Di Maio resta senza nemmeno un forno. Ma a litigare sono un po' tutti

Valerio Valentini

E alla fine dei due forni, non ne restò neppure uno. Luigi Di Maio abbandona il tavolo delle trattative, e anzi lo ribalta. Attacca i partiti, tutti intenti in una "vergognosa" difesa del "proprio orticello" e dei "propri interessi di parte", e lo fa con un lessico che sembrava aver dismesso, in queste settimane di doroteismo autoimposto, arrivando fino ad invocare il voto anticipato. Tornare alle urne il prima possibile, è questo che bisogna fare: a giugno, magari - ipotesi impossibile, per via dei sessanta giorni d'anticipo con cui vanno indette le nuove elezioni per gli italiani all'estero, ma vabbè: i tecnicismi qui contano poco.

 

La mossa è tutta politica. Il video con cui - nonostante qualche inconveniente, che impone allo staff di ricominciare la diretta Facebook interrottasi - il capo politico invoca la exit strategy è rivolto in primo luogo al Movimento 5 stelle stesso. Parla agli altri, certo, agli avversari; ma parla soprattutto al morale delle pattuglie pentastellate. "L'apertura al Pd internamente è stata devastante per i nostri", confessa un deputato assai vicino a Di Maio. Confermando che sì, nella war room grillina la rottura era stata pianificata già ieri sera: quando, al termine dell'intervista di Matteo Renzi a Fabio Fazio, era diventato chiaro che i margini di manovra su quel fronte erano pochissimi. E tutto diventava tremendamente pericoloso, per il M5s. "Se a intestarsi l'apertura sarà Renzi - era il ragionamento di Di Maio coi suoi - vuol dire che lui trasformerà il Parlamento in un Vietnam quotidiano, e controllando i suoi 30 senatori avrà un perenne potere di ricatto".

 

E allora in fondo l'ostilità dell'ex premier a un'ipotesi di accordo è stata perfino un assist, per Di Maio: quella prospettiva andava scongiurata in fretta. Tanto più che in parecchi, nell'ala barricadera del Movimento, cominciavano a crederci davvero, nell'ipotesi di una "legislatura costituente" insieme al Pd. Non a caso Paola Nugnes, la senatrice più vicina a Roberta Fico, in mattinata pubblica un lungo post che innesca grosse discussioni, nelle chat interne: "Io credo si dovrebbe fare uno sforzo per provare a trovare le ragioni comuni di un accordo di governo", scrive la Nugnes. Altro che cambiare la legge elettorale. La colpa semmai, per lei, è "delle persone, dei personalismi esasperati, dei partiti, degli interessi di parte, più o meno male interpretati, se non si riesce a dare un governo al paese".

 

Passano poche ore, però, e Di Maio con un video su Facebook fa saltare tutto. E, se lo scopo è quello di ricompattare il Movimento, in buona parte riesce. Arriva subito, infatti, l'appoggio di Alessandro Di Battista, che pure nelle scorse settimane era sembrato remare contro; arriva la benedizione di Beppe Grillo con un post sul suo nuovo blog personale; arrivano le dichiarazioni entusiaste di Paola Taverna e soprattutto di Carla Ruocco e Carlo Sibilia, due tutt'altro che allineate, ultimamente. Scandisce Di Maio: "I partiti resistono al cambiamento con tutte le forze". E dunque "non c'è altra soluzione: bisogna tornare al voto il prima possibile", fermo restando che a decidere "sarà ovviamente il presidente Mattarella". Di Maio pensa a una sorta di secondo turno di fatto, ipotesi costituzionalmente strampalata, ma tant'è: "Tutti parlano di inserire un ballottaggio nella legge elettorale, ma il ballottaggio sono le prossime elezioni. Quindi dico a Salvini: adesso chiediamo insieme di andare a votare, e facciamolo finalmente questo secondo turno a giugno". 

 

 

Il leader della Lega, dal canto suo, a salire al Quirinale insieme al leader del M5s non ci pensa neppure. Si gode il trionfo del suo Massimiliano Fedriga in Friuli-Venezia Giulia, e si toglie qualche sassolino dalla scarpa, regalando un due di picche sia al Pd sia a Di Maio, e restando fedele al patto di coalizione che lo lega a Silvio Berlusconi.

 

  

Ci pensa lo stesso Fedriga, poi, ospite di Lilli Gruber a "Otto e mezzo", a esplicitare il pensiero del leader: "L'offerta di dialogo resta aperta al M5s, ma non al Pd, perché con loro è assolutamente impossibile trovare una convergenza programmatica". Insomma, se un governo lo si vorrà fare, dovrà essere - secondo Salvini - a guida del centrodestra, o meglio della Lega, e sostenuto anche dal M5s. 

 

Il non detto, ovviamente, è che la paura del segretario del Carroccio è molto simile a quella del capo politico del M5s. E cioè "un governo del Nazareno" (così lo definisce, sprezzante, un senatore grillino): insomma, un accordo tra Renzi e Berlusconi, che convinca anche Mattarella a vagliare l'unica ipotesi finora esclusa, quella di una convergenza tra centrodestra e Pd. E forse è anche per questo che la fuga in avanti di Renzi diventa il pretesto che scatena le polemiche interne. La più aspra, tra tutte le dichiarazioni, è quella di Dario Franceschini, che per l'apertura al dialogo col M5s si è speso come pochi, in queste settimane.

 

 

Attacchi arrivano anche da Gianni Cuperlo, da Andrea Orlando, da Michele Emiliano e da Francesco Boccia. Ma ad aprire il fuoco è Maurizio Martina, che da reggente del partito si sente messo ai margini, e attacca: "Impossibile guidare il partito in queste condizioni". Annuncio di dimissioni? No, pare di no. L'allarme rientra subito, ma non il malessere: "Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave - dice Martina, in riferimento all'intervista di Renzi - nel metodo e nel merito. Così un partito rischia solo l'estinzione e un distacco sempre più marcato con i cittadini e la società". Poi, l'annuncio: "Per il rispetto che ho della comunità del Pd porterò il mio punto di vista alla Direzione Nazionale di giovedì". Alla quale, ormai è certo, parteciperà anche lo stesso Renzi. Che in serata, sentendosi al centro del fuoco incrociato, replica su Facebook. E si difende attaccando, com'è sua abitudine. Dice di non essere d'accordo con quei suoi "compagni di partito" che vorrebbero "fare un governo col M5s". Dice di rispettarli, ma ribadisce: "Non sono d’accordo con loro. L’ho detto. Era mio dovere farlo anche per rispetto a chi ci ha votato. Chi è stato eletto ha un obbligo di trasparenza verso i propri elettori. Rispetto per tutti, censura per nessuno: davvero tutti possono andare in TV tranne uno? Non scherziamo, amici". 

  

 

E insomma anche nel Pd, pare, sembra partita la resa dei conti in vista dell'assemblea di giovedì. "Che evidentemente - dice Martina - ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione". Scontata la chiusura al M5s, si comincerà a discutere, dunque, di altri scenari. Il ritorno al voto? Forse. Ma più probabilmente un sostegno a un governo ampio, che duri almeno qualche mese e si occupi di mettere mano alla legge elettorale, oltreché della finanziaria di autunno. E intanto, lo spettro del Nazareno continua a tormentare in parecchi, un po' dovunque. 

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