Il senso del mandato esplorativo a Roberto Fico

Valerio Valentini

Il copione, per come Sergio Mattarella lo ha scritto dal 4 marzo in poi, non poteva non prevederlo. E infatti tutto è andato come previsto. Dopo quello affidato, con scarso successo, a Maria Elisabetta Alberti Casellati la scorsa settimana, oggi è arrivato il turno di Roberto Fico. È al presidente della Camera, convocato al Quirinale alle 17, che il Capo dello Stato ha affidato un mandato esplorativo dal perimetro ristretto e a scadenza ravvicinata. Speculare a quello che s'è visto ricevere la presidente del Senato, dunque, ma sul fronte opposto. Fico dovrà infatti sondare M5s e Pd, per capire se nel centrosinistra è possibile trovare una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un governo, e dovrà farlo nel giro di poco più di 48, per poi riferire al Colle l'esito delle consultazioni entro giovedì.

 

I tempi rapidi di Mattarella e la finta umiltà di Fico

Tempi rapidi: è questo ciò che, dopo quasi due mesi di tatticismi inconcludenti, esige Mattarella. Il quale, nel colloquio riservato con Fico, avrebbe appunto spiegato come, dopo la conclusione del mandato esplorativo alla berlusconiana Casellati, ha atteso "altri tre giorni per registrare eventuali novità pubbliche, esplicite e significative". Non sono arrivate, e allora ecco il nuovo tentativo, stavolta attraverso il grillino di sinistra che da barricadero s'è fatto, in queste prime settimane della sua nuova vita, stranamente istituzionale. Ma a modo suo, ovviamente. E infatti al Quirinale ci è arrivato, partendo da Montecitorio, a piedi. Segno di vicinanza al popolo, nella sua ottica, se non fosse però per quella dozzina di carabinieri costretti a formare un cordone umano tutto intorno a lui, che intanto era accerchiato anche dagli uomini della scorta. Anomalie grilline, ma vabbè. L'incontro al Colle è durato una manciata di minuti. Poi, dopo le dichiarazioni di rito di Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica, sul pulpito della sala alla Vetrata è salito proprio Fico. "Mi metterò al lavoro da subito. Sarà fondamentale partire dai temi e dal programma per l'interesse del Paese", ha dichiarato. Omettendo di specificare se si stesse riferendo al programma originario del M5s o a quello ritoccato alla bisogna dopo il voto online degli iscritti. Svista perdonabile, si dirà. 

 

 

Salvini: "Una presa in giro". Ma Di Maio: "Sei tu che non vuoi governare"

Intanto, mentre Fico tornava alla Camera nello stesso appariscente modo con cui era salito al Colle, si innescava l'inevitabile dibattito incrociato tra i vari partiti. Il meno contento di tutti è subito apparso Matteo Salvini, che con l'usuale suo garbo ha definito l'incarico in vista di una possibile intesa tra M5s e Pd come "una presa in giro". Per poi aggiungere: "Non è giusto, non è normale, non è rispettoso". Al segretario del Carroccio s'è poi rivolto, con tono assai stizzito, Luigi Di Maio. Il capo politico del M5s, tutt'altro che entusiasta nel vedere "l'amico Roberto" improvvisamente al centro delle trattative, in serata ha pubblicato in video parlando in modo non proprio enigmatico. "Dal suo comportamento ho capito che Salvini non vuole assumersi responsabilità di governo".

 

 

E poi: "Sinceramente non riesco proprio a capire come mai preferisca stare all'opposizione per il bene dei suoi alleati, invece di andare al Governo per il bene degli italiani. E dovrà darne conto a tutti gli imprenditori, pensionati, professionisti, giovani che lo hanno votato per vederlo al Governo e invece ha reso il loro voto ininfluente. Non si dica che non c'ho provato fino alla fine, adesso buona fortuna". Apparentemente, è la chiusura del forno leghista paventata già giorni fa, in un "penultimatum" la cui scadenza si è in realtà protratta assai oltre il limite inizialmente fissato. In verità, chi sta intorno a Di Maio la spiega diversamente, la ratio di questo attacco.  "E' un modo per stanarlo, o quantomeno per addossargli la responsabilità della rottura del dialogo". Del resto, nei piani del leader grillino, il tavolo di discussione preferibile è proprio quello a cui dovrebbe sedersi Salvini. E dunque, sin dalle prossime ore, l'obiettivo dei Casaleggio boys sarà quello di tirarla per le lunghe, sperando che dopo lo scontato trionfo in Friuli-Venezia Giulia alle regionali del 29 aprile, il segretario della Lega si deciderà a rompere con Berlusconi. 

 

Il Pd (anche renziano) apre, i Casaleggio boys temono la trappola

In questo strano ribaltamento dei ruoli, infatti, succede anche che si facciano più evidenti, seppur ancora contraddittori, i segnali di apertura da parte del Pd all'ipotesi di un'alleanza coi Cinquestelle. Di Maio, non a caso, s'affretta a raffreddare gli entusiasmi dei grillini più vicini a Fico, che a questa prospettiva guardano con speranza, e nel suo video serale chiarisce: "Voglio dirlo chiaramente ai nostri attivisti: quello che valeva per la Lega, vale anche per il Pd. Le condizioni non cambiano: vogliamo un contratto di governo, fatto a partire dal nostro programma e sulla base redatta dal prof. Giacinto Della Cananea". Peccato, semmai, che in quel documento tanto celebrato da Di Maio sul Sacro Blog ci sia soprattutto la spiegazione di come sia impossibile trovare delle vere convergenze programmatiche tra i potenziali contraenti, se non su punti assolutamente vaghi. Ma anche questi, per lo stato maggiore grillino, devono essere dettagli. Più significativi, invece, i messaggi di distensione inviati dai vertici del Nazareno.

 

Certo, il presidente del Pd, il renziano Matteo Orfini e il capogruppo al Senato, il renzianissimo Andrea Marcucci, hanno subito provato a chiudere la porta: "Eravamo, siamo e resteremo alternativi ai Cinque Stelle per cultura politica, programmi e idea della democrazia. Quindi non ci sono le condizioni per un accordo politico tra Pd e M5s. L'abbiamo sempre detto e lo ribadiamo nel merito". Ma anche nelle pattuglie fedeli all'ex segretario si registrano delle novità, rispetto al categorico #senzadime lanciato settimane fa. E poi c'è quello attuale, di segretario, il reggente Maurizio Martina si mostra molto più possibilista: "Ci confronteremo con il presidente Fico - dice - con spirito di leale collaborazione secondo il mandato conferitogli dal presidente Mattarella". Purché, beninteso, si ponga fine a "ogni ambiguità e di trattative parallele con noi e anche con Lega e centrodestra". Cosa che Di Maio difficilmente farà, convinto com'è che le uniche sue possibilità per arrivare a Palazzo Chigi passino da un eventuale accordo con la Lega. Tutte cose con cui, a partire da domani, dovrà fare i conti Fico. E domani è un altro giorno: il cinquantunesimo di questa estenuante crisi. 

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