Pd-M5s e la tentazione del governo Leopolda e Associati

David Allegranti

Roma. Ma se alla fine nascesse un “Nazareno populista” (copyright Lorenzo Castellani), vale a dire un governo Pd-Cinque stelle? Difficile immaginarlo, ma qualche indizio c’è. Anzitutto, da giorni ci sono aperture al M5s pure tra i renziani, che dopo il 4 marzo avevano schierato il Pd all’opposizione (per quanto non chiaro all’opposizione di chi, visto che il governo non c’era e non c’è). Solo che quella reazione, un po’ stizzita, è già stata in parte rivista. “D’altronde – dice un dirigente del Pd al Foglio – la democrazia coerente è un’esigenza vitale del paese. E una democrazia parlamentare è coerente se produce un governo”. Chissà se basterà un simile appello alla concretezza e al pragmatismo a giustificare un cambio di rotta così evidente. Un governo Leopolda e Associati? Incredibile dictu. “Va bene volare alto, il modello tedesco, eccetera”, dice scettico Giuliano da Empoli, architetto del renzismo, favorevole piuttosto a un governo del presidente, “ma in Germania la Spd si è fatta convincere a governare con il partito di Adenauer, Kohl e Merkel, mentre da noi il Pd dovrebbe sostenere l’Opa sul governo di un’azienda privata. Non mi sembra esattamente la stessa cosa”. Eppure, osserva Castellani, “qualora si verificasse il risveglio del Pd ciò potrebbe avvenire, probabilmente, soltanto alla maniera renziana. Cioè attraverso un nuovo protagonismo politico, senza intermediazioni e muri di gomma istituzionali, che parta dal siglare un patto populista, un Nazareno 2, con il Movimento 5 stelle. Un accordo con cui Renzi cercherebbe di controllare da dentro e, soprattutto, da fuori, dal Parlamento, la vita del governo”.

 

Alfredo Bazoli, tra i renziani della prima ora, qualche giorno fa al Foglio spiegava le ragioni di una trattativa necessaria fra Pd e Cinque stelle in caso di archiviazione del dialogo fra Lega e M5s. “Se l’approccio da parte loro cambia, per cui non siamo più solo una stampella, ma la discussione diventa politica, il Pd ha il dovere di fare una verifica”. In che modo? “Secondo me il Pd deve sedersi attorno a un tavolo e verificare se è possibile trovare la convergenza su una piattaforma politica che però deve prevedere alcune condizioni e paletti messi da noi”. Ancora più radicale Claudio Velardi, certamente non ostile a Renzi: “Hanno vinto loro, d’accordo, ma non è giusto che la stagione delle riforme avviate dai governi Renzi e Gentiloni venga archiviata con ignominia. Quindi – potendo – bisogna fare in modo che, nel governo, vi sia un presidio riformista, qualcuno che difenda le cose buone fatte e impedisca che si avvii un gigantesco pogrom per distruggere ogni segno del recente passato. Cosa che i vincitori farebbero se avessero campo libero”. Insomma, dice Velardi, “il Pd non potrà spendersi per fare un governo con il centrodestra: sarebbe un enorme regalo ai Cinque stelle. Con i quali, invece, potrà andare al governo con l’esplicito obiettivo di fare pesare le ragioni del riformismo. Di quello realizzato nello scorso quinquennio e di quello da realizzare. Senza abiure, giusto con qualche correzione (non demagogica), il Pd potrà rimanere riferimento per chi pensa che il paese vada modernizzato, potrà diventare una bella spina nel fianco per i grillini e contrastare quotidianamente ogni deriva populista, protezionista, sovranista. Con successo? Si vedrà. In ogni caso tentando”. I preparativi sono in corso da giorni. Ieri Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, ha detto al Messaggero che “discutere non fa mai male”, neanche con il M5s. E il Pd, se chiamato da Roberto Fico, che ieri ha ricevuto dal presidente Sergio Mattarella l’incarico di esploratore (per l’appunto proprio per esplorare la possibilità di un governo Pd-M5s), “si siederà e ascolterà, ma chiederà pregiudizialmente che ci sia una chiarezza sui rapporti con la Lega. Sin quando non c’è una chiusura totale di quel fronte, qualunque discussione è inutile”. C’è chi tra i renziani traduce queste parole con: “I toni sono cambiati”.

 

Insomma, par di capire, i vari #senzadime #senzadinoi saranno messi presto alla prova. “Ascolteremo Fico, ma non c’è spazio per nessun accordo tra Pd e Movimento 5 stelle”, dice Davide Faraone. “Dal punto di vista del Quirinale doveroso provarci, da quello del Pd doveroso dire di no. Pd incompatibile sia col vero programma M5s sia con quello post elettorale”, dice Stefano Ceccanti. “Non ci sono le condizioni minime per una maggioranza politica tra Cinque stelle e Pd. Ascolteremo il presidente Fico con la dovuta attenzione, ma per noi le distanze sul programma restano molto marcate”, dice il capogruppo al Senato Andrea Marcucci. Chissà se la tentazione di non andare al governo sarà così solida anche nelle prossime ore. Per ora, osserva un franceschiniano, “non mi pare che i tempi siano maturi per uno scongelamento del Pd, non ancora almeno. L’opzione Fico può servire solo a Mattarella per dargli più libertà di manovra”.

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