Fuori le toghe, dentro i giornalisti. Ma è un cambio di professioni

Maurizio Crippa

Milano. Che cosa hanno in comune Tommaso Cerno e Anna Finocchiaro, Felice Casson e Gianluigi Paragone, Emilio Carelli e Donatella Ferranti? Niente, o forse molto. Senz’altro questo: sono come i giocatori di una squadra – chiamatela la squadra dei giocatori in prestito alla politica – colti nel momento iconico, quando uno esce e lascia posto all’altro: ci si dà il cinque, sulla linea di bordo campo, e via. Escono di scena i magistrati, entrano i giornalisti. Se avessimo un’unghia del talento di Filippo Ceccarelli, sarebbe un racconto di transumanze e curricula migratori, di album delle figurine parlamentari. Se fosse l’Unione sovietica sarebbe la sostituzione – là un tantino più brusca, qui morbida e ammortizzata – di una classe sociale con l’altra. Fuori i kulaki, dentro quelli del kolchoz. La sostituzione fra due caste professionali di impresentabili, detto all’ingrosso e senza far torto a nessuno, ma giusto per usare la metafora rosibindiana: quanto al ruolo pubblico esercitato. Se sia una sostituzione funzionale alla nuova èra politica, chi lo sa. Siccome non è né l’una né l’altra cosa, è un fenomeno che ha aspetti seri, anche se predominano i tratti grotteschi. Aspetto grottesco della squadra uscente, quella dei magistrati che hanno svernato in Parlamento. Non vanno più di moda, pare. Lacrimosa e indignata dava il triste annuncio Liana Milella, ieri su Repubblica. Faceva l’elenco. Salteranno i suddetti e altri ancora, qualcuno è in bilico. Ma due legislature fa erano “ben nove nel Pd e sette nell’allora Pdl”. Una mattanza. E a questo giro niente giudici per Berlusconi (del resto ha sempre preferito gli avvocati: legittima difesa). Aspetto più serio. Forse se n’è accorto pure il Pd, che essendo ex Pci eccetera, del collateralismo alla magistratura ha fatto spesso vessillo. E’ ora di dare un taglio. 

  

Luciano Violante s’è pentito da un pezzo; Anna Finocchiaro, discepola, forse pure. Ma il ruolo nella Seconda Repubblica dei magistrati in politica è stato (a parte alcuni galantuomini che dismessa la carriera hanno lasciato pure i vezzi della toga), questo: spesso sono entrati in politica per continuare la loro battaglia moralizzatrice con altri mezzi. Sbarellando e rimediando figure barbine, perlopiù: Ingroia, De Magistris, Di Pietro. Ma adesso pure i Cinque stelle, nel loro autodidattismo, vogliono fare i giustizialisti da soli: Di Maio annuncia che né Di Matteo, né Davigo, né Cantone saranno nel loro governo. Così tramontò la stagione dei kulaki.

 

Al loro posto, entrano i giornalisti. Si portano molto, oggi. Soprattutto tra i grillini. Carelli e Paragone. Ma anche negli altri partiti. Giorgio Mulè o Cerno. Lato grottesco. Il Parlamento rischia di diventare una sorta di Inpgi 3 (non badateci, voi profani: tra noi del mestiere ci capiamo benissimo). Il piè veloce Cerno in tre mesi ha messo ko Rep., se ora passa a carico dello stato, Mondardini si sarà tolta un bel peso. Aspetto più serio. Certo, lunga e onorabile è la schiera dei giornalisti passati in politica. Persino Gentiloni, sì dirà. Ma Spadolini, Alberto Ronchey, o Giuliano Ferrara (rapido passaggio ministeriale) e mettiamo nella schiera anche giornalisti mai passati per la politica attiva, i Mauro o gli Scalfari (anzi, Scalfari sì, un giro col Psi, ma fu 50 anni fa): sono politici non tanto “prestati”, al giornalismo, ma che hanno sempre praticato il giornalismo come campo di un impegno cultural-politico, senza tessera o seggi. Una tribuna pubblica e delle idee e un ambito della polemica civile. L’infornata odierna – con pardon per tutti, si va in generale e considerando il mood del momento – ha più l’aria di un’uscita da un mondo in crisi e votato all’irrilevanza, forse persino alla noia (la politica come alternativa alla noia: categoria introdotta da Grillo) per entrare in un’altra professione. Mobilità sociale. Aspetto grottesco, su ambo i lati. La sostituzione tra impresentabili, sempre con pardon alle persone ma con un occhio alle caste: il giornalismo che va alla conquista della politica oggi è un sottogenere dell’urlo populista, oppure è abituato a un rapporto di familiarità con la politica. Poi, quanto ai giornalisti, magari Cerno sarà il Boris Johnson del Pd. Quanto ai magistrati, si dirà solo questo: ce n’è stati anche di ottimi. E comunque Di Matteo non si candida.

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