“Capicorrente senza corrente”. I grillini snobbano Franceschini e Orlando

Valerio Valentini

La cosa bizzarra, ad ascoltare le reazioni dei pentastellati in Transatlantico, è che a essere poco entusiasti, dell’apertura di Dario Franceschini al Movimento 5 stelle, sono proprio loro stessi: i grillini. I quali si mostrano sostanzialmente indifferenti, e forse perfino sarcastici, nei confronti del ministro dei Beni culturali. “Non possiamo augurarci che facciano un governo Salvini-Di Maio. Dobbiamo evitare la nascita di quel governo, anche se ci conviene”, aveva detto Franceschini durante l’assemblea dei parlamentari del Pd, martedì scorso. Sperando, certo, di far desistere Matteo Renzi dai suoi propositi, ma anche, magari, di fornire ai grillini una buona opportunità per allontanarsi dalla Lega. Macchè. “Per noi non cambia nulla: restiamo fermi sul nostro schema”, ribadiscono gli esponenti dei Cinquestelle più vicini a Luigi Di Maio.

 

Al solo sentirlo nominare, Riccardo Fraccaro si stringe nelle spalle: “Non sono io quello adatto a dire se l’apertura di Franceschini cambia qualcosa”. E però anche lui, come i capigruppo e gli uomini di fiducia del capo politico pentastellato, ha preso parte alle lunghi riunioni dei vertici grillini di ieri, quelle necessarie a definire la linea in vista della salita al Colle di oggi pomeriggio per il secondo giro di consultazioni. Sulle conclusioni del vertice ristretto, riserbo assoluto. Quello che è chiaro, però, è che Franceschini non ha smosso le acque. Neppure a giudizio di chi nelle scorse settimane si mostrava più favorevole a un dialogo col Pd. “Il problema di Franceschini è che non ha i numeri. Così come non ce l’hanno quelli della minoranza”, riflettevano tra loro i grillini, quasi a depotenziare preventivamente l’altra strizzata d’occhio, quella di Andrea Orlando. Che ieri, pure lui, ci ha riprovato: “Se i 5 stelle rinunciano alla Lega siamo pronti a discutere”.

 

Nulla da fare, per banale ragioni aritmetiche. Quel Pd “derenzizzato” di cui tanto si è parlato per auspicare l’accordo tra i dem e i Cinquestelle, semplicemente non garantisce alcuna possibilità di far partire un governo. Lo ha ribadito anche Danilo Toninelli, dicendo che la risposta loro se l’aspettano “unitaria” e da parte “di tutto il partito democratico”, non da singoli esponenti. Quanto al leader di AreaDem, a ridimensionarne le ambizioni, almeno in questo inizio di legislatura, ci ha pensato ieri una deputata M5s molto influente: “Se sei un capocorrente ma ti ritrovi senza corrente, non hai una grande credibilità”. Ci sta, certo, che sia tutta pretattica, nell’attesa di capire anche le intenzioni di SergioMattarella. Ma quel che è chiaro è che, fino quando non dovesse diventare inevitabile, i Cinquestelle non cambieranno lo schema di gioco fin qui adottato. A ribadirlo, ieri, l’accordo trovato per l’affidamento della guida della commissione speciale alla Camera, con tanto di comunicato congiunto di Di Maio e Salvini a sigillare l’intesa.

  

Sono tornati a sentirsi a telefono, i due leader: per la prima volta dopo il giro iniziale di consultazioni al Quirinale. E ne è scaturita l’idea di eleggere Nicola Molteni, leghista di Cantù con già due legislature alle spalle, alla presidenza dell’organo che dovrà discutere delle questioni urgenti, Def compreso, in attesa del nuovo governo. Mossa tattica, che è servita a Salvini a tenere ancora libero da qualsiasi incarico il suo più fidato stratega, quel Giancarlo Giorgetti che pure sembrava il principale indiziato della vigilia. Certo, sulla strada che porta alla stretta di mano definitiva, tra Di Maio e Salvini, resta Silvio Berlusconi. E non a caso ieri è riapparso sui social Alessandro Di Battista, in eterno procinto di partire per San Francisco. E lo ha fatto, guarda un po’, proprio per rinnovare a Salvini l’invito a mollare il leader di Forza Italia. Cosa che, i grillini ne sono convinti, il leader leghista prima o poi farà.

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