Rivotare contro il partito del rutto

Giuliano Ferrara

Le recenti elezioni sono state un rutto. In un modo o nell’altro, il problema è cancellarle. Con procedure democratiche s’intende, non con i carri armati. E tutti sappiamo che ci sono vari modi per cancellarle. Un governo Lega-grillozzi, che rompe la faccia alla formazione arrivata in testa, il centrodestra “intenibile” per il quale hanno votato quasi il 40 per cento di elettori. Un governo grillozzi-Pd, che fa semplicemente scompisciare dal ridere, e che per qualche giorno ora si porta. Un governo del presidente, che non avrebbe i voti di alcuno, molto probabilmente, nonostante appelli vacui alla responsabilità. Un governo centrodestra-grillozzi, con un presidente terzo, che era nelle cose della casistica proporzionalistica, che sarebbe stato un disastro legittimato, il governo del rutto, ma è risultato una cattiva alleanza tra il Male assoluto e il Bene assoluto, due orrori. Un nuovo voto che sia di ritorno alla sobrietà, niente rutti stavolta, una scelta piuttosto alla luce dello sberleffo precedente e del suo acre sapore di rigurgito. Segnate voi stessi la casella della via più semplice e retta.

 

Alla cancellazione delle sciagurate elezioni del 4 marzo non c’è dunque alternativa. E’ stato un voto autolesionista ed autofagico. Ci siamo rosicchiati le unghie fino alla pelle viva. Ogni soluzione politica a disposizione (si fa per dire), invece di essere una combinazione intelligente di uomini e donne e idee compatibili, una forma politica che dia voce alla volontà generale espressa nelle urne, sarebbe al contrario un tradimento di premesse che sembrano borborigmi, una rivelazione della via tortuosa e demagogica di cui il voto fu il frutto, rivelazione come apocalissi. Non esiste in natura chi mai possa credere che il paese sarebbe trasformato o anche solo gestito dallo spirito cazzone con cui i cosiddetti vincitori hanno inforcato e tambureggiato le idee-guida per le quali sono stati votati: dare un reddito gratuito a tutti i cittadini, espellere seicentomila stranieri residenti, abolire la progressività delle imposte in contemporanea, noVax, noIlva e molti altri no, farsi beffe di settant’anni di storia europea, passare con Putin senza dirlo troppo in giro eccetera.

 

Come dice il padre della bellissima “Un’Odissea” di Daniel Mendelsohn (Einaudi), si possono percorrere grandi distanze senza spostarsi troppo, basta andare in circolo. Ecco, il problema italiano è il ritorno al punto di partenza, al box, dopo una sì clamorosa falsa partenza, con tutte le macchine di Formula 3 che si incartocciano le une sulle altre, la pista ostruita, molto fumo. Le procedure vogliono si prenda atto di uno scacco, oltre che di uno stallo. E’ un dovere costituzionale. E non si dica che non si può votare a giugno, fine giugno, o anche inizi luglio. Non esistono finestre, non esistono baggianate climatiche, il voto è il voto, si diceva che non si poteva farlo sotto la neve, e si è votato proprio sotto la neve ormai ben due volte. Il fatto è che si è votato senza pensare alle conseguenze, e le conseguenze ora impongono che si ripeta l’esperimento dopo la sua confutazione, che dimostra la fallibilità delle teorie avanzate da questi scienziati della politica. La legge elettorale non c’entra, non è lei che ha votato. Un cinque, sei per cento in più al centrodestra, e avremmo avuto una maggioranza salviniano-berlusconiana, qualcosa di assai mal temperato ma credibile. E’ che proprio abbiamo voluto toglierci lo sfizio, e tutti ci guardano come degli imbroglioncelli che contano poco, le Borse vanno, i mercati sono torpidi nella reazione, perfino Lady Spread se ne fotte altamente di questo girare in circolo senza costrutto, abbiamo rotto il giocattolo senza nemmeno la soddisfazione di vedere che genitori e zii e nonni se ne accorgono. Diamo quindi al circolo un suo senso, una sua povera ma sicura razionalità, che è il ritorno al punto di partenza. Non saremo i primi a farlo, e speriamo in un sussulto di saggezza al posto di nuove espettorazioni.

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