Il governo Masha e Orso

Claudio Cerasa

Questo articolo nasce da un’idea spericolata ma ambiziosa, che volendo potrebbe essere sintetizzata così: provare a spiegare gli immensurabili rischi con cui dovrebbe fare i conti la nostra sicurezza nazionale in presenza di un governo costruito sul modello geopolitico di Masha e Orso. Masha è una bambina protagonista di un famoso cartone animato russo, piccola e bionda con gli occhi verdi, irrequieta e testarda che vive in una casa sperduta nella taiga, vicino a una fermata della ferrovia Mosca-Pechino, e che passa il suo tempo in compagnia di un Orso, a cui è molto affezionata ma con cui si diverte a fare ogni giorno mille capricci. E anche Orso sapete tutti chi è: è l’altro protagonista del cartone russo, viene dal circo, vive in una casa isolata nella foresta, ha andatura bipede, atteggiamenti antropomorfi, sa leggere e scrivere, non parla come tutti gli altri animali secondari ma si esprime con ruggiti in tonalità diverse, e con Masha parla soprattutto coi gesti.

 

 

Prima di arrivare però a Masha e Orso – prima di provare a spiegare cioè cosa c’entra con Luigi Di Maio e Matteo Salvini il meraviglioso e ipnotico cartone russo che prende possesso ogni sera degli schermi di ogni genitore italiano – bisogna fare una piccola premessa e mettere insieme due notizie importanti maturate negli ultimi giorni.

 

La prima notizia è legata all’impressionante serie di arresti e di espulsioni messe in fila negli ultimi giorni in Italia per ragioni legate all’antiterrorismo. Ieri mattina, su ordine del gip di Roma, sono state arrestate cinque persone connesse alla rete dei contatti italiani di Anis Amri, il terrorista che un anno e mezzo fa organizzò una strage al mercato natalizio di Berlino. Due giorni fa, a Torino, è stato arrestato un militante dello Stato islamico, considerato autore del primo testo di propaganda dell’Isis in Italia. Tre giorni fa, a Foggia, un cittadino italiano di origine egiziana è stato arrestato con l’accusa di indottrinare al martirio alcuni bambini durante le lezioni di religione tenute in una associazione culturale islamica.

 

La seconda notizia è legata alle parole contenute nel severo comunicato diffuso ieri da una fondazione di En Marche legata a Emmanuel Macron (comunicato poi ritirato – leggete gli articoli di Salvatore Merlo e David Carretta) rispetto all’idea che il Movimento 5 stelle potesse discutere di costruire con En Marche un percorso comune nel prossimo Parlamento europeo: “I valori progressisti di apertura e umanesimo che formano la colonna vertebrale di Europe en Marche non sono compatibili con le posizioni demagogiche e populiste, e apertamente euroscettiche, del Movimento 5 stelle”.

 

Avete capito forse dove vogliamo arrivare: qualora le posizioni demagogiche e populiste, e apertamente euroscettiche, dovessero fondersi tra loro e formare un governo, cosa altamente probabile, che cosa cambierebbe, concretamente, per la nostra sicurezza nazionale? In altre parole: qualora Lega e Movimento 5 stelle dovessero riuscire a costruire una maggioranza, sulla sicurezza italiana che impatto avrebbe la tendenza a declinare la dottrina isolazionista inscritta nel Dna di ogni politico sovranista? Da un certo punto di vista, i sovranisti pongono un problema che ha un suo tratto di verità: il grande tema di ogni paese oggi è capire quale deve essere il giusto rapporto tra la difesa dell’interesse nazionale e la difesa della sovranità nazionale. Il problema, se vogliamo, è che di fronte a questo tema la risposta dei sovranisti è diametralmente opposta rispetto a quella data dai partiti europeisti. I primi sostengono che l’interesse nazionale lo si può difendere solo investendo sulla difesa della sovranità nazionale. I secondi sostengono che ogni interesse nazionale può essere difeso fino in fondo se quell’interesse diventa un pezzo di patrimonio dell’Europa. L’approccio dei sovranisti è un approccio non solo teorico ma che presenta alcune caratteristiche precise che messe insieme aiutano a capire bene che cosa si intende per discontinuità rispetto al modello di sicurezza nazionale attuale, incentrato cioè sulla difesa dell’Europa. In senso stretto, isolazionismo significa considerare come problemi che riguardano l’Italia solo quelli che si manifestano sul nostro territorio – concetto perfettamente riassumibile nell’espressione: il terrorismo lo si combatte semplicemente bloccando gli sbarchi. E in questi anni la tendenza isolazionista di Lega e Movimento 5 stelle si è manifestata in almeno due varianti. La prima variante riguarda l’idea che la difesa del nostro interesse nazionale, sul fronte della sicurezza, sia un tema che riguarda più i confini del nostro paese che i confini dei paesi che si trovano a un passo da noi. Esempio pratico: che cosa hanno fatto il Movimento 5 stelle e la Lega quando, a inizio anno, la maggioranza di governo uscente ha votato la risoluzione del governo che prolungava anche nel 2018 le missioni internazionali del nostro paese varandone tre nuove in Tunisia, Niger e Repubblica Centrafricana?

