Sala d'attesa Pd

David Allegranti

Il “quattro marzo” – rapidissima destinazione di un mese scarso di campagna elettorale – è diventato uno stato mentale, l’attesa di un treno in partenza. La sconfitta al referendum costituzionale non è stata sufficiente a congedare Matteo Renzi. Anche perché il segretario del Pd ha lasciato Palazzo Chigi ma non s’è ritirato in Africa, come invece avevano promesso certi ex capi partito: se n’è andato una settimana a Pontassieve e all’ottavo giorno era già ripartito, alive and kicking, perché in politica non c’è niente di peggio del terribile horror vacui. Il quattro marzo è la nuova occasione, il nuovo referendum, il quattro marzo è una Sala d’attesa. Giuseppe, sindaco di Milano, ne è il capofila. Da giorni – vuoi perché ha da promuovere il suo libro, vuoi perché s’è stufato davvero del suo segretario – l’ex amministratore delegato dell’Expo riserva a Renzi esternazioni poco simpatetiche. Anche Sala ha difatti pronunciato le parole magiche, in un’intervista al Corriere della Sera: l’ex sindaco di Firenze “è una risorsa”. Come noto, l’Italia è piena di risorse, soprattutto in politica. Ecco, se capitasse anche a voi, sul lavoro, iniziate a preoccuparvi. Se qualcuno vi dice “sei una risorsa” in realtà vi vuole congedare. Se poi a dirlo è la fidanzata o il fidanzato, ancora peggio. “Sei una risorsa” è il corrispettivo politico del paraculismo estetico-sentimentale: quando tu dici di una ragazza o un ragazzo che è “simpatico” al posto di “be’, in effetti è proprio un cesso”.

  

Negli anni Renzi è stato considerato una risorsa da molti, soprattutto fino al 2013, prima che rottamasse qualcuno di quelli che avrebbero voluto rottamare lui. Da Enrico Letta (“Renzi è una risorsa”, 9 luglio 2013) a Pierluigi Bersani (“Renzi è una risorsa”, 3 dicembre 2012) a Massimo D’Alema (“Renzi è una risorsa”, 20 luglio 2013) a Roberto Speranza (“Renzi è una risorsa”, 2 settembre 2013) a Beppe Fioroni (“Renzi è una risorsa”, 15 aprile 2013) a Rosy Bindi (“Renzi è una risorsa”, 20 febbraio 2013). Il resto della storia è noto. Persino Marco Minniti, non esattamente un antirenziano (anche se si è arrabbiato non poco per la composizione delle liste dei candidati al Parlamento), l’aveva detto un anno fa, parlando con il Foglio: “Renzi? E’ un riformista vero, una straordinaria risorsa da tenere a cuore. Al netto dei suoi errori, che d’altra parte lui stesso ha riconosciuto”. Ora tocca a Sala, che a differenza dei succitati avversari del segretario del Pd è un sindaco, quindi la frase per Renzi, un ex sindaco che sugli amministratori locali ha costruito parte della sua narrazione, è più amara. Negli ultimi mesi i rapporti fra i due sono diventati molto freddi e più volte Sala se l’è presa con il Giglio Magico di Renzi. Non a caso nell’intervista al Corriere, ha detto anche che la leadership di Renzi “dovrebbe essere più coinvolgente. Il Pd ha una squadra di ministri di prim’ordine: Gentiloni, Franceschini, Delrio, Minniti, Padoan, Martina. E gli altri?”. Da notare che i ministri citati non appartengono alla cerchia ristretta dell’ex presidente del Consiglio. Niente Giglio Magico insomma. Non è la prima volta. A marzo dell’anno scorso Sala scrisse una lettera con Sergio Chiamparino a Repubblica, con la quale invitavano Renzi a “non rinchiudersi in gruppi ristretti ma avere la disponibilità a veleggiare in mare aperto con nuovi equipaggi non necessariamente composti da persone di stretta osservanza del capitano”. L’invito di Sala e Chiamparino, dunque, era a liberarsi di un po’ di gente con l’accento toscano per aggregare altre “forze innovatrici, fra le quali ci annoveriamo anche noi, che possono aiutare il paese a trovare la giusta rotta”. Altrimenti il destino è segnato. Un destino da risorsa. “Per me Gentiloni ha fatto meglio di Renzi”, ha detto Sala in questi giorni. E le liste del Pd? “Matteo Renzi s’è preso molto, a questo punto dipende da come usciremo la mattina del 5 marzo per capire se questa scommessa la vincerà o meno. Certamente si è messo una truppa che gli è molto fedele”. Slam, rumore della porta che sbatte.

