Perché Calenda è destinato a essere il vero anti Di Maio della campagna elettorale

Claudio Cerasa

Facciamo finta per un istante che in questa campagna elettorale l’uomo da battere sia davvero Luigi Di Maio (qualcuno hai dei sali minerali?) e proviamo tutti insieme a rispondere a una domanda semplice la cui risposta è meno scontata di quello che si potrebbe credere: se l’uomo sola al comando fosse davvero il candidato favorito alle elezioni, quale politico potrebbe candidarsi a essere il vero anti Di Maio? Non può essere Matteo Salvini, perché per stile, contenuti, lessico, postura, competenza, capacità di governo, di Di Maio il leader della Lega è semmai il gemello diverso. Non può essere Silvio Berlusconi, perché per storia, età anagrafica, profilo, esperienza, istrionismo il Cav. è semmai l’antitesi di Grillo. Non può esserlo Matteo Renzi perché se il messaggio forte della campagna elettorale del Pd dovesse continuare a essere la rottamazione il profilo del disruptor anti establishment oggi è incarnato più dal grillismo senza capacità di governo che dal renzismo con esperienza di governo. Lo stesso vale per Paolo Gentiloni, che per ruolo, storia e carattere non può permettersi di giocare una partita da gladiatore in campagna elettorale. E dunque, dove andare a pescare? Il grillismo è un sentimento che nasce per mandare a quel paese chi governa e dunque sempre nell’area di governo bisogna restare. Se si prendono per buone queste coordinate, la risposta è semplice e forse da qualche giorno è anche la stessa che ha in testa Renzi: Carlo Calenda.

 

I rapporti d’amore tra Renzi e Calenda, come è noto, sono complicati più o meno dall’intervista choc rilasciata dal ministro un anno fa al Corriere, in cui venne bocciata sonoramente l’idea di Renzi di accorciare i tempi della legislatura. Nel corso dell’anno passato, e anche di quello presente, Calenda non ha mai perso occasione di pizzicare il segretario del Pd sulle trovate considerate più demagogiche (l’ultimo scontro è stato sulla proposta di abolire il canone Rai). Ma tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 il leader del Pd non ha potuto fare a meno di registrare un fatto importante: se è vero che la sfida contro il 5 stelle si può vincere solo smontando ad una ad una le proposte grilline, e dimostrando in che senso una vittoria di Di Maio potrebbe essere il peggiore virus possibile per la nostra economia e la salute delle nostre imprese, non c’è nessuno che sappia interpretare questo sentimento meglio di Calenda.

 

Da un certo punto di vista il tributo che domenica scorsa il pubblico del teatro Parenti, ricco di renziani della prima ora, ha riservato al ministro, durante la mattinata dedicata alla squadra di governo che sosterrà Giorgio Gori in Lombardia, potrebbe aver acceso una lampadina sia all’ex presidente del Consiglio sia al ministro dello Sviluppo. In un senso semplice: forse a questo giro elettorale, l’unica rottamazione che può funzionare non è quella basata sulla carta d’identità anagrafica ma è quella basata sulla carta dell’identità pragmatica.

 

“La politica – ha detto probabilmente non a caso il ministro su Twitter due giorni fa – non è dominio di chi ha un curriculum vitae e la rappresentanza democratica non si fonda sulla competenza tecnica. Attaccare Di Maio su questo è sbagliato. Altra cosa è lottare contro le proposte assurde e pericolose del M5s”. Se Di Maio oggi per l’Italia è l’equivalente di quello che Le Pen è stata per la Francia, si potrebbe dire che nel centrosinistra il macronismo più genuino, prima ancora di Renzi che pure lo ha anticipato e prima ancora di Gentiloni che pure da Macron è stato endorsato, è rappresentato da un politico che ha l’ambizione di diventare un Macron italiano e che da qui al quattro marzo potrebbe essere la carta giusta sia per riconquistare i Sergio Marchionne d’Italia sia per diventare il nemico numero uno del candidato premier grillino. Calenda vuole scendere in campo. Sicuramente in tv. Probabilmente in giro per l’Italia. Il resto poi si vedrà.

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