Di Maio, la presentazione della squadra e l'operazione "provate voi a scartare i ministri immaginati"

Marianna Rizzini

Roma. “Squadra di governo, Italia 2018-2023”: è il giorno in cui Luigi Di Maio, candidato premier del M5s, presenta all’Eur i nomi dei futuribili ministri a Cinque Stelle, e l’evento in sé, organizzato dal non-partito che un tempo vantava il non-statuto, potrebbe dirsi grande non-evento su di un non-governo, ma con format di sicuro effetto scenico, a partire da quell’“Italia 2018-2023” che sembra alludere trionfalmente a un evento sportivo, Nemesi dell’Olimpiade che a Roma è stata evitata dalla giunta Raggi e che oggi, di nuovo Nemesi, torna nel nome del campione di nuoto Domenico Fioravanti, ministro immaginato per lo Sport.

  

E insomma non c’è stato ancora voto, nel mondo reale, ma la kermesse del non-premier con non-ministri ha tutta l’aria della profezia che vuole per forza autoverificarsi, con crescendo e sospensione musicale ad accompagnare la nomination degli immaginati-designati. Non importa che Di Maio diventi davvero premier e che i ministri immaginati diventino davvero ministri (ma c’è anche chi, come il ministro immaginato agli Esteri, Emanuela Del Re, già chiama Di Maio “presidente”, in italiano e in inglese, autotraducendosi il discorso). Importa la presenza dei diciotto nomi nell’aria, eventuale spauracchio da sventolare sulle teste del futuro premier incaricato di un altro partito: ecco le “eccellenze”, dice infatti Di Maio, e dietro la parola c’è l’intenzione: prendetevi voi la responsabilità di scartarle. Non importa neanche che siano vere eccellenze: molti sono professori, ma c’è professore e professore, e a un certo punto si scopre che le tre ministre immaginate per Esteri, Interno e Difesa – Emanuela Del Re, Paola Giannetakis ed Elisabetta Trenta – hanno in comune, nel curriculum, incarichi alla Link Campus University, università fondata nel 1999 come polo italiano dell’Università di Malta, e università che, scriveva Milano Finanza, nel 2004 era stata “acquisita” dal Cepu per il 51 per cento, per poi diventare, nel 2011, università non statale riconosciuta nell’ordinamento universitario italiano. Ma non c’è Cepu che tenga. Bastano i discorsi.

 

La ministra immaginata agli Esteri parla di pace e cooperazione come ne parlerebbe un candidato della sinistra-sinistra; quello immaginato all’Economia, Andrea Roventini, viene presentato come un neo-Stiglitz che metterà fine all’austerity. Per non dire di Lorenzo Fioramonti, ministro dello Sviluppo “post-Pil”. Ma ci pensa il ministro della Giustizia immaginato Alfonso Bonafede, a margine di un accenno al piano-carceri, a lanciare la frase che può piacere a destra: “Chi sbaglia paga”. E ci pensa la ministra immaginata dell’Interno, la suddetta criminologa Giannetakis, a riportare l’accento sull’orgoglio di essere italiani e sul “sangue dei martiri”. Tuttavia Giannetakis, come scrive su questo giornale David Allegranti, è anche donna del “sì”: aveva firmato un appello per un “pacato sì” al referendum costituzionale renziano. Tutto scorre, e qualcosa però non scorre a livello di comprensibilità del suo discorso di accettazione immaginata: ecco che Giannetakis, anche candidata nell’uninominale, come altri ministri forse immaginati da Di Maio al termine di difficoltoso scouting altrove, inanella parole altisonanti: “Poliedrica e multiforme” (la minaccia che incombe sul paese), “consapevolezza partecipata” (roba che neanche la “mobilitazione cognitiva” nel Pd sognato da Fabrizio Barca), e via così fino alla “fluidificazione” e alla “mutevolezza” dei fenomeni.

 

E si intuisce che le eccellenze, portate sul palco da un Di Maio che usa l’anticipazione per dare peso al nome (“è stato docente qui… ha partecipato a tre progetti lì…è il professor Tal dei Tali!”, con musica a sottolineare il pathos), ci tengono a caricarsi l’onere della “sfida”, termine ricorrente. Sfida pure quella immaginata ma reale nell’involucro: intanto sono tutti lì, sotto il tricolore, con le loro contraddizioni. Ecco il ministro ipotizzato all’Istruzione Salvatore Giuliano, già preside a Brindisi, già consulente dei ministri Giannini e Fedeli, che sulla Buona Scuola vanta profilo bifronte: ora è contro, ma nel 2015 aveva firmato un appello a favore. Per non dire del ministro immaginato alle Politiche Agricole Alessandra Pesce, già alla segreteria tecnica del viceministro del ministero medesimo (con Maurizio Martina ministro del Pd).

    

Non si vuole dare l’idea di un “mini-governo tecnico”, tanto che Di Maio insiste sul fatto che il suo sarebbe un governo “politico”. Ma si capisce che la questione “scouting” ha tolto il sonno ai vertici del M5s. Paola Taverna, nel Salone delle Fontane, scherza infatti su quella che chiama “ansia da post-informazione”: qualcuno le aveva fatto notare che il nome di Armando Bartolazzi, scienziato e ministro immaginato alla Salute, assomigliava pericolosamente, dice, a quello di Piero Bertolazzi, ex Br. “Dopo l’ex massone, pure l’ex brigatista?…no eh” – e meno male che l’equivoco era durato lo spazio di un mattino.

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