I pensieri segreti dei democratici che sognano l'accordo con Di Maio

Redazione

Se glielo chiederete direttamente, tutti negheranno. E non per malafede, ma perché effettivamente nel Pd i tempi della crisi sono già così precipitosi ed eccitati che nessuno ha messo seriamente la testa sulla questione politica principe. Quella alla quale oltretutto andrebbe agganciato e subordinato qualsiasi dibattito interno di linea politica. Ma è la questione alla quale il Pd verrà richiamato dal presidente Mattarella e dalla cronaca delle prossime settimane: che cosa pensate di fare per contribuire alla stabilità e alla sicurezza del paese, che anche per voi è il bene principale e prioritario in questo momento, prima di qualsiasi interesse di parte?

 

Sotto il fuoco di sbarramento di Matteo Renzi non si alzerà una voce, probabilmente neanche nella direzione di lunedì, per argomentare a favore dell’ipotesi che andiamo a descrivere. In un partito che pure aveva demolito totem e tabù, se ne è eretto un altro: quello della collaborazione con governi a guida altrui. “Opposizione” è oggi la linea ufficiale, per tutti, ed è anche il messaggio più rassicurante e consolatorio da offrire a una base ferita e offesa. Dopo le batoste, l’arroccamento è sempre la reazione più istintiva e facile, tanto più adesso che può accompagnarsi allo scherno verso vincitori dimidiati e non autonomi. E così sarà, in questi primissimi giorni, fermo restando che all’interno dell’arrocco voleranno i pugnali e scorrerà il sangue di una resa di conti che però, se non si metterà minimamente il relazione con le esigenze dell’Italia, rimarrà un fatto puramente personale, o di gruppo, o di potere quando il potere non c’è ormai più.

 

Poi passerà qualche giorno, la pressione della realtà esterna aumenterà, i neuroni riprenderanno a circolare. E qualcuno potrebbe considerare la possibilità di un percorso più lungo, diverso e difficile del sostanziale vaffa pronunciato da Renzi il pomeriggio di lunedì 5. Per ora l’unico che ne ha parlato in pubblico è Michele Emiliano, forte del suo essere un dropout rispetto al Nazareno, e più per istinto che per calcolo. Qualcun altro invece deve averne parlato, esplicitamente, in privato e per calcolo, altrimenti dovremmo pensare che il veto preventivo posto da Renzi sia stato solo una colossale vergognosa diffamazione collettiva.

 

Agevolare la nascita di un governo Cinque stelle. Offrire in parlamento a Di Maio (ma magari non a lui, e siamo già a possibili elementi di trattativa) lo sblocco tecnico che Bersani chiese invano ai grillini nel marzo 2013. Senza entrare in una vera maggioranza di governo, ma limitandosi a porre paletti irrinunciabili sui propri valori di base: accoglienza, Europa, nessuno sbraco sui conti pubblici, nessuna revoca di diritti civili, stop al medioevo scientifico. Sul resto (dalla crescita e occupazione alla gestione delle crisi aziendali, dalla scuola alle infrastrutture), facciano quei geni ingaggiati da Di Maio e Casaleggio. Senza contrattare un posto (neanche istituzionale), senza dare una sola mano che non sia quella dell’astensione sistematica in parlamento (al Senato, da questa legislatura, non varrà più come voto contrario). Non da soli, ma insieme ad altre forze parlamentari a cominciare da Leu. Ricostruendo nel Palazzo e fuori un’alternativa netta ed esplicita.

 

Scandalo? Orrore? Scandalo sicuro, dopo dieci anni di botte date e ricevute, e quelle ricevute particolarmente pesanti. Orrore, chissà. Perché da una soluzione del genere almeno due vantaggi il Pd potrebbe pensare di ricavarli, e magari sarebbero tali da spingere i Cinque stelle a tirarsi indietro loro, ad arretrare o a dividersi davanti a un impegno troppo rischioso.

