E' tempo di trasformare le nostre fragili coalizioni in Partiti della nazione

Umberto Minopoli

Veltroni, da buonista non pentito, ha una soluzione. Per evitare ammucchiate, inciuci, governi del presidente o di intesa (magari modello Nazareno), tornare a votare ma… con una legge maggioritaria, che contempli un premio di maggioranza. Ottimo, direte. Vero. Tranne un piccolo particolare: per introdurre quella modifica occorrerebbe, dopo il voto di marzo, un governo blindato, super coeso, quasi di legislatura e con un patto che resista a ogni assalto. Il contrario esatto di ciò che Veltroni vuol far credere. Occorrerebbe una solida “grande coalizione” modello tedesco: con due delle tre forze (Pd, destra, Cinque stelle) che decidano di affrontare i marosi di un cambiamento maggioritario.

 

Veltroni rimuove la realtà, la verità e la cronaca: quella del tentativo abortito, appena un anno fa, di votare proprio con un “premio di maggioranza”. Perché con l’Italicum di Renzi lo abbiamo avuto a portata di mano. E perfino legittimato e validato dalle correzioni della Consulta (eliminazione del ballottaggio). Esattamente nella versione di un premio di maggioranza al primo partito. Per quella legge, pur validata dalla Consulta, Renzi fu crocifisso. Pur di non votare con il premio di maggioranza fu cacciato dal governo. In nome del ritorno al proporzionale. Tutto il No al referendum del 4 dicembre si ritrovò sul No al premio di maggioranza dell’Italicum (versione Consulta). Si coalizzarono contro il premio: la volontà dei Cinque stelle di scardinare il sistema dei partiti imponendo il peso di rottura della propria forza elettorale (la governabilità per il M5s viene dopo); la paura di Berlusconi che (dopo un referendum perso col 40 per cento dei voti) Renzi (col premio di maggioranza) potesse acchiappare la vittoria o, nella peggiore delle ipotesi, affermare il dualismo Cinque stelle/Pd con la marginalizzazione della destra; la paura, legittima ma sballata, di autorevolissimi politici del centrosinistra (non la sinistra Pd, che il governo con il M5s cominciava a covarlo) che un premio di maggioranza (cioè al primo partito) potesse portare al governo i Cinque stelle. Perché paura sballata? Perché era lecito aspettarsi che, in un sistema a tre poli, l’alternativa al premio di maggioranza sarebbe stata o la grande coalizione tra due dei tre poli, oppure l’ingovernabilità. Esattamente il punto a cui siamo. Con buona pace di Veltroni.

 

Ora Walter, da buon regista, ripropone il film. Come un gioco dell’oca. Ma, astutamente, lo ripropone come un trailer dalla trama spezzata, interrotta, rimossa. Così è una finzione, un déjà vu destinato a fallire. Come è fallito, purtroppo, all’indomani del 4 dicembre, quando a proporlo fu Renzi. Veltroni, con disinvoltura da mestiere, rimuove la lezione del dicembre 2016 e del bislacco ritorno al proporzionale che, contro il tentativo di Renzi, tutti – moderati, radicali e populisti – hanno voluto: il premio di maggioranza non sarà mai il prodotto di un accordo (pre-elettorale) tra le tre forze in conflitto in Parlamento. Nessuno si consegna a perdere in partenza. E allora? La riforma elettorale maggioritaria può venire solo per una via: quella tentata (e abortita) col metodo del Nazareno. Che arrivò vicinissimo alla riforma, abortita poi per miopia e ingordigia dei sottoscrittori del patto, e per il piccinismo della sinistra Pd.

 

Il metodo del Nazareno dovrebbe, a essere precisi, inverarsi in qualcosa di più solido: un patto e un governo di coalizione. Proprio quello che demagogicamente tutti (compreso Veltroni) dicono di voler evitare. Solo un patto politico solido, resistente, coraggioso (come coraggiosa è la grande coalizione tra Sps e Cdu) tra due delle tre forze in competizione potrebbe tentare lo sfondamento di una legge con premio di maggioranza. Si illude e illude chi fa credere che questa possa essere solo un’aggiustatina all’attuale legge, introdotta con un governo di qualche settimana di durata. Balle. Sono anni che si rivela un’illusione e un inganno. Perché non è un aggiustatina, ma una vera modifica di sistema. Ha valore costituente. Che chiama in causa, tra l’altro, altri motivi ed esigenze di riforma, senza le quali la governabilità – come obiettivo della legge elettorale – resterebbe monca e incompleta. Per questo occorrerebbe un patto vero, un governo di coalizione che tenti le riforme. E anche duraturo per un altro motivo.

 

Votare, in un futuro prevedibile, con un premio di maggioranza implica una trasformazione radicale delle tre forze in campo. Se la dialettica politica italiana resta imprigionata tra i Cinque stelle, il centrodestra e il Pd così come sono oggi, con un premio di maggioranza ci troveremmo esattamente nella situazione pre-elettorale francese del 2017, imbarazzante e paralizzante: un voto maggioritario con un pericolo di voto antisistema o di deriva antieuropea. Loro ne sono usciti con un atto di autoriforma: il superamento della dialettica destra-sinistra e il partito di Macron. Una novità che consente la governabilità, la continuità del sistema, la tenuta europeista e, anche, un obbligatorio cambiamento (pena l’irrilevanza e il declino) delle altre forze in campo (destra, moderati, socialisti). Tutti i partiti, nell’Europa di oggi e con ambizioni maggioritarie, dovrebbero seguire la lezione francese: realizzare l’autoriforma, e trasformarsi da partiti solitari e di testimonianza (la consolazione del proporzionale) e da coalizioni fragili e opportunistiche, a “Partiti della Nazione”. Per questo occorrerebbe un duraturo governo di coalizione: che imponga una riforma maggioritaria e dia, ai partiti, il tempo di trasformarsi. E la dica tutta Veltroni: se pure, per un colpo di fortuna, dovesse passare “l’aggiustatina”, nessuno si illuda che il Pd si salvi con la vecchia minestra del “partito unico della sinistra” o “del campo del centrosinistra”. Ridicolaggini. Occorrerebbe avere il coraggio di un’operazione alla Macron.

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