•
In “My Days of 58” Bill Callahan suona il suo testamento artistico. Una conversazione
La scrittura del disco è stata influenzata da un tumore scoperto all’improvviso, da cui è guarito, e dalla morte di entrambi i genitori. Il racconto della malattia e della vita che viene dopo. Intervista
di
27 APR 26
Bill Callahan ha parlato apertamente dell’uso della sua biografia come filtro per capire la realtà (foto di Bill McCullough)
Dice che quando l’ombroso cantautore americano Bill Callahan stava per morire gli è apparsa in sogno la sua guida spirituale, cioè Lou Reed, colui che gli ha insegnato a scrivere e anche a cantare. “È come Gesù, per me”, ha dichiarato Callahan a proposito del poeta dell’ambiguità e dei bassifondi newyorkesi. Nel sogno lui si affida a quella sorta di Virgilio rock che lo guida in un paradiso immaginario e lo guarda dritto negli occhi, dandogli una stretta di mano calorosa: “Va tutto bene, devi solo lasciarti andare”, gli dice Lou vestito di bianco, quieto e ormai pacificato, “lasciati andare verso una stella nana o un buco nero o l’anima di qualcun altro”. Ed è così che l’imperscrutabile Bill Callahan, oggi cinquantanovenne scampato a un terribile tumore al colon, ha scoperto grazie ai saggi consigli del fondatore dei Velvet Underground il perché gli uomini cantano. Oltre a essere un sogno reale di Callahan, quella descritta è anche la prima languida ballata “Why Do Men Sing” del nuovo album “My Days Of 58”.
Noto per la ritrosia a parlare e per i suoi testi ermetici, il musicista americano si è raccontato al Foglio con sorprendente disponibilità, parlando apertamente dell’uso della sua biografia come filtro per capire la realtà e altre faccende personali: “Di solito sto solo cercando di capire qualcosa: 'Che cosa sta succedendo qui? Che cosa significa davvero? Che cosa provo, in fondo? Perché le persone fanno questo?'”, dice lui, “metterlo per iscritto mi porta delle risposte. A volte la risposta la conosco già, ma è ancora informe e ha bisogno di prendere una forma. Altre volte non la conosco affatto, e la scopro proprio scrivendone”.
La scrittura di “My Days Of 58”, titolo ideato dal figlio Bass, è stata influenzata da un cancro scoperto all’improvviso, da cui è guarito, e dalla morte di entrambi i genitori, ai quali dedica le canzoni “Empathy” e “Lake Winnebago”. Un disco tra i suoi più intensi, che suona come un tentativo di testamento artistico per un cantastorie che sembra avere ancora molte cose da dire, dopo avere abbandonato l’enigmatico moniker Smog usato per i primi dischi più sperimentali dei primi anni Novanta, quando ancora viveva nella fredda Chicago.
“La musica non è nulla se non è spirituale, viene dagli spiriti, per quanto posso dire, e collega questi corpi terreni a loro per qualche minuto”, ha dichiarato il musicista al mensile inglese Mojo parlando del sogno di Lou Reed e del senso di mortalità di cui sono intrise le nuove canzoni. “Per sei settimane ho pensato che ci fosse una buona probabilità di partire per il lungo viaggio. E’ una cosa personale ma non mi dispiace se lo scrivi”, aggiunge Callahan, “sono un sopravvissuto e forse posso ispirare alcune persone meravigliose là fuori che stanno soffrendo”.
Nato nel 1966 nel Maryland da genitori analisti della lingua per la National Security Agency (gli avevano vietato di parlare con gli amici del loro mestiere), il giovane Bill evidenzia ben presto un carattere schivo e misterioso, che riversa immediatamente nella sua musica. Trascorre alcuni anni nello Yorkshire, esperienza che alimenta il tema dello sradicamento e dell’alienazione, la musica diviene il suo rifugio e la sua chitarra uno scudo per difendersi dal mondo. Tornato in America comincia a incidere nastri casalinghi con un registratore a quattro tracce a bassissima fedeltà, più una necessità che una scelta estetica. Lui stesso anni dopo si descrive come “un’astronave adolescente che volteggia appena fuori dalla portata dei comuni mortali”. Ma l’ossatura scarnificata delle sue ballate spettrali e i testi criptici e malinconici richiamano da subito, e a ragione, mostri sacri come Nick Drake e Leonard Cohen (di cui incide una bellissima “So long, Marianne” che suona spesso dal vivo).
