Anche per l'Italia un governo “modello spagnolo?

Angela Nocioni

Cos’è quest’accordo alla madrileña studiato di gran corsa in questi giorni che renderebbe possibile un governo Cinque stelle con l’astensione del Partito democratico? Un semplice governo di minoranza con appoggio esterno. Come quello che ha potuto varare in Spagna il capo dei popolari, Mariano Rajoy, due anni fa, dopo essersi procurato l’astensione dei socialisti, convinti allora di dover favorire la formazione di un governo a tutti i costi per evitare di andare a elezioni generali per la terza volta in dodici mesi. Elezioni nelle quali avrebbero rischiato un’emorragia di voti in uscita verso Podemos.

 

L’accordo alla madrileña è sotto osservazione anche a Madrid ora che i socialisti hanno intimato a Rajoy di sciogliere il Parlamento e di indire nuove elezioni se non riuscirà, come non è riuscito finora, ad approvare la sua legge di Bilancio per l’anno nuovo. Quell’accordo, grazie al quale nacque l’attuale governo spagnolo, uscì da una tessitura politica sopraffina. La decisione socialista sbloccò, dopo oltre trecento giorni, lo stallo drammatico in cui stava implodendo la politica spagnola. Vediamo come.

 

Tre settimane dopo aver defenestrato il segretario generale Pedro Sánchez, il Psoe decide nel 2016 di dare il via libera a un nuovo governo del capo dei popolari Mariano Rajoy. La risoluzione approvata dal comitato federale, il parlamentino del partito, con 139 voti a favore e 96 contrari, dispone l’astensione socialista nel corso della sessione parlamentare d'investitura del premier.

 

Rajoy, abituato agli ampi margini di voti che aveva quando, nel 2011, trionfò alle legislative con la maggioranza assoluta, si ritrova a guidare un esecutivo di minoranza dove il Pp ha soltanto 117 seggi alla Camera e neppure con il sostegno dei 32 deputati centristi di Ciudadanos potrebbe raggiungere la maggioranza parlamentare di 176 seggi. Insieme all'astensione, che consentirà la nascita del nuovo governo, i socialisti annunciano che non faranno da stampella al loro rivale storico. I popolari, avvisa il Psoe, dovranno contrattarsi ogni singolo provvedimento da soli, dovranno andarsi ogni volta a cercare i voti in Parlamento per farsi autorizzare ogni passo.

Rajoy promette generosità, si dichiara cioè disponibile a negoziare l'approvazione delle leggi con più alleati temporanei possibili. Ma avvisa anche se, se dovesse finire costantemente in minoranza alle Cortes, non scarta l'ipotesi di utilizzare lo strumento costituzionale di cui può disporre il premier: lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di nuove elezioni.

 

Come arrivarono i socialisti del Psoe allora alla decisione di permettere con l’astensione la nascita del governo del Partito popolare, loro nemico storico? Lo ritennero il male minore, scappavano a gambe levate dalla possibilità di doversi sottoporre a una nuova tornata elettorale con il rischio di vedere ulteriormente rafforzato il Pp e di perdere la sfida per l'egemonia a sinistra con Podemos.

 

Pedro Sánchez era contrario all’astensione, contrarissimo. Fece del “No a Rajoy” un cavallo di battaglia dalla forte presa sulla base socialista contro la posizione di estrema disponibilità con Rajoy della sua rivale per la leadership, l’andalusa Susana Díaz, bandiera dell’astensione considerata dal partito un gesto necessario e di responsabilità, ma risultata incomprensibile, dolorosa e traumatica per molti militanti che infatti nel congresso elessero Pedro Sánchez segretario proprio perché prometteva la svolta radicale.

 

Tutta la sua campagna fu incentrata sulla necessità di un riposizionamento a sinistra, da tradurre in una nuova strategia di alleanze con le altre forze di sinistra, secondo il modello portoghese e in funzione anti Pp. Proprio sul “peccato originale” dell’astensione, Pedro Sánchez ha costruito la sua rivincita, aiutato anche da una provvidenziale ondata di scandali per corruzione che ha coinvolto il Pp aiutato dal Psoe a restare al governo.

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