Camera e Senato chiudono malconci. E il futuro non promette meglio

Nell’ultimo giorno di legislatura deputati e senatori si salutano con affetto e con rimpianto, come alla fine del liceo, e molti di loro già si sentono ex. Il ricambio che già era stato massiccio nel 2013 (64 per cento di volti nuovi tra Montecitorio e palazzo Madama) sarà ancora più pesante a marzo 2018, sia pure compensato dal ritorno di alcuni rottamati di grido (Massimo D’Alema torna a stazionare con frequenza in Transatlantico, luogo che disdegnava da anni). E la scatoletta di tonno? L’assalto grillino apriscatole in pugno si è esaurito da molto tempo, Di Maio ha impersonificato e guidato un processo di integrazione nelle istituzioni quasi totale. Ma la scatoletta, nel senso del contenitore istituzionale della vita politica nazionale, è uscita in pessime condizioni dai maltrattamenti subìti per cinque anni.

 

E, guardando avanti, i pochi saggi rimasti nel Palazzo si interrogano con angoscia sul cortocircuito che potrà scaturire dalla instabilità politica della prossima legislatura (in quella che va a chiudersi, bene o male il Porcellum aveva comunque garantito almeno in una camera una maggioranza enorme) calata dentro un contesto istituzionale uscito scassato dall’opera demolitrice dei grillini prima e del renzismo poi (come contromossa al grillismo, ma anche come propria originale pulsione populista anti-romana e antiparlamentare), con l’unico importante contenimento garantito dai presidenti della Repubblica, ma col cedimento progressivo da parte dei due presidenti di Camera e Senato. Né Boldrini né Grasso saranno rimpianti nei rispettivi ruoli, autori di una sistematica ancorché forse inconsapevole opera di delegittimazione della camera che presiedevano, a colpi di tagli di organico e risparmi di spesa continuamente propagandati, con l’effetto involontario di dar ragione a chi considera il Parlamento un orpello inutilmente costoso, senza che lo spin sull’austerità abbia recuperato un solo cittadino al rispetto verso l’istituzione.

    

L’assalto al Palazzo inteso come luogo del privilegio, dello spreco e dell’inefficienza ha proceduto per spallate successive, ora da parte dei Cinque stelle ora da parte del Pd renziano, con la destra politica (non quella editoriale) nell’insolito ruolo di spettatrice e moderatrice, ennesimo paradosso italiano se solo si pensa allo spirito eversivo che nel ’94 portava a Roma i primi parlamentari berlusconiani e leghisti. I risultati dell’accerchiamento sono stati mediocri in termini pratici (qualche milione di risparmio, appena limati gli stipendi e le pensioni dei parlamentari, tagli nelle spese del funzionamento dei Palazzi soprattutto grazie all’esodo dei dipendenti, fenomeno che ha però intaccato la rinomata qualità e affidabilità delle tecnostrutture), molto gravi dal punto di vista dell’immagine delle istituzioni, esposte alle incursioni della stampa anti-casta senza che si trovasse nessuno disposte a difenderle.

 

Le schegge sono puntualmente finite in testa alla sinistra, che durante il ventennio berlusconiano e prima aveva sempre fatto del parlamentarismo un punto d’onore e di resistenza. Il Pd ha sofferto la contraddizione di dover rincorrere il grillismo sul suo terreno, finendo per inciampare per goffaggini e incongruenze delle quali la vicenda della legge Richetti sui vitalizi dei parlamentari è emblema perfetto, con gruppi parlamentari che fremevano sentendosi sotto il tiro del loro stesso premier e segretario di partito.

 

E nella diciottesima legislatura? Renzi dovrà rinunciare al ruolo di extraparlamentare, al quale è molto affezionato, ma si presenterà accompagnato da neoeletti democratici, ridotti di un terzo o forse della metà rispetto a ora, tutti di sua fiducia e, di nuovo, in gran parte, alieni calati a Roma. Con la campagna anti-casta editoriale certamente non sazia, e i Cinque stelle versione Di Maio imborghesiti e alla ricerca di convergenze, appare legittimo aspettarsi dal renzismo nuove vampate populiste. Sempre che il risultato elettorale non raffreddi gli ardori, e non riporti in auge l’equilibrio istituzionale dimenticato.

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