La Costituzione, le ambiguità del M5s e la linea Zagrebelsky

Marianna Rizzini

Roma. L’ultimo giro di consultazioni si è compiuto (ieri), ma l’ultimo valzer tra le forze politiche pareva già finito il giorno prima (domenica), quando Luigi Di Maio, a “In mezz’ora in più”, su Rai3, intervistato da Lucia Annunziata, a proposito dell’eventualità che il M5s restasse ai margini della formazione del governo, aveva detto: “Il rischio che vedo io è un rischio per la democrazia rappresentativa. Non minaccio nulla ma il rischio di azioni non democratiche può esserci”. Che fare, dunque, se intanto, sulle pagine del Fatto quotidiano, il 1° maggio, il professor Gustavo Zagrebelsky, uomo simbolo delle lotte in difesa della Costituzione e del No al referendum costituzionale renziano, intervistato da Marco Travaglio, aveva definito “eversivo” “l’Aventino” di Matteo Renzi, augurandosi l’avvio del dialogo Pd-Cinque stelle?”, sottolineando che nei sistemi proporzionali “tutti sono chiamati a mettersi in gioco per ottenere ciò che più desiderano e per impedire ciò che più temono… e solo alla fine, se falliscono, a scegliere l’opposizione…”? E che fare se il premier Paolo Gentiloni, a “Che tempo che fa”, una settimana dopo, aveva detto che “bisognava dialogare” con i Cinque stelle, e che forse “il gran rifiuto” (la linea Renzi) “non era indispensabile”?

 

Il problema resta: la prima forza del paese, il M5s, da un lato si pone come “rivoluzionaria” proprio in nome della Costituzione, dall’altra rispetta regole interne che con la Costituzione paiono in contrasto (vedi il conflitto tra lo statuto a cinque stelle e l’art. 67 sul divieto di mandato imperativo: i deputati e i senatori che abbandonino il gruppo parlamentare del M5s causa espulsione, per abbandono volontario o per dimissioni determinate da dissenso politico saranno obbligati a pagare una penale da centomila euro). Non è l’unica contraddizione. Fa parte di un corredo di “ambiguità” che hanno fatto da un lato la forza del Movimento. Poi c’è l’ambiguità politica, quella che rende il M5s un “contenitore-raccoglitore” di scontento generalizzato.

 

Per Sandra Zampa, prodiana di ferro, già vicepresidente pd con una lunga storia di battaglie sulla libertà di informazione (in nome dell’articolo 21 della Costituzione), “in questo gioco a metà tra i due campi, forse non ci si è resi conto di una cosa: che il bipolarismo è stato molto più introiettato dal paese di quanto si potesse pensare, anche se i Cinque stelle – che si sono sempre posti in modo ambiguo, dicendo ‘non esiste più la destra né la sinistra’ – si ritrovano oggi all’interno di un sistema proporzionale che sembra dare loro ragione. Ma un cambiamento di sistema richiede un cambiamento di cultura politica. Mi viene in mente la striscia dei Peanuts in cui Snoopy si domanda: ‘Come si fa a fare la nuova matematica con la testa della vecchia matematica?’. In questo quadro, riguardo ai Cinque stelle, io mi ritrovo nelle parole di Paolo Gentiloni. Ho sempre ritenuto improbabile un governo Cinque stelle-Pd, ma ho sempre pensato che l’interlocuzione si dovesse aprire, anche per ritrovare i nostri elettori persi lungo la via dell’antipolitica. Il confronto avrebbe costretto i 5 stelle a rispondere, a dire dei sì e dei no. Non confrontandosi si favorisce il ritorno a toni esasperati, ultimativi, anti istituzioni e anti casta, certo stridenti ormai con la realtà di una forza che prende il 30 per cento e si candida a governare”. Dal mondo ex “girotondino”, quello che in tempi non ancora grillini aveva messo l’accento sulla “società civile” contrapposta a un mondo politico considerato sordo, il professor Pancho Pardi dice: “Da un lato i Cinque stelle, ad esempio sul vincolo di mandato, esprimono una visione discutibile dal punto di vista del rispetto della Costituzione, ché il divieto di mandato imperativo è il perno della libertà dell’eletto e una garanzia per l’elettore. Però questo non mi impedisce di pensare che con il M5s si possa e anzi si debba dialogare, vista l’entità del consenso che raccolgono. E comunque la sinistra deve fare i conti con un dato incontrovertibile: la perdita di elettori anche storici, anche di storia ex Pci, in favore del M5s, in seguito a un persistente rifiuto della politica a lungo sottovalutato”.

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