La gabbia di Salvini e Di Maio

Claudio Cerasa

“La Commissione europea non vuole entrare nel processo democratico italiano o chiedere riforme che siano impopolari, ma c’è una debolezza della produttività che l’Italia deve affrontare e visto il livello di debito elevato occorre condurre politiche di bilancio responsabili”. Le parole consegnate ieri ai cronisti dal commissario agli Affari economici dell’Unione europea, Pierre Moscovici, ci portano a ragionare su una dimensione che sarà decisiva per capire che traiettoria imboccherà l’Italia dei Salvini e dei Di Maio da qui ai prossimi mesi: ma esiste davvero una gabbia europea capace di contenere gli istinti dei partiti antieuropeisti? Il paradosso della condizione economica in cui si trova oggi l’Italia ci dice che i buoni fondamentali di cui può disporre il nostro paese mettono i partiti che hanno vinto le elezioni nella condizione di poter fare sulla carta più o meno tutto quello che credono.

 

Il problema, dunque, non è “se” Luigi Di Maio e Matteo Salvini siano nelle condizioni di mantenere le proprie promesse ma, piuttosto, se siano disposti a correre il rischio di fare quello che oggi temono, nell’ordine, la Banca centrale europea, la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale: trasformare nel collante del prossimo governo l’idea di eliminare proprio le riforme che hanno permesso all’Italia di avere buoni fondamentali. La “gabbia” composta dall’insieme delle regole e dei trattati che tengono salda l’Unione europea prevede che ogni paese molto indebitato dia prova di affidabilità tenendo ovviamente in ordine i conti. E tenere i conti in ordine per un paese come l’Italia, oggi, significa tre cose.

 

Primo: rispettare il Fiscal compact, ovvero prepararsi a costruire una manovra di bilancio nel 2018 senza portare il rapporto tra deficit e pil sopra lo 0,9 per cento. Secondo: assicurarsi di rendere sostenibile il nostro sistema pensionistico ricordandoci che in Italia la spesa per le pensioni è ancora la seconda più alta dell’Unione europea subito dopo la Grecia. Terzo: evitare che le politiche di bilancio abbiano un effetto negativo sui mercati ricordandoci che è grazie all’affidabilità mostrata negli ultimi anni dall’Italia e al conseguente Quantitative easing messo in campo dalla Bce che il nostro paese oggi in termini di spesa sugli interessi sul debito spende 63 miliardi di euro contro gli 83 miliardi annui del 2012. Il problema dunque si presenta in modo autoevidente: se Luigi Di Maio ha ragione quando dice che Matteo Salvini è un tipo che mantiene le promesse, cosa accadrebbe al nostro paese qualora il governo della protesta dovesse mantenere le promesse messe insieme in campagna elettorale?

 

A metà del 2017, il M5s, usando già allora le stesse parole che in campagna elettorale avrebbe poi utilizzato la Lega di Salvini, presentò una nota per suggerire alcune modifiche al Def e in quella nota scrisse due priorità che potrebbero diventare reali in presenza di un governo Di Maio-Salvini. Primo: “Sospendere l’applicazione del raggiungimento del pareggio di bilancio e quindi il rispetto dell’indebitamento entro il 3 per cento del pil, fino al conseguimento di uno stato di benessere sociale” (sic). Secondo: “Procedere a una modifica delle attuali politiche in materia pensionistica e previdenziale a partire dall’abolizione della c.d. riforma Fornero, introducendo una flessibilità pensionistica diversa da quella prospettata con ‘l’anticipo pensionistico’ conditio sine qua non per favorire il ricambio generazionale”. Un esecutivo antieuropeista guidato da Salvini e Di Maio potrebbe nascere mettendo proprio questi due punti all’ordine del giorno. E per quanto Lega e 5 stelle possano cercare di trovare una qualche autorevole figura disposta a essere in Europa il garante di un esecutivo di protesta (Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea degli investimenti, uomo molto apprezzato dal presidente della Bce, è il sogno proibito di Di Maio e Salvini e forse resterà tale) di fronte alla violazione dei due pilastri che tengono in piedi i conti italiani – e che rendono l’Italia credibile quando il Mef invita gli investitori a scommettere attraverso i titoli di stato sul futuro del nostro paese – l’unica gabbia che potrebbe contenere le pulsioni antisistema di Lega e M5s non è quella del Fiscal compact ma è ancora una volta quella dei mercati. 

 

E per questo la domanda vera a cui occorrerà rispondere nei prossimi mesi in presenza di un governo grillino-leghista non è se l’Europa consentirà o no all’Italia di sforare eventualmente il deficit (dal punto di vista tecnico, la Commissione europea non può impedirlo, ma può al massimo usare la stessa strada adottata in passato per lo sforamento voluto da Francia e Spagna: aprire una procedura di infrazione). Ma è più sofisticata: fino a che punto Di Maio e Salvini saranno disposti a lottare con i mercati? La possibile sfida rivolta da Di Maio e Salvini ai mercati potrebbe emergere già all’interno del prossimo Def (se nascerà un nuovo governo prima della metà di aprile, il Def verrà fatto non dal governo in carica per gli affari correnti ma dal nuovo: c’è tempo fino al termine di aprile) e non ci vorrà molto per capire se la paura di essere giudicati negativamente dagli investitori stranieri avrà l’effetto o no di diluire le promesse populiste. Se la scelta dovesse essere quella di non sfidare i mercati, la riforma delle pensioni e i trattati europei non verranno aggrediti. Se viceversa la scelta dovesse essere quella di sfidare i mercati le promesse della campagna elettorale verrebbero rispettate.

 

Immaginare l’impatto che avrebbero le due mosse è oggi complicato da definire (anche se BlackRock, uno dei fondi di investimento più importanti del mondo, dopo il 4 marzo ha già deciso di diminuire gli investimenti in Italia). Ma le buone condizioni economiche dell’Italia – e il Qe che almeno per quest’anno ancora ci sarà – paradossalmente rendono poco efficace la gabbia dei vincoli europei. E il sospetto, legato proprio a questo paradosso, che circola in alcuni importanti ambienti finanziari internazionali è che un governo populista potrebbe seguire una traiettoria di questo tipo e fare quello che nessuno oggi osa immaginare. E cioè. Far nascere un governo rapidamente. Selezionare per l’esecutivo qualche volto capace di rassicurare sul breve termine i mercati. Trasformare la prossima legge di Bilancio in un trampolino per la prossima campagna elettorale europea. E costruire, in vista delle Europee, le condizioni per sfidare i burocrati europei proprio sul terreno dei trattati. In campagna elettorale, in fondo, sia Di Maio sia Salvini hanno promesso di mettere in cima alla propria agenda la revisione dei trattati europei. E quando due partiti populisti arrivano al governo promettendo di rivedere i trattati o i trattati riescono a cambiarli senza subire conseguenze o i trattati diventano il terreno su cui costruire una campagna permanente contro l’Europa. In Grecia, nel 2015, due partiti populisti distanti tra loro, la sinistra di Syriza e la destra di Anel, trovarono un accordo per formare un governo e sfidare l’Europa. La sfida all’Europa prima fu solo a parole, poi si trasformò in quello che tutti sappiamo: un referendum. In Italia, oggi, non sappiamo che governo nascerà e quando nascerà. Ma sappiamo che mai come oggi l’unica salvezza allo sfascio populista potrebbe essere ancora una volta lì: nella spietata e formidabile saggezza dei mercati.

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