L’ora della “responsabilità” e quei 15 deputati M5s pronti a disertare

Valerio Valentini

Roma. “Una quindicina”. Il deputato del M5s, in capannello insieme a due suoi colleghi in un angolo del Transatlantico, sbuffa di nervosismo, nell’indicare il numero. E poi, di fronte alle facce contratte dei compagni, aggiunge: “Almeno”. Quindici, infatti, è la cifra arrotondata per difetto, figlia di un calcolo non del tutto aggiornato: il che, in queste ore convulse e inconcludenti di statica entropia, in cui qualcosa di clamoroso sembra sempre sul punto di accadere in attesa che qualcos’altro magari nel frattempo accada davvero, lascia presupporre che il conto potrebbe dovere essere corretto a breve, e il numero lievitare.

 

In ogni caso, la diaspora è già data per scontata, nel cerchio ristretto dei parlamentari di fiducia che circonda Luigi Di Maio: “almeno una quindicina”, infatti, sono i deputati pronti a lasciare il M5s per seguire il richiamo di altri partiti. E’ l’ora dei responsabili, a Montecitorio, anche se per il momento siamo alla pretattica: perché l’operazione assuma valore e concretezza, bisognerà aspettare che lunedì Sergio Mattarella chiarisca la sua strategia. Ma se davvero, come si vocifera, il capo dello stato dovesse tentare la via di un governo di centrodestra che provi a racimolare consensi in Aula da Pd e M5s, allora tutto si farebbe più interessante. “Venti voti sono pochi, per arrivare alla maggioranza”, obietta un deputato M5s. E ha ragione. Ma altrettanta ne ha il collega, più anziano, che gli fa notare come “una volta che la diga si apre, poi è difficile richiuderla”.

 

L’osservato speciale, in questi giorni, è Salvatore Caiata, uno dei cinque grillini espulsi nel febbraio scorso e confluiti nel Maie, componente del Gruppo misto. Il patron del Potenza Calcio e già dirigente del Pdl a Siena, escluso dalle liste del M5s per via di un’indagine per riciclaggio, a Montecitorio ci è arrivato lo stesso, vincendo la sfida nell’uninominale di Potenza, e a Di Maio gliel’ha giurata. Ai suoi amici Caiata racconta che il capo politico del M5s lo aveva convinto a sposare la causa grillina e a rifiutare offerte arrivategli da altri partiti promettendogli addirittura il ministero dello Sport. Ora, stando a quanto ha confidato ai suoi colleghi del Maie, vuole fargliela pagare. E farlo, appunto, convincendo frotte di neoeletti ad abbandonare il M5s. In nome della responsabilità, certo, ma anche della libertà. Di parlare, intanto: perché in parecchi cominciano a soffrire il fiato sul collo di Rocco Casalino. E poi, soprattutto, libertà di gestire i fondi destinati ai gruppi in modo più disinvolto. Sono queste, pare, le motivazioni con cui Caiata sta tentando i neo-grillini, specie quelli arrivati dalla società civile, i “supercompetenti” arruolati da Di Maio solo a ridosso delle elezioni, e che dunque con più fatica sopportano questo strano centralismo democratico a cinque stelle. L’altro regista dell’operazione, poi, sarebbe Walter Rizzetto, deputato friulano che nella scorsa legislatura abbandonò il M5s e ora è tornato alla Camera nelle file di Fratelli d’Italia. Lui un po’ smentisce e un po’ no, quando gli si chiede conto delle voci che lo rincorrono, ma lo fa con l’aria di chi neppure si scompone troppo, e di sicuro non s’arrabbia, per quel che si dice sul suo conto. “Io non faccio scouting – si schermisce – ma sono uno che parla con tutti e in modo trasversale. E che, ovviamente, non ha perduto i contatti coi suoi ex compagni del M5s”. Sorride, Rizzetto, e spiega come sia “inevitabile che i nuovi eletti pescati da università e enti pubblici sentano meno il vincolo di appartenenza al Movimento”. E conferma che sì, “il malumore per questi inutili tatticismi di Di Maio lo si percepisce, eccome, in parecchi pentastellati”. Almeno in quindici. Quindici almeno per ora.

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