Nuovi totalitarismi: il mito farlocco dell’infallibilità della rete

Claudio Cerasa

C’è un filo sottile che collega due storie apparentemente distanti che negli ultimi giorni hanno colpito l’attenzione degli osservatori più attenti. Il filo sottile è quello che parte dal caso di Cambridge Analytica (Ca), la società di marketing online che ha usato una enorme quantità di dati prelevati da Facebook senza rispettare le sue condizioni d’uso, e arriva fino al manifesto per “una nuova democrazia” presentato due giorni fa sul Washington Post da Davide Casaleggio, uno dei pezzi da novanta del Movimento 5 stelle. Il filo non ha nulla a che fare con le questioni di carattere giudiziario alle quali dovrà rispondere il board di Cambridge Analytica (e probabilmente anche qualche dirigente di Facebook), ma con quello che ci sembra essere il vero tema da sviscerare in queste ore: come è possibile che il modello di democrazia veicolato dalla rete si stia trasformando sempre di più in un modello culturale dove il rispetto dei valori basilari della democrazia è diventato del tutto secondario?

 

Se si osservano con attenzione i principali elementi che caratterizzano il giusto processo a cui dovrà rispondere Facebook in seguito allo scandalo legato a Cambridge Analytica non si può fare a meno di notare che prima ancora di parlare delle ragioni che rendono il social network più famoso del mondo un possibile pericolo per la democrazia è necessario parlare dei meccanismi che ci hanno portato a vivere in una società in cui è diventato sostanzialmente pacifico considerare vero non ciò che è reale ma semplicemente ciò che è virale. Si può parlare quanto si vuole delle responsabilità di Mark Zuckerberg nell’aver trasformato Facebook in uno strumento esposto a ogni genere di procedura manipolativa ma non si può fare a meno di soffermarsi sulle ragioni che negli ultimi anni hanno portato all’affermazione di alcune pericolose post verità: il mito farlocco dell’infallibilità universale della rete, la convinzione che i processi democratici maturati sul web siano l’evoluzione naturale della nostra democrazia, l’idea che ogni regola imposta alla rete sia un potenziale bavaglio per la nostra democrazia e il conseguente desiderio di voler creare a tutti i costi una società senza gerarchie, senza filtri, senza corpi intermedi, senza mediazioni e naturalmente trasparente. Nel corso del tempo, l’affermazione fraudolenta di questi princìpi a lungo non negoziabili ha contribuito a creare un mondo in cui la decentralizzazione presunta non ha avuto l’effetto di generare una società più uguale, ma al contrario ha reso possibile l’affermazione di alcuni tratti autoritari, finendo per creare una società in cui i nuovi modelli di democrazia non danno più centralità al cittadino, come si dice, ma a chi la nuova democrazia la può dirigere da dietro le quinte. “La piattaforma dei social media – ha scritto in modo illuminante David Brooks sul New York Times pochi giorni prima dello scandalo Ca – sembra decentralizzante, ma in realtà sostiene fini autoritari”.

 

Prima ancora che sul piano della legalità, dunque, la responsabilità principale di Zuckerberg è quella di aver creato le condizioni per spacciare allegramente il principio dell’anarchia senza gerarchie della rete – e il falso mito della neutralità dei social network – nella forma più genuina di democrazia del futuro. E se ci pensate bene, spostando l’inquadratura della nostra telecamera dall’America all’Italia, è proprio facendo leva su questo nuovo e farlocco principio – il mito dell’infallibilità della rete – che il primo partito d’Italia oggi si sente legittimato a diffondere in tutto il mondo la sua nuova idea di democrazia. Al Washington Post Davide Casaleggio ha detto che “la democrazia diretta, resa possibile dalla rete, ha dato una nuova centralità del cittadino nella società”; ha affermato che “le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune sono destinate a scomparire”; e ha aggiunto che “la democrazia rappresentativa, quella per delega, sta perdendo via via significato, e ciò è possibile grazie alla rete”. Il punto è sempre lo stesso. I filtri non servono più. La gerarchia va superata. I corpi intermedi vanno internati. Le mediazioni vanno distrutte. L’unica verità che vale la pena considerare tale è quella che matura online e per questo è necessario fare di tutto per eliminare la più pesante e ingombrate delle forme di mediazione: la democrazia rappresentativa.

 

Casaleggio lo dice in modo trasparente ma dimentica di dire qual è la verità di questo processo: azzerare le mediazioni del potere politico e delle culture politiche organizzate è ciò che rende sempre più liberi i poteri indiretti e anonimi, ed è ciò che crea le condizioni per dar vita a un dispotismo guidato da sciamani. Distruggere i corpi intermedi non aiuta a creare una nuova forma di democrazia, ma contribuisce a far sì che gli unici a esercitare un controllo non siano “i cittadini della rete”, ma chi controlla da remoto, per propri fini personali, i meccanismi della rete. Il Rousseau grillino in fondo funziona già così: si chiama democrazia diretta perché è diretta da un capo assoluto che usa in modo disinvolto i dati dei suoi iscritti senza alcun rispetto della loro privacy. Diceva Norberto Bobbio Diceva Norberto Bobbio che nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia. Vale quando si parla del modello Facebook. Vale anche quando si parla del modello Casaleggio.

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