Di Maio, i candidati e il complesso della cravatta

Salvatore Merlo

Roma. Quando chiama uno a uno sul palco i quaranta candidati che ha scelto per l’uninominale, Luigi Di Maio gongola vistosamente. Se ne sta in piedi per quasi tre ore, le mani allacciate dietro la schiena, come quando faceva lo steward allo stadio, ed è sopraffatto da una perenne limatura di sorriso, una semi paresi, ma d’intima soddisfazione, ogni volta che può annunciare al pubblico un “professore universitario”, un “ricercatore del Cnr”, un “ammiraglio”, un “generale di brigata”, un “comandante”, un “inviato dell’Osce”, un “architetto consulente di Renzo Piano”… che evidentemente per lui sono un po’ come la grisaglia che indossa, la cravatta domenicale della provincia profonda, il complesso d’inferiorità e il malessere del diplomato fuoricorso che vive la tragedia di essere figlio di una professoressa di Lettere. E infatti non riesce a trattenersi: “Provate adesso a chiamarci incompetenti”, dice a un certo punto. E davvero sembra il personaggio di quel libro di Francesco Piccolo, “il desiderio di essere come tutti”. Di essere normali. Solo che ogni tanto qualcuno di questi candidati del M5s si rivela il solito mattoide. E allora Di Maio lo squadra con l’espressione che avrebbe riservato a una lumaca nell’insalata.

 

E al tempio di Adriano, solitamente teatro delle presentazioni dei libri di Bruno Vespa con Silvio Berlusconi, in questo luogo così solenne e istituzionale, cui Beppe Grillo avrebbe forse preferito il caos di una piazza o la ribalderia di una traversata a nuoto dello stretto di Messina, va in scena il tentativo di revisione estetica del Movimento cinque stelle imposto dal nuovo capo politico. E un po’, inevitabilmente, è come se Di Maio dicesse: “Lo so, dalla mia fabbrica non escono che automobili disastrose, utilitarie immonde, serbatoi che perdono benzina, ma voi votatemi lo stesso perché oggi ho fatto venire degli operai e degli ingegneri da fuori, gente che se ne intende sul serio”. Arrivata a un tale livello di autosfiducia, qualsiasi fabbrica normale chiuderebbe, persino i rivenditori dei concessionari si vergognerebbero ad averci a che fare. Ma così è.

 

E insomma, uno dopo l’altro, mentre l’anima pop Alessandro Di Battista osserva in disparte, defilato e irrequieto, chiuso in un atteggiamento di ritegno che pare allo stesso tempo di allerta, ecco che sfilano i “competenti”. Sembrano affidabili come il ferro e la quercia. C’è l’ammiraglio Rinaldo Veri che prima rivendica “il diritto del popolo italiano a protestare per tutto il male subito dai partiti”, e dopo qualche ora è costretto a ritirare la candidatura perché s’era già candidato in Abruzzo con uno di questi partiti, cioè con il Pd. Ci sono il presidente delle Camere penali di Roma, il cardiochirurgo di fama, il professore di Economia a Torino, il presidente dei giovani industriali, l’archeologa del Fai, il truffato dalle banche, il magistrato in pensione, l’esperta di cybersicurezza, il medico di Emergency e l’ex ufficiale del Corpo forestale. Ci sono poi Manlio Di Stefano e Riccardo Fraccaro, i deputati più vicini a Di Maio, incravattati e perfettamente a loro agio in questa carrellata di nomi e curriculum professionali che non rappresentano più la rabbia totale e apocalittica degli inizi, ma sono quasi la settorializzazione dei malesseri italiani, l’imborghesimento del malumore, tante piccole lobby dell’insoddisfazione: degli insegnanti, dei forestali, degli avvocati, delle forze armate, dei medici, persino dei giornalisti, largamente rappresentati, tutti con quell’aria da “adesso ve la faccio vedere io”, che è un po’ la stessa filosofia del comandante Gregorio De Falco, anche lui candidato, quello che al pusillanime Schettino urlò al telefono, dal calduccio della Capitaneria di porto di Livorno: “Salga a bordo, cazzo”.

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