 

Il primo possibile vantaggio per il Pd: lanciare un messaggio di riconoscimento della volontà popolare prevalente e soprattutto di riconciliazione con il milione abbondante di elettori che domenica scorsa ha abbandonato il centrosinistra per trasferirsi direttamente sul M5s (diventano anche il doppio se consideriamo coloro che prima sono transitati dall’astensione). Finora il commiato del Pd a questi suoi ex elettori è stato sostanzialmente: “Peggio per voi”. Non pare il massimo, se davvero si ritiene – come si dice in queste ore – che il principale impegno del futuro deve consistere nel riconquistare fiducia e riaprire canali di comunicazione con tanti italiani che si sono allontanati delusi.

 

Il secondo vantaggio, tutto politico: dal giorno dopo di una scelta parlamentare di questo tipo, il Pd avrebbe in tasca la data esatta delle prossime elezioni. Né troppo presto (quando è ancora sotto botta) né troppo tardi. Ma esattamente nel momento in cui Di Maio o chi per lui la facesse veramente troppo grossa. Qualcuno avanza un esempio: se per ipotesi la Raggi a suo tempo non avesse avuto una maggioranza in Consiglio comunale, e il Pd appena sconfitto avesse consentito tecnicamente il varo della sua giunta rimanendo però politicamente all’opposizione, oggi Roma potrebbe tornare al voto in qualsiasi momento, per decisione dello stesso Pd e con ottime possibilità di liberarsi di un’amministrazione inetta.

 

E’ molto difficile che uno scenario del genere venga anche soltanto ipotizzato al Nazareno, e che poi prenda corpo tra Quirinale, Camera e Senato. A oggi fa parte, appunto, dell’indicibile. Qualcuno però potrebbe confrontarlo con le alternative concrete che sono a disposizione. Tipo provare un’operazione analoga a quella appena descritta, ma a favore del centrodestra, aggiustando e correggendo lo schema che era in voga prima delle elezioni. Peccato che nel frattempo la destra italiana sia molto cambiata, s’è visto come. E che anzi questo cambiamento (qualcuno lo ha notato) sia stato causato anche dal sensibile travaso di voti da Cinque stelle su Salvini, invisibile nei saldi perché compensato dai voti in ingresso nel M5s provenienti da sinistra. Con ciò è leggermente mutata la natura stessa dell’elettorato grillino, che insieme a molti voti genuinamente di destra ha perso almeno un po’ della sua trasversalità. Di Maio questa tendenza del Movimento deve averla colta per tempo, come si evince sia dai toni ultrarassicuranti della sua campagna, che dalla selezione dei famosi “ministri”, che dalle prime parole di lunedì.

 

La seconda alternativa per il Pd è lo sviluppo della linea attuale, lo sdegnoso ritrarsi all’opposizione di tutto e di tutti, per coltivare la propria rigenerazione (cit. Zingaretti) nei tempi e nei modi congressuali previsti dallo statuto. Peccato che i tempi e i modi della politica fuori dall’arrocco siano altri, e che l’opposizione del Pd a tutto e a tutti possa sfociare solo in nuove elezioni a tempi rapidissimi (quindi prima di essersi rimessi sulle gambe), oppure nella peraltro improbabile nascita di un’alleanza di governo Lega-M5s di cui è molto difficile che la storia patria (per non dire degli elettori passati, presenti e futuri del Pd) possa un domani ringraziare Matteo Renzi e il gruppo dirigente democratico.

 

Se la giustapposizione di questi scenari suona ricattatoria per il Pd, è perché effettivamente lo è. Del resto, nessuna via d’uscita è comoda per il Nazareno. Ma forse quella che ora lo appare un po’ di più (l’arrocco) potrebbe risultare a conti fatti la più dannosa. Rimanendo agli scacchi, il via libero tecnico a un esecutivo grillino sarebbe viceversa una mossa clamorosa e ad alto rischio, pensabile solo a patto di una unità interna assoluta che in questo momento non c’è. Per cui non è cosa di adesso, potrebbe eventualmente affacciarsi al termine di un percorso lungo, accorto e sotto la totale supervisione del capo dello stato. Oppure non affacciarsi mai, dandoci in questo caso almeno un sollievo: non dover leggere un editoriale encomiastico di Marco Travaglio. Perché sì, diciamoci la verità, questo in realtà è l’handicap più grave e meno accettabile dello scenario “sblocco tecnico del governo grillino”: è la linea, da molto tempo, del Fatto quotidiano.

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