Perché il metodo trasversale lombardo può salvarci dagli sfascisti

Claudio Cerasa

Mettete insieme tutti questi temi, provate a fermarvi un attimo e riflettete su una domanda semplice semplice: ma esattamente, il prossimo 4 marzo, cosa c’è in ballo per il nostro paese? Mettete insieme tutti questi temi, questi soggetti, queste storie, questi nomi, e provate a riflettere con calma. La storia dell’Expo. La triangolazione su Ema. La traiettoria di Beppe Sala. Il tentativo di Stefano Parisi. Il profilo di Giuliano Pisapia. Il modello Maroni. Il tentativo di Giorgio Gori. I numeri sull’export. La vivacità delle imprese. E se volete anche i risultati delle Olimpiadi invernali. Mettete insieme tutto questo, provate a fermarvi un attimo e capirete che la risposta alla nostra domanda iniziale, ovvero cosa c’è davvero in ballo il 4 marzo, in fondo non è così difficile da mettere a fuoco. Apparentemente, si vota su Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini, Grasso, Meloni e così via. In realtà, il voto del 4 marzo, potrebbe anche sintetizzarsi così. Come se fosse un referendum. Proviamo a metterla giù chiara: volete voi che l’Italia sia sempre più simile o sia sempre meno simile al modello politico/culturale/economico rappresentato oggi dalla Lombardia e ovviamente da Milano?

     

Quando si parla di Lombardia, e ovviamente anche di Milano, si tende a parlare esclusivamente del suo straordinario stato di salute a livello economico, della dinamicità delle sue imprese, della forza del suo export, della sua capacità di produrre innovazione, della sua abilità a generare ricchezza, della sua predisposizione ad attirare investimenti. Tutto questo ovviamente è vero e i dati sulla Lombardia sono impressionanti e sono stati messi in fila pochi giorni fa dal centro studi regionale di Confindustria. La media annua di tutti i principali indicatori economici è superiore alla media nazionale.

   

Tra le imprese, la produzione è aumentata del 3,7 per cento, il fatturato del 5,6 per cento, gli ordini interni del 5,2 per cento, gli ordini esteri del 7,5 per cento, tutte le province hanno avuto una produzione media positiva, il mercato del lavoro regionale è ai livelli europei per disoccupazione (siamo al 6,3 per cento, la media europea è del 7,6 per cento). La crescita tendenziale dei distretti è di due punti superiore alla media nazionale (6,8 contro 4,8) e le sofferenze lorde e quelle totali presenti nella pancia delle imprese sono inferiori anche esse rispetto alla media nazionale (13,7 contro 18 per cento le lorde, 9,3 contro 10,4 le totali). Tutto questo è noto ma tutto questo è avvenuto non perché la Lombardia è un miracolo e un caso irripetibile ma perché la Lombardia da anni ha scelto di scommettere su un principio chiaro che è lo stesso che in fondo il 4 marzo verrà messo ai voti alle elezioni politiche: essere governati (o no) da una politica che scommette sull’apertura invece che sulla chiusura e che trasforma la globalizzazione non in una minaccia ma in una straordinaria opportunità per il nostro paese.

   

La risposta dunque è molto semplice: volete che il modello di governo che esiste in Lombardia e a Milano sia sempre di più il modello su cui costruire il futuro dell’Italia? Sì o no? Al contrario di quello che si potrebbe credere il modello lombardo non è legato a un modello imposto o suggerito da un partito al posto di un altro ma è legato a un formidabile ecosistema all’interno del quale nascono fenomeni e storie simili a quelle che abbiamo descritto all’inizio del nostro articolo. Ripetiamo per un istante l’elenco. La storia dell’Expo. La triangolazione su Ema. La traiettoria di Beppe Sala. Il tentativo di Stefano Parisi. Il profilo di Giuliano Pisapia. Il modello Maroni. Il tentativo di Giorgio Gori. Il punto è proprio quello che forse avrete già intuito. Alcune tra le cose più importanti manifestatesi negli ultimi anni in Italia sono nate e maturate in Lombardia e ognuna delle storie che abbiamo appuntato sul nostro taccuino ci permette di formulare un ragionamento. La storia di Expo è la storia di una possibile catastrofe organizzativa diventata un successo internazionale: solo nell’anno in cui Expo è stato organizzato, si sono generati 4,2 miliardi di euro di pil aggiuntivo e tra il 2012 e il 2020 si stima che al netto del bilancio di Expo la manifestazione è destinata a generare un totale di 13,9 miliardi di pil aggiuntivo e 242 mila occupati in più.

