Il terrore di Salvini per il piano B

Claudio Cerasa

La ragione principale per cui nei prossimi giorni Matteo Salvini proverà in tutti i modi a far nascere un governo insieme con il Movimento 5 stelle non è legata a romantiche questioni di responsabilità politica ma principalmente a ciniche questioni di responsabilità tattica. Più che la gravità del contesto internazionale, con i venti di guerra in Siria, la nascita di una nuova coalizione anti Assad, i missili mostrati via social da Trump a Putin, l’elemento che spingerà il leader della Lega a trovare un accordo con Luigi Di Maio riguarda la possibilità che la battaglia dei veti tra centrodestra e Movimento 5 stelle contribuisca a rendere possibile uno scenario che per Salvini sarebbe drammatico: la maturazione di un governo costruito non a immagine e somiglianza di Salvini e di Di Maio ma a immagine e somiglianza di Sergio Mattarella. Il motivo per cui da giorni Salvini ripete con insistenza – lo ha fatto anche ieri a Terni in tour elettorale – che “deve essere chiaro agli alleati di centrodestra che col Pd non può essere fatto nessun ragionamento” è che il leader della Lega ha cominciato a capire con chiarezza che il fallimento del progetto di governo con il 5 stelle porterebbe Mattarella non a sciogliere le Camere ma a valutare con quale formula potrebbe nascere il famigerato governo del presidente. Sulla carta, naturalmente, in Parlamento esisterebbero anche altre opzioni da mettere in campo per cercare un’alternativa al governo Lega-M5s ma i numeri parlano chiaro.

 

Un governo tra M5s e Pd sarebbe possibile solo a condizione che i senatori e i deputati più vicini a Matteo Renzi decidessero di tradire la linea dell’ex segretario del Pd: a Palazzo Madama M5s, Pd e Leu hanno 165 voti (maggioranza 161) ed essendo i senatori fedelissimi a Renzi tra i 27 e i 30 (sui 52 totali) è evidente che un governo con Di Maio senza il consenso di Renzi non può nascere. Dunque, nel caso di un fallimento del governo dei capricci populisti, l’alternativa resterebbe una: non una impossibile maggioranza del tutti dentro (se il M5s e la Lega non si mettono d’accordo per fare un governo da soli come potrebbero mettersi d’accordo per farlo insieme con tutti gli altri?) ma una sofisticata maggioranza istituzionale composta dai parlamentari del centrodestra (a Palazzo Madama i senatori sono 137) e da quelli del Pd (in teoria, per far nascere un governo di centrodestra al Senato basterebbe il sì di 37 senatori, o l’astensione di tutto il gruppo del Pd). L’incrocio tra centrodestra e Pd (è il lodo Gianni Letta) non è lo schema privilegiato dal presidente della Repubblica ma è uno schema che in mancanza di accordo tra Di Maio e Salvini potrebbe prendere forma e porterebbe diversi problemi per Salvini. Due su tutti: il dramma di dover accettare di avvicinare il centrodestra all’odiato Pd e il dramma conseguente di regalare l’opposizione al Movimento 5 stelle.

 

Prima ancora dunque della responsabilità di affrettare i tempi del governo per questioni legate alla necessità di non lasciare l’Italia senza un esecutivo legittimato a governare in un momento geopoliticamente delicato anche per il nostro paese, la ragione che spingerà il leader della Lega a replicare probabilmente a tutti i costi le fruttuose intese già trovate in Parlamento con il M5s sulle elezioni dei presidenti, dei vicepresidenti, dei questori e dei capi delle commissioni speciali di Senato e Camera (ieri Salvini e Di Maio hanno trovato un accordo per dare a un esponente della Lega, Nicola Molteni, la guida della commissione speciale di Montecitorio) è legata alla necessità per Salvini di fare di tutto per evitare di essere schiacciato dal piano B e regalare al Movimento 5 stelle lo spazio dell’opposizione. Il leader della Lega non ha interesse a rompere con il centrodestra e difficilmente potrebbe permettersi una rottura traumatica con il Cav. sia in caso di governo con Di Maio sia in caso di voto anticipato (se Lega e M5s dicessero di no a ogni governo si dovrebbe andare a votare ma andare a votare senza il consenso di Forza Italia per la Lega significherebbe andare alle elezioni senza alleati: ne vale la pena?).

 

Ma il rischio che il piano B possa far passare Salvini dal ruolo del vincente a quello dello sconfitto è un punto che il leader della Lega non può sottovalutare. Ed è per questo che nei prossimi giorni non ci sarà mossa di Salvini – compresa quella di chiedere a Forza Italia, d’intesa con il M5s, un passo indietro concordato dalla maggioranza di governo in cambio di garanzie certe per Forza Italia – che potrà prescindere da questo principio: l’unità del centrodestra è fondamentale ma la Lega (e Salvini) può permettersi di rimanere intrappolata nel piano B? Il nuovo giro di consultazioni, in fondo, non potrà che ripartire anche da qui.

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