L'onda lunga del '93 ha prodotto Salvini e Di Maio

Giuliano Ferrara

E’ l’onda lunga del 1993, l’anno in cui i partiti politici italiani furono messi in gattabuia, e la chiave buttata via insieme con la credibilità delle istituzioni. Berlusconi all’inizio fu una reazione di equilibrio, era un rivolgimento totale, si parlò di Seconda Repubblica, ma era anche un lascito sghembo del pentapartito, l’eversore brillante e pop di un sistema di cui aveva fatto parte. Stavolta lo sradicamento è totale e senz’appello. I vincitori sono Salvini e Di Maio, due demagoghi in dubbiosa attesa di elaborazione di una parte in commedia “compatibile”, e l’ultimo simulacro di un partito costituzionale, il Pd venuto dopo l’Ulivo e balle varie, ha ceduto di schianto. Con lui ha ceduto, recuperando qualche resto in alleanza competitiva con un avversario interno sul fronte della leadership, lo stesso Berlusconi. Alla base di tutto sempre le stesse cause: media, magistratura, resa del ceto borghese residuo. Nessuno è stato in grado di governare credibilmente e di rifare le istituzioni e le leggi elettorali, né il Cav. né Prodi né Renzi, e la dissoluzione della coalizione del Nazareno ha portato lo scompiglio, visibile già il 4 dicembre del 2016 nel referendum. Il popolo, al nord con Salvini e al sud con Di Maio, ha seguìto compatto. Le nomenclature se lo sono giocato al Lotto con i numeri dell’onestà e del rancore sociale.

 

E’ questa l’eccezione italiana, la nostra diversità. In Germania i partiti resistono perché esistono ancora, sebbene ai limiti della catastrofe. In Francia i partiti storici sono stati schiantati ma le istituzioni hanno recuperato con fantasia gaulliana, e hanno reinventato il vecchio sogno del Generale, l’incontro di un uomo e del suo popolo, con la parte eminente delle élite tecnocratiche e culturali. Nonostante la Brexit e le nuove formazioni secessioniste come l’Ukip, in Gran Bretagna giocano la partita i conservatori, al governo ma in minoranza, e i laburisti rampanti che hanno abbracciato la retorica del pauperismo vecchia scuola. In Olanda e in Spagna e altrove nell’occidente europeo le mura scricchiolano, eppure partiti e istituzioni resistono. Perfino Trump deve fare i conti con il sistema, Pentagono, giustizia e Partito repubblicano. Da noi no, il sistema, come il cavaliere del Berni o del Boiardo o dell’Ariosto, chissà, “del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto”.

 

Traumi come quello del 1993, mafia corruzione e fine dello stato di diritto, devastazione dei partiti e turbolenta supplenza della classe dirigente mediatico-giudiziaria, non si curano con l’aspirina. I loro effetti si cronicizzano, e i veleni continuano a circolare nel sangue in una strenua competizione per l’esazione dell’anima ammalata. Ora fare un governo sarà il meno. Allo stato è quasi impossibile secondo tutti gli osservatori onesti, ma di certe insuperabili difficoltà i parlamenti italiani si sono sempre fatti beffe. Il problema è l’altro, la ricostruzione delle condizioni del governo democratico, la restaurazione delle libertà civili e del rispetto loro dovuto, la reinstaurazione di un principio di legittimità nell’esercizio del potere, il mettere fine al ciclo lungo dell’incompetente carogneria che ha stappato una vittoria elettorale nichilista, spiegabile e inspiegabile ma straordinariamente simile a quel che siamo stati, a quel che siamo, a come ci siamo ridotti.

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