Scatenano ira e calunnie e uccidono anche il lutto

Giuliano Ferrara

Dovevano in teoria restituire a un paese fatto cosmopolita dalle ciniche élite il senso identitario della nazione, ma lo hanno espropriato del lutto, del lutto nazionale. Prima gli italiani, per modo di dire. Prima la fazione, è la loro legge. E la scomparsa definitiva del lutto è il prodotto bestiale della trasformazione della nazione in partito, in partito preso, in bolsa rappresentazione del popolo fuori da ogni vera solidarietà emozionale.

 

Il lutto, lo dovremmo sapere tutti, è raccoglimento, una pausa nella febbre della vita alla presenza assente della morte, di quello che si usava chiamare destino quando eravamo esseri senzienti. Ha ragione Massimo Bordin, come quasi sempre, non è una novità la rabbia che connota il lutto di protesta e di insofferenza, non è una novità la tentazione strumentale, l’incasso di vantaggi miserabili a soccorsi aperti. Ma così mai, almeno che io ricordi. Come ha scritto con sensibilità Annalena Benini, “poteva succedere a tutti e non doveva succedere a nessuno”. E’ l’essenza, questo sentimento, del lutto pubblico davanti alla tragedia. Col ponte del Polcevera e l’ignobile reazione delle autorità cosiddette, il crollo si è raddoppiato, centuplicato, è diventato lutto del lutto che è senza lutto. Ci sono momenti in cui nella vita privata si insinua la disperazione, accade anche nella vita pubblica.

  

Ogni tanto penso con infinita tristezza a questi reggitori. Penso che avranno avuto un’educazione famigliare, che la gioventù anagrafica si sposa spesso con un discreto coraggio, anche del silenzio, dello sbigottimento. Penso che nelle loro esistenze il valore del fermo-immagine, dell’attesa, della scelta di tempi giusti per parlare, non sia un’assenza strutturale. Bibitari, avvocati, politici truci dispongono di un’umanità, come tutti: che cosa li ha disumanizzati nel loro vaniloquio, quale timore li ha indotti a spezzare con le chiacchiere il sistema nervoso di una grande città e di un grande paese, e a buttarsi nell’imitazione della furia più fredda, così presto, in modo così arruffato, se non l’esercizio della paura come tecnica e l’angoscia del non farcela per ragioni evidenti prima di tutto a loro stessi?

  

Sanno che alla base del “contratto” stanno immagini di ruspe e risonanze di vaffanculo, commediole recitate male sulla Gronda dal capocomico in persona, non possono non sapere di non sapere, come tutti, e che il loro dovere è favorire e coordinare l’accertamento e non eccitare la cagnara, lo scatenamento degli arrabbiati di turno, il complottismo, la calunnia, la menzogna. Sottrarsi a un momento di ispirazione autentica, a una disciplina comunitaria decisiva per convivere, tutto questo ordinario e straordinario dover essere di chi ha responsabilità politiche e civili non può esulare dalle loro incompetenze: sono persone, no? Eppure è andata proprio così, come se le persone fossero maschere, ma nel senso più lugubremente carnevalesco del termine. Al crollo è seguita l’inondazione di fango, di miseria, di bolgia infernale, senza nemmeno un attimo per pensare con qualche decente compostezza a quella tremenda giornata piovosa, a quei cento metri, al crac, al folle volo, alle case che stavano sotto. Il motore del camion a un passo dal baratro era ancora acceso e il motore dello sproloquio istituzionale ne copriva il rumore, il fumo generalizzato del politicismo saliva più alto del fumo di macerie in cemento, c’era chi respirava sotto le macerie, chi non respirava più, e chi parlava in modo incontinente, da subito, per nascondere qualcosa, per ottenere qualcosa, per distogliere, per accusare a vanvera, per darsi un tono di piccolo dispotismo di stato.

  

Che il lutto non si porti più nell’abito, che la sua virtù simbolica sia tramontata da tempo, che come molte altre cose sia diventato interiorizzazione del fatto e incapacità di comunicarlo socialmente, questo si sa, ma che potesse essere calpestato e irriso da una campagna politica ad effetto immediato, e svilito in una grande rissa e in una rincorsa a primeggiare, ecco la novità dell’Italia infelice che ci ha consegnato una stagione di astratti furori e bollori senza senso.

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