Il pericoloso placet di Mattarella al M5s

Giuliano Ferrara

La normalizzazione dei grillini procede, per quanto stancamente e al buio, con nomine e ritiri di presunti futuri ministri e altre iniziative scombiccherate, ma procede con qualche implicita autorizzazione dall’alto. Come ricordava ieri Marcello Sorgi sulla Stampa, Mattarella non può fare miracoli dopo le elezioni del 4 marzo. Ma, aggiungeva il notista-editorialista: può fare molto. Magari, pensiamo noi, con una pratica di indifferentismo del Quirinale e della sua corte di fronte alle pretese parapolitiche di Luigi Di Maio.

 

Nel 2013 Giorgio Napolitano presidente impedì a Pier Luigi Bersani, il segretario dei democratici che aveva la maggioranza Pd alla Camera ma non al Senato, di prendersi l’incarico di presidente del Consiglio e di presentarsi in Parlamento con una proposta di “governo del cambiamento” aperto alla collaborazione (presuntiva) con i grillini. Lo fece bruscamente, e al posto di Bersani nominò Enrico Letta, il suo vice, spingendo per un governo di ampia coalizione, che includeva le truppe di Silvio Berlusconi e i suoi ministri, con lo scopo di dare una guida al paese e di sbarrare il passo all’armata del comico genovese e di Casaleggio Sr. che aveva intimato “la resa” alla classe politica con toni stentorei e piazzaioli premiati da milioni di italiani. Ciò che fu fatto in quattro e quattr’otto.

 

Napolitano era un player, un duro della politica. Aveva polemizzato in modo robusto con i grillini, consumata una lunga convivenza con Berlusconi, e con il consenso del leader dimissionario del centrodestra, si era esposto nella regia del governo Monti. Una volta rieletto nelle prime sedute tumultuose delle Camere appena uscite dalle urne aveva fatto un pubblico e severissimo appello al realismo, e il gioco era fatto, anche in nome della difesa istituzionale della democrazia politica fino ad allora conosciuta, che escludeva avventure e programmi del vaffanculo al potere. Ne è seguita una legislatura piuttosto compatta che presenta al risentimento ma anche al giudizio degli italiani risultati non disprezzabili. Ora è diverso. Vediamo in che senso.

 

I grillini non sono cambiati, se non superficialmente e propagandisticamente. Il Quirinale sì, è cambiato. I 5 stelle restano un partito-movimento che si dice non-partito e non-movimento totalmente anomalo, dipendenti come sono da un meccanismo di democrazia diretta farlocco, un non-statuto, incentrato su una società commerciale privata e su una piattaforma che produce candidature in forme surrettizie e semisegrete, con risultati universalmente reputati scadenti e con un programma di combattimento solitario grottesco e instabile. Nella loro pretesa di abolire per contratto interno con penale il carattere libero del mandato parlamentare, sono fuori dei limiti della Costituzione. E non esistono garanzie politiche quanto a sicurezza, politica estera, condotta della politica monetaria e finanziaria nell’ambito dell’Unione europea a cui l’Italia appartiene. Insomma, sono ammessi alle elezioni e quindi gareggiano, come già avvenne nel 2013, ma comportano un forte rischio istituzionale, come allora. Invece è cambiato il Quirinale, custode della Costituzione. Nel 2015 Matteo Renzi scelse Sergio Mattarella come successore di Napolitano, il quale si era dimesso, e contro la volontà di Berlusconi, che aveva designato Giuliano Amato come suo candidato d’intesa con un fronte di nemici interni di Renzi.