 

L’antieuropeismo di Lega e M5s è una minaccia per la sicurezza

E che cosa hanno fatto il Movimento 5 stelle e la Lega quando il Parlamento italiano ha scelto di decidere se inviare o no 470 militari di supporto al governo locale “nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area”? Hanno deciso di non votare a favore. La Lega nord astenendosi. Il Movimento 5 stelle votando contro. Piccolo problema: immaginare che per difendere i confini dell’Italia non sia necessario occuparsi anche dei confini africani che mettono in pericolo quelli italiani (per non parlare della Libia, dove fino a qualche tempo fa la linea del Movimento 5 stelle, per dirne una, era quella di sbarazzarsi di Serraj e affidare a Venezuela e Cuba la mediazione con le tribù locali) è una scelta che rischia di rafforzare o di indebolire la sicurezza di un paese?

 

La seconda variante sul terreno della declinazione dell’isolazionismo è legata al contesto entro il quale un governo sceglie di proiettarsi nel futuro. E qui il problema non è legato soltanto all’essere filo atlantisti o anti atlantisti, a essere putiniani o non putiniani, a essere filo israeliani o non filo israeliani, al cambio difficile ma non impossibile di una nostra storica collocazione internazionale, dal puntare più sull’equidistanza con tutti che sull’equivicinanza con tutti. Il grande problema, quello che alla lunga potrebbe avere un impatto sulla nostra vita, sulla nostra idea di Europa e sulla nostra idea di sicurezza, è anche un altro. E’ scegliere da che parte stare quando Macron dice che contro il terrorismo non ci si può rinchiudere nei propri confini ma occorre:

(a) ampliare i lavori contro il finanziamento del terrorismo e della propaganda terroristica su internet;

(b) rinforzare la nostra cybersicurezza creando uno spazio di sicurezza e giustizia comune;

(c) raggiungere una capacità di azione autonoma europea complementare a quella della Nato lavorando a un fondo europeo di Difesa che finanzi le nostre capacità militari e la nostra ricerca;

(d) immaginare di accogliere negli eserciti di ciascun paese dei militari di tutti gli altri paesi europei disposti a partecipare alle iniziative del paese ospitante;

(e) lavorare per far sì che nel prossimo decennio l’Europa possa dotarsi di una forza comune d’intervento, di un budget della Difesa comune e di una dottrina comune.

Non essere ostili all’Europa non è naturalmente sufficiente per avere una buona sicurezza garantita e per essere al riparo dagli attacchi terroristici – e in Francia ce ne accorgiamo purtroppo ogni settimana – ma è una condizione necessaria per tentare in tutti i modi di passare dalla prevenzione alla repressione del terrorismo. E anche qui, dunque, la domanda è quasi spontanea: il fatto che su questi punti i programmi di Movimento 5 stelle e Lega siano costruiti con una forte connotazione antieuropeista, in prospettiva, per la difesa della sicurezza del nostro paese, è una garanzia o è una minaccia?

 

A tutto questo poi c’è un ultimo elemento importante da mettere a fuoco che riguarda la retorica vuota della trasparenza – che fine farà il segreto di stato nell’èra Di Maio-Salvini? L’idea cioè che non ci possa essere alcuna politica accettabile in materia di sicurezza nazionale se questa non risponda ai criteri della onestà e della limpidezza. “Il Movimento 5 stelle – ha scritto Luigi Di Maio nel programma elettorale con cui si è candidato a guidare il paese – reputa meno efficiente un sistema di sicurezza organizzato secondo una struttura piramidale, in cui lo Stato sia l’unico soggetto preposto a garantire la prevenzione e la repressione dei crimini e in cui il cittadino sia dunque semplice destinatario delle politiche elaborate a livello governativo e realizzate per mezzo delle Forze di Polizia. Per questo motivo ci impegneremo affinché siano disciplinate forme di sicurezza partecipata, in cui il bene in questione sia prodotto dall’intera collettività, consentendo a ciascuno di dare il proprio fondamentale contributo, nell’ambito del ruolo sociale rivestito”. In sintesi estrema: finora, toccando ferro, l’Italia, rifiutandosi di vivere come se fosse in una casa sperduta nella taiga, è stata l’unico grande paese dell’occidente che si è saputo difendere dal jihad. Di fronte alla prospettiva possibile di un governo formato da una Masha in formato Pomigliano e da un Orso in formato lombardo-putiniano la domanda non può che essere una: quando si troveranno ad armeggiare con le leve della sicurezza nazionale cambierà l’Italia o cambieranno i populisti? “Di fronte all’Internazionale terroristica – ha detto il presidente francese nel suo famoso discorso alla Sorbona – l’Europa della sicurezza è il nostro scudo. I terroristi si infiltrano ovunque in Europa, le loro ramificazioni arrivano in tutti i nostri paesi. E’ dunque insieme che dobbiamo reagire e passare dalla prevenzione alla repressione”. Il modello Masha e Orso, a naso, non sembra essere il più adatto a garantire pienamente la sicurezza dell’Italia. E dovendo scegliere tra il modello taiga e quello Macron non dovrebbe essere così difficile capire da che parte stare.

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