     

La storia di Ema è finita come non doveva finire ma è cominciata come doveva cominciare: con le forze politiche di ogni colore che hanno scelto di collaborare tra loro per provare a raggiungere un obiettivo importante e che ancora oggi stanno provando a triangolare per provare a suon di ricorsi di strappare all’Olanda l’agenzia europea per il farmaco. In un certo senso, il metodo di Ema e di Expo vive anche nei profili della classe dirigente prodotta negli ultimi anni in Lombardia. La storia di Beppe Sala (ex ad di Expo) in fondo è la storia di un manager trasversale che ha cercato (con successo) di conquistare la città più in salute d’Italia provando a parlare a un elettorato molto diverso da quello tradizionale della sinistra. La storia di Stefano Parisi è stata la storia di un candidato sindaco che prima di perdersi un po’ per strada ha provato a indicare al centrodestra una strada elettorale alternativa a quella populista. Lo stesso vale per Giorgio Gori che a prescindere da quello che sarà il suo destino in regione ha scelto di mettere in campo un modello di opposizione costruttivo finalizzato a non a distruggere quanto fatto finora dai suoi avversari ma semplicemente a fare meglio. Lo stesso in fondo vale per Giuliano Pisapia che anche a costo di sfidare un pezzo della tradizionale constituency della sinistra ha tentato da posizioni non renziane di spiegare al mondo progressista che l’ideologica politica del no (per esempio il no al referendum) e la sterile opposizione basata sulle simpatie personali (l’anti renzismo della sinistra) alla lunga rischiano di essere entrambe dannose per un’Italia che ha bisogno non di maggiore rancore ma semmai di maggiore semplificazione.

 

Lo stesso infine vale ovviamente per Roberto Maroni che a suo modo, nei cinque anni passati in regione, ha rappresentato un’alternativa possibile alla Lega sovranista, nazionalista, populista e anti europeista (venite a parlare di referendum sull’Euro in Lombardia e verrete sommersi da uno tsunami di pernacchie) messa in campo dal modello Salvini. Mettete insieme tutti questi temi, provate a fermarvi un attimo e riflettete su una domanda semplice semplice: ma è solo un caso che le cose più interessanti accadute in Italia negli ultimi anni siano accadute in un contesto politico e culturale che ha provato in tutti i modi a dire di no a ogni tentazione sfascista?

   

Mettete insieme questi temi, queste riflessioni, questi spunti e capirete che in fondo, il 4 marzo, sia se voterete centrosinistra sia se voterete centrodestra, la domanda a cui dovrete rispondere è semplice: volete voi che l’Italia sia sempre più simile o sia sempre meno simile al modello politico/culturale/economico rappresentato oggi dalla Lombardia e ovviamente da Milano? Noi, nel nostro piccolo, e per ragioni che vi spiegheremo nei prossimi giorni, speriamo sinceramente che la risposta sia sì. E speriamo che così come l’Italia sportiva è riuscita a portare a casa tre ori alle Olimpiadi invernali grazie a tre atlete lombarde (Arianna Fontana, Michela Moioli e Sofia Goggia) allo stesso modo il 5 marzo sia il metodo trasversale lombardo a guidare e salvare il nostro paese dalla furia sfascista.

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