Bill Callahan si racconta in "My Days of 58"

Un nuovo progetto autobiografico dove il cantautore americano esplora successi e fallimenti alla soglia dei sessant'anni. Il tutto portato avanti dalla sua caratteristica voce baritonale unita alla raffinatezza minimale degli arrangiamenti

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3 APR 26
Immagine di Bill Callahan si racconta in "My Days of 58"

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Piuttosto bizzarro imbattersi proprio in questi giorni tumultuosi in “My Days of 58”, nuovo album di una delle migliori voci cantautorali del presente americano, Bill Callahan, a lungo attivo con lo pseudonimo di Smog e poi titolare di una carriera solista che giunge al nono capitolo sul lungo formato. Oggi Callahan è un caso a parte nella scena musicale d’oltreoceano, per come coniuga la propria caratteristica voce baritonale con l’alta raffinatezza minimale degli arrangiamenti delle sue canzoni, con un’attitudine verso la musica, l’arte e il mondo, che sembra collocarlo in una bolla protetta dal presente e dalla scottante attualità della sua nazione, dedito com’è a forme di contemplazioni private, remote, profonde, immerse in ciò che potremmo definire un culto della lentezza. La sua è un’attenzione maniacale ai particolari, una specie di adorazione di quanto pertiene ai valori primari dell’umanità, al di là delle imposizioni del tempo e dello spazio, in primo luogo il rapporto con le persone amate e poi il respiro della natura dattorno, la terra e il cielo, il tutto vissuto con l’umorismo col quale si possono affrontare anche le questioni universali che ci proiettano in una dimensione cosmica.
Il titolo dell’album è una dichiarazione di metodo: “My Days of 58” è un lavoro eminentemente autobiografico, nel quale Callahan, a un passo dai sessant’anni, è ancor di più pervaso dalla ricorrente vocazione diaristica, attraverso la quale storicizzare e mettere musica gli eventi principali ma anche le sfumature della propria vita: il matrimonio, la paternità, il brutto male col quale si è battuto fino a sconfiggerlo, le memorie di figlio di un’area benestante del Maryland, un padre a cui si rivolge in un brano con l’intenzione di dissipare una vita di reciproche incomprensioni, ricordando l’orgoglio del giorno in cui gli mostrò un assegno da tremila dollari appena guadagnati per un concerto, dimostrando che anche con la musica sarebbe stato capace di assicurarsi una vita decente.
C’è una ricorrente ironia in “My Days of 58” e altrettanto scetticismo: l’intendimento finale è tracciare un autoritratto lucido dell’artista da grande, coi suoi vezzi, le sue insoddisfazioni, le soluzioni elaborate, le passioni inestinguibili a cominciare da quella per la vita on the road, con tutta la letterarietà che contiene, i motel, le cene nei diners, le conoscenze occasionali. I toni di Callahan sono morbidi, a volte sussurrati, per poi talvolta decollare in un canto tenue e sempre pieno di grazia, allorché la bella squadra di musicisti che l’accompagnano si preoccupa di ricamare in contrappunto con risultati mirabili, che rendono questo lavoro un ascolto piacevolissimo – tanto più se Leonard Cohen, Phil Elverum o Nick Cave sono tra i vostri preferiti e se lo stile narrativo di Raymond Carver è nelle vostre corde (con una nota di particolare apprezzamento per le performance della vocalist Eve Searls, che dialoga più volte delicatamente con Bill, e per i pattern ritmici di Jim White, batterista e abituale collaboratore, qui titolare di pregiatissimi contributi).
Fin qui l’elogio di questo disco quieto, a tratti enigmatico e a volte elettrizzante, colmo di umanità, humor e purissima musicalità, estraneo a qualsiasi artificio. Ci si delizia dal suo ascolto, ma poi s’affaccia insidioso un interrogativo a cui è difficile sottrarsi: in un’opera compiuta e sofisticata come questa, dov’è l’America vera, quella di oggi, il luogo nel quale ora si convive con malesseri sociali, collettivi e individuali, verso i quali anche i meccanismi di rimozione paiono inadeguati? Callahan non commenta mai i drammi della vita moderna americana, optando per la presentazione d’una galleria di quadri che ricordano certi film di Terrence Malick, a prima vista statici, ma nei quali le passioni interiori rimbombano così forti da trasformare il resto in un contorno. Oppure sembra aver scelto di vivere in un luogo dei sogni che evoca il campo da baseball immaginario di Kevin Costner in “Field of Dreams”, pura reificazione dei desideri. I suoi luoghi della perfezione esistenziale sono popolati da splendidi puledri e uccelli melodiosi, avvolgendo il ritmo soffice della vita domestica e il fluire delle riflessioni. Ma, caspita, là fuori succedono cose per niente belle, cadono bombe, s’imprigionano famiglie inermi. L’America del 2026 è un posto strano, pericoloso, venato di ostilità, rabbia e odio. Cullarsi nella seduzione di Callahan allora è piacevole, ma lascia un sapore acre: le questioni irrisolte reclamano attenzione e presenza e il crescente imbarazzo della nazione è ormai un fatto esplicito: il distacco tra la sfera creativa di un artista e la vita vissuta, appare un esercizio inattuale. “My Days of 58” resta così un ascolto elegante che allunga il folto elenco delle opere dedicate al tema del tempo che passa, e dell’esperienza che si accresce. Ma che a questo esercizio manchi qualcosa di sostanziale è una sensazione troppo intensa per non darne, con dispiacere, conto.