Ma quale ribellismo e opposizione? Il sud vuole una classe dirigente

Umberto Minopoli

È Pino Aprile, scrittore e giornalista meridionalista, che fissa i paletti del trionfo a cinque stelle: “Il voto ha un confine geografico, compatto ed omogeneo, è esattamente quello dell’ex Regno delle due Sicilie”. Per l’autore di Terroni e de Il sud puzza, il segno del voto è la ribellione del Sud saccheggiato, depredato, spolpato: “Avremmo votato pure Belzebù, continua Pino Aprile, pur di liberarci di questi politici di oggi”. È la stessa lettura “sociale e territoriale” del voto pentastellato che fa Roberto Saviano: una sorta di semplificazione cafona, surrogato di mitologie dell’antistato, reincarnazioni attualizzate di sanfedismo “in marcia”, di lazzaronismo redivivo: l’eterna scena barocca che si ripete. Dove alla gabella spagnola che motiva la rivolta si sostituisce un moderno reddito di cittadinanza. Ma gli intellettuali di sinistra hanno, anche, una versione colta di questa narrazione. Più intrigante, complessa e sofisticata. Niente affatto cafona.

 

Appunti definitivi sulla vexata quaestio meridionale. Girotondo fogliante

Assistenzialismo, reddito di cittadinanza, servizi inefficienti. Da dove può ripartire il sud per recuperare il divario con la parte ricca del paese? 

 

La “ribellione del Sud”, titolava nei giorni scorsi un interessante articolo di Lucrezia Reichlin e Francesco Drago sul Corriere. La cifra è analoga: la ribellione, il voto di opposizione. I due economisti però ne danno una versione più sofisticata, irriducibile al borbonismo straccione di Pino Aprile e Roberto Saviano. Per loro i governi del Pd non hanno depredato il Sud. Anzi hanno messo in campo “sistemi più evoluti di welfare (80 euro, reddito di inclusione ecc.) in condizioni ineludibili (anche per gli autori) dei vincoli europei e di salvaguardia della crescita. E allora? Perché la “ribellione”del sud? Reichlin e Drago danno una spiegazione politica: il collasso delle classi dirigenti locali, l’implosione della struttura organizzativa del Pd e della vecchia sinistra, divenute evanescenti e “non (più) in grado di trasmettere” le politiche sociali “più evolute” dei governi nazionali. Reichlin e Drago, però, finiscono per indulgere anch’essi a una lettura progressista del voto ai Cinque stelle: “ribellione” alla staticità, autoreferenzialità, notabilato del ceto politico Pd; voto dinamico irriducibile al paradigma assistenziale.

 

Pur se più complessa, colta e sofisticata delle letture neoborboniche, lazzaroniste e ribellistiche di Saviano e Pino Aprile, l’analisi di Reichlin e Drago finisce però per convergere con esse: il voto ai Cinque stelle certifica un “Sud all’opposizione”, una rivolta politica che delegittima e cancella, definitivamente, un precedente ceto politico, un sistema di partiti e di classi dirigenti. In questo senso il voto del Sud è rivoluzionario, rispetto a quello del Nord che ha premiato il centrodestra: segnala più discontinuità, rottura, è più decisamente anti sistema. E’ veramente così? Questa lettura di opposizione, antisistema, ribellistica del voto grillino al Sud fa sussultare la sinistra spaesata. Che crede di ritrovarvi i suoi stilemi, le sue pretese identitarie, i suoi linguaggi, la sua anima (opposizione, ribellione,pauperismo, rigetto del riformismo come cultura di establishment). Quel voto “ci appartiene” è il mantra di Emiliano e della vecchia sinistra. Cui si adeguano i “dorotei” della direzione del Pd alla ricerca avida di ragioni per un dialogo con i grillini. E se, invece, stessero andando tutti “fuori tema”? Se fosse troppo facile, sbrigativa e autoconsolatoria la tesi del “Sud all’opposizione”? E se ci fosse, invece, qualcosa di diverso (e niente affatto nuovo e inedito) nel voto del Mezzogiorno? Affatto di “opposizione” o di protesta sociale pauperista? E che suggerisce tutt’altro che politiche “collaborative”? L’estensione, la diffusione, l’omogeneità, la mancanza di articolazioni del voto grillino al Sud esclude, innanzitutto, il facile argomento del voto “socialmente” caratterizzato, della ribellione degli strati più esclusi, della protesta degli “ultimi”.