 

La sgrammaticatura costituzionale di Luigi Di Maio

Il leader del M5s presentando la lista dei ministri prima delle elezioni, non ha mostrato alcun riguardo nei confronti del Presidente Mattarella. Appunti di diritto costituzionale per editorialisti e costituzionalisti indulgenti e smemorati

 

Mattarella è stato fino a oggi rassicurante con il suo amore devoto per il protocollo, con la sua reticenza programmatica, con la sua esternazione a bassa intensità, con la sua misura. Ma queste qualità corrispondevano a un equilibrio politico solido, fino al 4 dicembre 2016, data del referendum sulle riforme istituzionali che quell’equilibrio fece saltare per volontà del 60 per cento degli elettori, nonostante la successiva scelta di continuità operosa della legislatura sotto il governo di Paolo Gentiloni. Ma il capo dello stato non è un banale notaio. E’ un politico professionale, entrato tardi in lizza rispetto alla media dei suoi colleghi di ceto democristiano, ma forte di una esperienza di partito nella sinistra dc, e di governo e parlamentare, ampia. Ha avuto la sua da dire nei settori ministeriali della scuola, della difesa, dei servizi, della guida stessa dell’esecutivo come vicepresidente del Consiglio. Mattarella fu ripescato dalla Corte costituzionale, dove era stato eletto in quanto giurista, ma fu cruciale a suo tempo nella elaborazione della legge elettorale che porta il suo nome latinizzato da Giovanni Sartori, il Mattarellum, la prima legge elettorale maggioritaria e uninominale della Repubblica, deputata a risolvere la crisi della forma partito travolta dalle rovine cadenti delle inchieste milanesi e palermitane su corruzione e mafia. Per sovrappiù, sempre Mattarella fu anche determinante alla Consulta nel devastare l’ultima legge maggioritaria conosciuta, stabilendo come relatore dei ricorsi avversi al cosiddetto Porcellum dei criteri giuridici che hanno contribuito al varo della presente legge, sostanzialmente proporzionalistica e parzialmente uninominale-maggioritaria.

 

La cosa che conta però è un’altra. Non è il moroteismo putativo di Sergio Mattarella. Quello è teoria e metodo politico, esprime una tradizione di intervento anche intelligente, alla quale sono per vie diverse legati i principali collaboratori del presidente, tutta la buona democristianeria cresciuta nel tempo al suo fianco, raccontata da David Allegranti su queste colonne il 4 gennaio dell’anno scorso, più la crema di una certa burocrazia che si sentì sfidata dalla disintermediazione istituzionale praticata da Renzi, e rispose con le bocche di cannone. Tutto questo potrebbe comportare il risvolto dell’evoluzione di sistema guidata con sapienza sorniona di fronte al rischio istituzionale, come era avvenuto nel rapporto tra Aldo Moro e il Pci, con un tentativo oggi di integrare e dimensionare secondo la ragion politica di questo tempo la carica montante dei grillini, sempre presentatisi come una opaca alternativa di sistema fondata sullo sbandieramento di princìpi demagogici e antipolitici.

 

C’è però un dettaglio importante che non torna. Mattarella non ha fatto nulla di percepibile per normalizzare sul serio un fenomeno che ora rivendica perentoriamente una omologazione opportunistica preelettorale. Eppure fu intransigente quando si trattava dell’anomalia cosiddetta berlusconiana, e arrivò a sfottere in modo sferzante “el general Rocco Butelion”, cosa per lui inusuale, quando quello si schierò con il Cav., e considerò ingrata pubblicamente e severamente, o addirittura “infernale”, la parabola ascendente di Forza Italia, per non dire delle famose dimissioni sue e di altri quattro ministri di Andreotti contro l’approvazione della legge Mammì sulle radiotelevisioni. Sergio Mattarella è stato un militante della “conformità istituzionale” per un lungo periodo della sua vita di democristiano e di popolare, ora che la Casaleggio Associati minaccia di avvicinarsi alle leve di comando sembra aver dimenticato rigorismi di principio che furono un tempo dirimenti. Ha avuto ragione a dire a Capodanno che la pagina elettorale è bianca, nel senso che la devono scrivere gli elettori, ma la pagina scritta della storia europea dice che le elezioni da sole, senza il conforto di una politica costituzionale e di una cultura degne di questi nomi, non sono sufficienti a evitare avventure sgradevoli. Se il metodo Napolitano non corrisponde alla cultura di Mattarella, e le condizioni sono da allora cambiate, bene, si prenderà atto, ma non sarebbe male se il capo dello stato ci garantisse in qualche forma che il nuovo metodo non è quello della semplice acquiescenza.

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