 

C’è poi il ministro Carlo Calenda, che twitta da professionista, per ora senza sbrodolare, e dice cose ragionevoli (chissà, forse perché non è candidato!). Ha scelto il profilo del Lealista Critico, figura molto in voga oggidì dopo anni di sbornia turborenziana, insieme a quella del Critico Feroce. In Lombardia sostiene Giorgio Gori (altro in sala d’attesa) e ha cercato pure di unirsi al Pd senza però alcun risultato. Il ministro non è un pericoloso estremista; era in Scelta Civica, è un convinto liberale e avrebbe voluto far parte del Pd, ma non è andata bene. Lo ha raccontato recentemente in un’intervista all’Espresso, parlando di sé e del suo rapporto con il segretario del Pd: “Io vivo di realismo, lui di messaggi motivazionali. E in quanto al confronto, se gli dici che sta facendo un errore, entri subito nella categoria dei nemici. Per me fare politica è lavorare insieme, sennò faccio il manager, almeno mi arricchisco”. Ha appunto provato a iscriversi al Pd, “ed è stato un disastro. Sono andato al Nazareno e ho chiesto se ci fosse un posto dove mettere a disposizione le mie competenze, per esempio un comitato sulla globalizzazione, che però non c’era. Qualche mese fa ci ho riprovato dicendo pubblicamente che con un Pd che avesse recuperato lo spirito riformista, mi sarei impegnato volentieri. Mi avesse telefonato, che so, il segretario provinciale di Frosinone! La verità è che il Pd è un circolo chiuso. Comunque, se lo vorranno, posso dare una mano alle prossime elezioni”. Dopo le liste, Calenda è tornato a farsi sentire. Come Sala ha criticato le scelte del segretario per non aver candidato “gente seria e preparata, protagonista di tante battaglie importanti” come Claudio De Vincenti, Irene Tinagli, Ermete Realacci e Luigi Manconi. Sperava in un “ravvedimento operoso”, c’è stato solo su De Vincenti e solo perché Gianni Cuperlo, che è un signore, ha rinunciato alla catapulta su Sassuolo perché il legame col mitologico territorio non si costruisce in 30 giorni, altro che villeggiatura a Bolzano. E di Calenda si favoleggia (che vuol fare? Dove vuole andare? Un fiorino!), e pure lui favoleggia a sua volta, posizionandosi in quota riserva della Repubblica in caso di flop del Pd il quattro marzo. D’altronde con questo combinato disposto fra la Costituzione più bella del mondo e la legge elettorale, mica c’è bisogno d’essere candidati o eletti per fare il capo del governo. Eppoi esser candidati è, come la succitata sala d’attesa, uno stato mentale per non dire una condizione esistenziale. Anche Alessandro Di Battista scrive libri per annunciare, non veltronianamente, fughe sudamericane con pargoli al seguito, s’è ritirato dalla corsa, ma solo per tornare dopo l’eventuale schianto del webmaster di Pomigliano d’Arco. Si è insomma candidati anche quando non si è candidati. Si è candidati a qualcosa a prescindere, tutti in sala d’aspetto, trasversalmente uniti nell’attesa.

 

E attendono anche quelli dell’opposizione interna al Pd. Non tanto Andrea Orlando, che alla fine casca sempre in piedi e nelle trattative non si capisce se si fa fregare apposta o per caso, quanto i suoi. Tra chi ha rinunciato alla candidatura, come Enzo Lattuca, deputato uscente classe 1988, che ha detto no, grazie, perché il partito di Renzi non è roba sua, in procinto di candidarsi sindaco di Cesena l’anno prossimo, e chi è stato congedato, come Daniele Marantelli, “leghista rosso” arrivato alla terza legislatura. Il quattro marzo è un’eterna attesa in stazione, c’è Enrico Letta che con precisione scientifica s’è dimesso dalla Camera, è andato a Parigi, ha scritto un libro, rilascia regolari interviste europeiste e apparentemente disinteressate ma con i piedi ben piantati sulle nuvole italiche e ha lasciato il soldato Marco Meloni al fronte di Montecitorio giusto in tempo per farlo falcidiare dalle armate renziane. E che può fare un ex presidente del Consiglio con solide radici a Bruxelles se non il ministero degli Esteri in un governo in cui Renzi non può metter bocca? Fosse tuttavia solo materia da addetti ai livori, basterebbe citofonare Massimo D’Alema, che non vede l’ora issare la bandiera di Gallipoli a Rignano sull’Arno e di colonizzarla con i suoi vitigni. E invece no, ci sono anche i fan delusi, una delle 50 sfumature di renziani: c’è il Giglio Magico, poi ci sono quelli della prima ora, i convertiti delle primarie del 2012, i convertiti delle primarie del 2013, i paracadutati del penultimo quarto d’ora. Anche i fan delusi hanno varie sottocategorie; ci sono quelli che frequentavano con entusiasmo le prime Leopolde, genuini e per questo ingenui, e quelli che speravano in un avanzamento di carriera grazie a certa vicinanza col Palazzo renziano e che, una volta esclusi, dalle liste o dal governo o dal partito, si sono tramutati in Feroci Critici dell’ex premier.