 

Non si fa giustizia al Mezzogiorno se si continua a descriverlo nei termini di una struttura sociale semplice, priva di piramide, univocamente segnata dall’arretratezza e dal gap sociale. E, univocamente, collocabile all’opposizione e votata alla ribellione “antisistema”. Niente affatto. E’ proprio l’omogeneità, la compattezza, l’interclassimo evidente del voto meridionale ai Cinque stelle che ci dicono che c’è più opinione diffusa che motivazioni sociali nel voto del sud. C’è più politica che società articolata (bisogni, programmi, aspettative, attese sociali ecc) nel voto grillino. Qualcosa che non è nuovo nella storia del Mezzogiorno. Quello che ha fatto smottare, terremotare e deflagrare il voto meridionale non è stata affatto una “voglia di opposizione”. Al contrario. L’elettorato meridionale (in ogni strato sociale a articolazione) ha avvertito l’imminenza di un ricambio di ceto dirigente. E lo ha supportato. L’intero sistema dei media, sondaggisti, opinionisti, parti enormi dell’estasblishment, anche economico, ha sostenuto e legittimato la novità dei Cinque stelle, del loro avvento al primato politico e della solitudine del Pd. Nemmeno l’evidenza di un governo virtuoso avrebbe frenato lo smottamento del Pd. L’avvento dei Cinque stelle, come primo partito, è stato descritto come ineluttabile. E il sud, come dire si adegua.

 

C’è una certa laicità, pragmatismo, perfino modernità nel voto meridionale. Il sud è attento più per al ricambio di ceti dirigenti (che poi dovrebbe essere un’abitudine dei sistemi parlamentari) che all’attrazione delle promesse programmatiche. Le abitudini del voto meridionale non sono affatto quelle di società arretrate, stagnanti, dipendenti, assistenzialistiche. Affatto. Nelle società bloccate il voto è stabile, poco cangiante, di appartenenza. Al contrario la storia del Mezzogiorno (a partire dalla metà degli anni 70) è storia di straordinaria mobilità elettorale. Il sud ha supportato ribaltoni elettorali e cambi di ceto dirigente, a tempi alterni, che hanno interessato l’intero spettro della politica italiana: dal centro, a destra, a sinistra. E con una nettezza e omogeneità interna non rintracciabile nel voto politico nazionale.

 

La storia elettorale della Campania e della Sicilia, le regioni leader del Mezzogiorno, sono lì a testimoniarlo: il Sud vota, assai più facilmente, per chi fa intravedere la realistica possibilità di diventare classe dirigente che di chi promette opposizione. Poco romanticismo e ribellismo. E molta attesa di un ricambio. Altro che “ribellione del sud”. Se le cose stanno così le ricette che destra e sinistra stanno immaginando per un recupero del voto grillino al sud sono pateticamente fuori luogo, inutili e deludenti. C’è un effluvio nelle analisi, nei commenti, nelle autocritiche dei perdenti, nelle sofisticate elucubrazioni dei politologi della pretesa natura sociologica del voto grillino al sud. Che giustificherebbe un ripensamento radicale delle politiche del lavoro, del mantenimento, del trattamento della povertà. Che fanno profilare un pauroso arretramento dalle acquisizioni riformistiche (il lascito più significativo della stagione renziana) e modernizzatrici delle politiche sociali e del lavoro. C’è davvero il pericolo che, dalle politiche previdenziali a quelle del lavoro e dei trattamenti di povertà, la (forse) breve legislatura che ci aspetta segni un regresso e un ritorno a versioni “mediterranee” delle politiche sociali. Da cui ci preserva solo la loro oggettiva insostenibilità con i parametri europei e i vincoli della crescita economica.

 

Il voto grillino non si fronteggia con l’arretramento sulla modernizzazione del mercato del lavoro, anche al sud, e con le concessioni assistenziali. Né con lo stagnazionismo delle politiche ambientali, l’ecologismo del nulla movere interpretato come altro pilastro del voto grillino al sud. La sinistra interpreta questi due fattori – politiche sociali pauperistiche e ambientalismo aggressivo (il modello Ilva chiusa o la funebre narrazione della Terra dei Fuochi – come ciò che l’accomuna al mood pentastellato. Sarebbe il suo definitivo auto-da-fé, il congedo di ciò che resta della sinistra da ogni funzione di utilità al recupero dei divari del Sud. Non è arretrando la frontiera del governo e dello sviluppo del sud e di una sorta di lavacro nel sociale che le classi dirigenti di sinistra (ma anche della destra) possono mostrare pentimento e aspirare al recupero dei voti grillini. Ad esempio: oltre le europee, la prossima scadenza elettorale al sud sarà quella regionale. E ci sarà il voto di Napoli. Quale modello il Pd (che governerà ancora per due anni le regioni del Sud) aggiornerà e rilancerà? Quello protogrillino di Emiliano o De Magistris del “sud all’opposizione” o quello di De Luca? Non sono uguali. Checché si dica il governatore campano ha puntato tutto sulla modernizzazione e la sfida europea delle politiche sociali e di sviluppo. E la Campania, in un triennio, ha ridisegnato le gerarchie del sud, ha riagguantato la Puglia e ha conquistato primati economici. Il contrario del “sud all’opposizione”. Sarebbe un colossale errore abbandonare il modello campano per inseguire suggestioni ribellistiche e antagoniste male interpretando il voto grillino. La sinistra (ma anche la destra) si consolino con una certezza: il voto dei Cinque stelle è politico, non sociale, ed è anche mobile, cangiante, niente affatto stabile. Come sempre è stato nel voto meridionale. Si recupera se si appare forza di governo. Alle testimonianze sociali, in realtà, ilsud è avverso.

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