Il bipolarismo Di Maio-Salvini è una balla

Claudio Cerasa

La grande domanda alla quale è necessario rispondere in fretta per provare a capire qualcosa di più su questa complicata fase post elettorale – e sul futuro di questa legislatura – è semplice e suona più o meno così: il 4 marzo è davvero nato un nuovo bipolarismo rappresentato dalla dialettica politica tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini? Detto in termini più brutali: Luigi Di Maio e Matteo Salvini fanno parte dello stesso mondo o fanno parte di due mondi alternativi che nel futuro sono destinati a diventare l’alfa e l’omega della politica italiana? Non si può capire nulla dei prossimi mesi senza partire dalla risposta a questa domanda e senza capire la partita politica – insieme intelligente, sofisticata e molto pericolosa – che stanno provando a giocare i due vincitori delle elezioni.

 

Da prospettive diverse, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno lanciato quella che nel linguaggio economico finanziario si chiama offerta pubblica di acquisto (Opa). Di Maio ha lanciato la sua Opa verso gli elettori, i dirigenti e i parlamentari del Pd. Salvini ha lanciato la sua Opa verso gli elettori, i dirigenti e i parlamentari di Forza Italia. Di Maio ha lanciato la sua Opa per prosciugare ciò che resta del Pd. Salvini ha lanciato la sua Opa per prosciugare ciò che resta dell’elettorato di Forza Italia. Il progetto di Di Maio prevede un obbligato passaggio al governo. Il progetto di Salvini prevede invece un consigliato passaggio ancora all’opposizione. Di Maio pensa che un sostegno esterno del Pd al suo governo gli permetterebbe di dare un futuro ancora più roseo al Movimento 5 stelle (mentre un pezzo di Pd crede che far partire un governo grillino permetterebbe al Pd di prosciugare l’elettorato grillino). Salvini pensa invece che un sostegno esterno del Pd a un governo di centrodestra sarebbe una pietra tombale sul suo progetto egemonico del centrodestra (e per questo il leader della Lega sembra essere ingolosito dal fare opposizione a un governo del Movimento 5 stelle appoggiato dal Pd, per provare a conquistare poi i futuri delusi dal grillismo). Nessuno dei due dunque può permettersi di governare insieme (anche se Lega e M5s sono le uniche forze politiche che insieme potrebbero far nascere una maggioranza solida destinata a governare per cinque anni, a meno che dal cilindro del centrodestra non salti fuori una premiership alternativa a Salvini che rimescolerebbe le carte anche nel Pd renziano), non perché le idee sono incompatibili ma perché i progetti al momento non sono coincidenti.

 

Ogni mossa di Salvini e Di Maio non si può capire senza partire da questa premessa. Ma a questo punto della storia oltre che analizzare bisogna anche giudicare: è davvero un nuovo bipolarismo quello rappresentato da Salvini e Di Maio? La risposta ci sembra evidente (no) e ci permette di capire anche perché in questa fase della vita politica italiana è importante che chi si trova su un fronte opposto rispetto a quello presidiato da Salvini e Di Maio resti senza balbettare su quel fronte. Salvini e Di Maio sono parte di uno stesso mondo (chiusura vs apertura) e confondersi con quel mondo (chiusura uguale apertura) è un’operazione suicida non tanto per i partiti che potrebbero mescolarsi quanto per il paese. Il voto del 4 marzo ci dice che il problema dell’Italia (uno dei tanti, ok) è che non ci sono alternative valide a Di Maio e Salvini, non che le due alternative (Di Maio e Salvini) siano ormai inevitabili. E per questo cadere nella fake storia del nuovo bipolarismo è un rischio enorme, perché impedirebbe la costruzione (o la ricostruzione) del vero polo che oggi manca in Italia. Il tema è noto: il cinquanta per cento degli elettori italiani ha due poli di protesta a cui guardare con golosità, l’altro cinquanta per cento degli elettori italiani non ha invece un polo in cui identificarsi.

 

In questo senso, spingere il Pd a dare un sostegno a uno dei due poli sovranisti potrebbe essere rassicurante sul medio periodo (la linea è: solo con il sostegno del Pd il Movimento 5 stelle potrebbe non fare danni all’Italia) ma potrebbe essere politicamente drammatico sul lungo periodo, perché contribuirebbe a far collassare ancora di più ogni tentativo di creare un’alternativa al polo della chiusura. Eugenio Scalfari, dando voce in questa fase a un pezzo di sinistra che sogna di spingere il Pd verso il Movimento 5 stelle, ha ragione quando dice che Luigi Di Maio potrebbe essere l’icona del centrosinistra del futuro. Dimentica però di dire perché tutto questo avrebbe una sua logica. Dimentica di dire cioè che se il Movimento 5 stelle ha le carte in regola per far sentire a casa propria un pezzo di elettorato del Pd – e forse anche un pezzo di gruppo parlamentare – è perché in fondo molti temi del grillismo (ambientalismo, questione morale, protezionismo, giustizialismo, retorica dell’onestà) sono i temi con cui la classe dirigente della sinistra italiana (compresa quella scalfariana) ha allevato per una vita i suoi elettori. Cadere nel tranello del nuovo bipolarismo – quello formato da Di Maio e Salvini – è dunque pericoloso per molte ragioni ma prima di tutto perché impedirebbe di mettere a fuoco il vero dramma di questa campagna elettorale: il problema non è che non c’è più alternativa tra Salvini e Di Maio ma è che ogni tentativo di proporre un’alternativa al modello sovranista non è risultato credibile. L’opposizione al partito della chiusura non è stata sufficiente ma “mai” non significa che non sia necessario. Lo chiede non solo il buon senso ma il cinquanta per cento degli italiani che, anche dopo il 4 marzo, continueranno a cercare qualcosa di meglio di un Salvini o di un Di Maio.

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