O governano i campioni o meglio le elezioni

Claudio Cerasa

Avremo sempre bisogno di questa attitudine: il senso di responsabilità di saper collocare al centro l’interesse generale del paese e dei suoi cittadini”. Ieri mattina il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto per la prima volta dopo lo choc del voto del 4 marzo e a due settimane dalla convocazione delle Camere (23 marzo) ha ricordato quale sarà il paletto che il Quirinale imporrà a tutte le forze che si presenteranno al Colle con l’ambizione di formare un governo: la responsabilità. Già, ma in che senso? Combinare la parola “responsabilità” con i risultati delle elezioni, in verità, è un’operazione difficile: il 4 marzo, come si sa, ha consegnato all’Italia due vincitori chiari, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e immaginare che possa nascere un governo che non sia guidato da uno dei due significherebbe attrezzarsi per non far coincidere l’interesse nazionale con la volontà degli elettori. I compromessi, naturalmente, sono il sale della democrazia, lo sappiamo, ma i numeri della XVIII legislatura ci dicono che mai come oggi esistono compromessi naturali (da una parte c’è l’apertura, dall’altra la chiusura) e compromessi innaturali (chiusura con apertura, apertura con chiusura). E se si osservano con attenzione le forze presenti oggi in campo si capisce bene che alcuni compromessi innaturali sono destinati a non essere nell’interesse generale del paese. Prima di continuare con il ragionamento vale la pena fissare bene nella nostra testa i numeri di questa legislatura perché leggendo tra i numeri è possibile provare a capire che traiettoria prenderà il nuovo Parlamento.

  

 

Per comodità, prendiamo in considerazione i seggi al Senato, dove gli equilibri sono chiari. Primo punto: l’unico governo che avrebbe numeri certi e sicuri per governare sarebbe quello formato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega: la Lega ha 59 senatori, il M5s ne ha 112 e sommati siamo a 171. La maggioranza è a 161. E con 171 senatori di maggioranza si governa per cinque anni. Secondo punto: i numeri del Senato ci dicono anche che l’unico governo che potrebbe nascere con un impegno limitato del Pd (ovvero con un’astensione, sul modello Andreotti 1976) è un governo del centrodestra. La somma dei seggi conquistati da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia al Senato fa 137 (il governo Andreotti nel 1976 nacque con 136 voti) e in questo caso sarebbe sufficiente un’uscita del gruppo del Pd a Palazzo Madama per far nascere un governo (che al massimo avrebbe 124 voti contrari). Terzo punto: i numeri al Senato ci dicono che l’opzione improbabile ma non impossibile di convergenze tra Movimento 5 stelle e Pd presenta un guaio che in molti tendono a non considerare. Il M5s, a Palazzo Madama, ha 112 seggi e con i quattro di Liberi e uguali arriverebbe al massimo a 116. In questo caso, l’astensione del Pd non basterebbe a far nascere un governo del Divo Di Maio: il centrodestra avrebbe un numero di senatori sufficienti a non far nascere quel governo (137) e per far partire il governo grillino il Pd non potrebbe limitarsi a dire nì, ma sarebbe obbligato a dire sì. Come si vede dai numeri, l’unica soluzione naturale è forse quella meno probabile (un governo Di Maio-Salvini) e le uniche soluzioni possibili (un Pd che si allea con Salvini o con Di Maio) sono quelle meno naturali che costringerebbero l’unica forza di opposizione a compiere un gesto forse non proprio in sintonia con l’interesse nazionale: il suicidio assistito dell’unica forza politica alternativa al partito della chiusura.

 

Con ogni probabilità, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, prima ancora che le consultazioni di Sergio Mattarella prendano forma, un pezzo importante della classe dirigente italiana lavorerà ai fianchi il Pd per imporre una linea politica (oggi negata da tutti esplicitamente ma tra un mese chissà) simile a quella esposta ieri su Repubblica dal direttore Mario Calabresi: prima o poi i grillini dovranno fare i conti con la realtà “e messa da parte la presunzione di aver vinto da soli e di poter dettare le condizioni proporranno nomi diversi su cui cercare convergenze, ma con l’elasticità di ascoltare le ragioni degli altri e di trovare necessarie mediazioni”. Il ragionamento è sofisticato (tradotto: se Di Maio facesse un passo di lato e proponesse un altro nome per guidare il governo il Pd ha il dovere di assumersi le sue responsabilità) ma presuppone una premessa pericolosa: si può davvero far finta che il Pd e il M5s siano parte di un mondo compatibile? E ancora: si può far finta che Luigi Di Maio (o, dall’altro lato, Matteo Salvini) sia più simile alla Cdu di Angela Merkel che all’AfD di Frauke Petry? Le elezioni ci hanno detto che in Italia esistono forze incompatibili tra loro che se sommate produrrebbero una serie di mostri non meno spaventosi rispetto a quello che potrebbe nascere dall’unione tra un Di Maio e un Salvini.

 

La differenza però tra un governo Di Maio-Salvini e un governo M5s-Pd è che il primo non rifletterebbe l’interesse del paese bensì la volontà degli elettori (ed è giusto che un elettorato che vota in un certo modo vada messo di fronte alle sue responsabilità: la democrazia è una cosa diversa da “X-Factor”) mentre il secondo non rifletterebbe né l’interesse del paese né la volontà degli elettori. In conclusione. L’unico governo che avrebbe il dovere di nascere oggi è un governo Di Maio-Salvini. E l’alternativa a questo governo non dovrebbe essere un incesto impossibile tra culture politiche non compatibili (se pur in misura diversa, lo sarebbe anche un governo alla Giorgetti, che potrebbe essere il Gentiloni di Salvini, con sostegno esterno del Pd). L’alternativa all’unico esecutivo naturale (Di Maio e Salvini) dovrebbe essere qualcosa di diverso. E se non fosse possibile tradurre la volontà degli elettori in una naturale maggioranza di governo andrebbe presa una decisione naturale. Se non possono governare i campioni, a quel punto meglio tornare alle elezioni. Per non farci del male, facciamo come in Spagna. Sarebbe più responsabile, no?

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