 

Quelli che stanno sull’uscio, in attesa del quattro marzo, han già cambiato idea altre volte. Come Matteo Richetti, che pareva arrivasse alla guida della comunicazione del Pd con il lanciafiamme e invece è rimasto tutto uguale. Anche lui è rimasto lo stesso: più che il portavoce del Pd è il portavoce dell’auto-incoscienza del Pd, e quindi di se stesso. Alla fine è andata come aveva detto a fine dicembre nel video a Napoli, rivolgendosi a Renzi: “Non puoi andare ad Arezzo a dire ‘siccome volevamo abolire il Senato e ci mettiamo la faccia su Banca Etruria, mi candido al Senato ad Arezzo’. Poi arrivi a Milano e ‘siccome sono a Milano sfido Berlusconi nel collegio di Milano’. Poi dopo andrà a finire, com’è giusto che vada a finire, che ti candidi a Firenze che è la tua città. Allora mi chiedo perché non comprendiamo che in politica la parola data, anche su questioni poco rilevanti, conta, in una stagione così complessa?”. Renzi è infatti candidato nel collegio di Firenze, al Senato, lo stesso che voleva abolire. E se i fuoriusciti non valgono, dallo stesso D’Alema a Roberto Speranza, che se ne sono andati proprio perché non volevano più Renzi e han fondato un partito puntando sull’antirenzismo, nel Pd è pieno di capitani coraggiosi che affidano il loro disappunto ai retroscena dei giornali, alle interviste critiche ma comunque leali, senza asperità contro Renzi. Sono quei capitani così coraggiosi che si son messi in sala d’aspetto pure loro, ma li riconosci subito dal tono da statista, dalle teorie sui “responsabili” che devono sfidare i “populisti”, e capisci che c’è qualcosa che non torna. Dario Franceschini è lì che entra ed esce dai retroscena che lo vogliono abile cesellatore di trame antirenziane e si balocca con l’iperuranico mondo delle amicizie quirinalizie perché, come ha scritto Salvatore Merlo su queste colonne, “oltre a essere amico di Sergio Mattarella, che nel 1999 lo sostenne al congresso del Ppi, Franceschini è anche una vecchia conoscenza del segretario generale del Quirinale, che qualcosa conterà nel momento decisivo”. Franceschini, già vicedisastro, come lo chiamò Renzi (e il disastro, naturalmente, era Walter Veltroni) è così trasversale, e dunque pronto per questi tempi in cui non essere “divisivi”, come si dice con una brutta parola, è condizione naturale per diventare presidenti del Consiglio. Pensate un po’ a Paolo Gentiloni, che piace così tanto perché non ci dà ansie. Uno degli uomini di Franceschini, il suo ex portavoce, Piero Martino, è persino finito in LeU, con il ruolo di responsabile comunicazione. Potrebbe sembrare una mossa alla Berlusconi, che ha lasciato andare Denis Verdini, amico di mille battaglie e già uomo macchina di Forza Italia, per proseguire i patti nazarenici o nazareni con Renzi. Ma non sarebbe una buona notizia per Martino, perché alla fine a Verdini non è andata benissimo. Nonostante i titoloni sui giornali (“Rosatellum, spunta il salva-Verdini”; “Legge elettorale, via libera al salva-Verdini”) alla fine, nelle liste elettorali, Verdini è finito né con il centrodestra né con il centrosinistra. Anche a lui toccherà aspettare la fine dell’eterno quattro marzo in stazione.

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