distopico di un’Italia deindustrializzata. Tutta gente che ai cinque stelle ha dato fiducia e voti, e che però s’è subito scatenata nel linciaggio social contro i parlamentari grillini locali, da Giovanni Vianello a Rosalba De Giorgi, che hanno provato come hanno potuto a rintuzzare gli attacchi di chi gli diceva di essere diventati “uguali a quelli del Pd”.

 

Insomma, il punto è proprio qui: ogni volta che il M5s si sforza d’apparire responsabile, di abiurare il credo delle origini e agire da forza di governo, resta ostaggio delle sue stesse ideologie primigenie, quelle su cui ha fondato del resto il mito della propria alterità. Ogni svolta moderata, insomma, finisce con l’essere un tradimento. E questo costa voti e consensi, mette a repentaglio equilibri politici.

 

Succede anche in Piemonte, dove Chiara Appendino rischia da mesi di perdere la sua maggioranza sulla questioni delle Olimpiadi invernali di Torino 2026. E dove, soprattutto, resta il tema del No Tav. Mercoledì i comitati contrari all’alta velocità, trovando il sostegno di vari esponenti locali del M5s, hanno scritto una lettera aperta al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, e il tono era quello perentorio, dell’ultimatum: va bene l’analisi dei costi-benefici, ma nell’attesa di completare la analisi si fermino i lavori sul cantiere, che invece vanno avanti, e nel frattempo si rimuovano i vertici degli enti che sovrintendono all’opera. Come a voler mettere le mani avanti: una protesta preventiva, in questo caso, in anticipo perfino sulla svolta che verrà.

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