Dopo un concerto a Austin, in Texas, cambia inaspettatamente vita. Qualcuno lo invita a una festa: a Chicago non gli era mai successo
“Amo mia madre, amo mio padre, e amo anche le mie sorelle. Ho comprato questa chitarra per promettere il mio amore, per prometterti il mio amore. Sono stato sommerso dalla vita, e devo tutto a te”, canta nella sua celebre “Rock Bottom Raiser” del 2005, quando ancora si faceva chiamare Smog e nessuno ha mai capito perché. Ma è nel 2004 che cambia inaspettatamente vita, dopo un concerto al mitico festival SXSW di Austin, Texas: qualcuno lo invita a una festa, cosa che a Chicago non gli era mai successa, dice lui, e incontra gente che sembra felice. La città bagnata dal fiume Colorado e con le spalle al deserto, il cui motto è “Keep Austin Weird”, mantieni Austin strana e bizzarra, diventa la sua nuova casa: la natura fa capolino nella sua vita, l’immaginario del cowboy malinconico alla Merle Haggard o Waylon Jennings pervade molte sue canzoni (in “The Sing” del 2013 canta “le uniche parole che ho detto oggi sono birra e grazie”). Dopo anni di vita nomade arrivano persino una moglie, la filmmaker Hanly Banks, e due figli. “Amo Chicago, ma è soprattutto mattoni e marciapiedi. Austin, invece, ha una vena di vegetazione che le attraversa il cuore, per cui sei sempre a un passo da una traccia di natura selvaggia”, racconta lui a proposito dell’influenza del paesaggio texano sulla sua musica, “il clima più caldo ti porta a stare fuori più spesso. Le persone che ci vivono sembrano godere di una qualità della vita piuttosto alta, e questo genera semplicemente vibrazioni positive. Vivo qui da ventidue anni, quindi non è esattamente una notizia dell’ultima ora il fatto che mi piaccia”. Nella capitale del Texas Callahan ha cominciato a praticare la meditazione, a camminare nelle oasi urbane intorno alla città, a riconoscere i grifoni che volteggiano sulla sua testa, persino a frequentare di tanto in tanto i club di una delle città musicali più vive: “Circa sei mesi fa ho visto un concerto fantastico di Jonathan Richman al Continental”, racconta lui parlando di un’autentica istituzione musicale cittadina, “E’ bello vivere in un posto che conserva ancora alcune tradizioni culturali. Non soltanto quella deriva nazionale che spinge tutto verso il predominio delle corporation”. Disco dopo disco, canzone dopo canzone, il Texas diventa una mappa interiore, un’idea di bellezza che lui riesce a trasformare in languide ballate dall’arpeggio obliquo e dalla metrica fantasiosa.
“Dev’essere la longitudine, o la latitudine del Texas occidentale. Che ti mette davvero di buon umore. E cambia il tuo atteggiamento. Un vero punto di incontro”, canta lui nella beffarda “West Texas”. Gli chiedo se è vera la storia che ha scritto la canzone in auto mentre tornava da Marfa, altra città-icona texana famosa per il “finto negozio” Prada, che in realtà è l’installazione permanente degli artisti scandinavi Elmgreen & Dragset: “Avevo appena suonato a un festival e avevo trascorso la giornata gironzolando per quella cittadina minimalista. Lì c’è ben poco da scegliere. Un solo bar. Uno o due ristoranti. Piatto, spazioso, arido, tranquillo. Sul palco avevo detto qualcosa che mi era venuto in mente mentre salutavo il pubblico: ‘Deve essere la longitudine o la latitudine’ a rendere speciale quel posto. La frase mi è rimasta impressa e ho capito che avrei dovuto usarla come prima riga di una canzone. Il timbro e il fraseggio della canzone erano racchiusi in quella frase iniziale”, racconta lui, “ho sempre saputo che il viaggio in auto da Austin al Texas occidentale era un reset per la mente. Un calmante per i nervi. La strada è diritta e pianeggiante e il traffico scarso ti permette di pensare e di entrare in sintonia con le cose. Non devi quasi mai toccare il volante o il freno. Puoi guidare per cinque ore senza toccare il pedale del freno. La quantità di stelle che si vedono è irreale”. L’inquieto e cupo cantautore del passato sembra avere trovato una nuova serenità, nonostante lo spauracchio della malattia e soprattutto la morte di entrambi i genitori, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. E la straordinaria capacità dell’intrecciare il suo tipico cantato recitato, a volte quasi sussurrato, su arpeggi minimali accompagnati in questo nuovo album da inconsueti inserti di violino, sax o clarinetto, gli consente di parlare di morte con una leggerezza mai sentita altrove.
Racconta che il cancro lo ha aiutato a scrivere, “lo specchio della mia mortalità”: “Invasore, schiavista, piccola lapide. Dimmi, è cresciuto?”
“Papà, mi hai lasciato di stucco quando avevo trent’anni, hai detto che te la sei cavata senza un padre, quindi hai pensato: perché dovrei averne uno io? Ok, ok, ma la cosa mi ha fatto riflettere. Tu riesci a cavartela senza un figlio? Ogni sera, devo brindare alla tua onestà”, recita sommesso in “Empathy”, l’episodio chiaramente più autobiografico di tutto il disco, cinque minuti di voce, chitarra e trombone che entra dritto nel cuore di chiunque sia stato padre o figlio, “E ora mia figlia, lei crea bellezza, mio figlio crea empatia, sì, mia figlia crea bellezza, mio figlio crea empatia, così tanta, molto più di me, tanta bellezza, tanta empatia, molto più di me”. Ora che entrambi i genitori non ci sono più, ha dichiarato lui al blog musicale Stereogum, non deve più preoccuparsi di cosa pensano quando sentono le sue canzoni, anche se probabilmente le stanno sentendo comunque, in quel mondo degli spiriti dove aleggiano anche Lou Reed, Merle Haggard e chissà chi altri. E che, stranamente, da quando il padre è scomparso lo sente più presente di quando era in vita come se, liberato dalla sua personalità terrena, fosse diventato puro spirito senza più muri tra loro.
La canzone “Empathy” è toccante, Callahan si mette a nudo totalmente su un tappeto sonoro scarno eppure profondamente coinvolgente: arricchito da violino, trombone, clarinetto e pedal steel, “My Days Of 58” è stato paragonato a un capolavoro come “Astral Weeks” di Van Morrison per la capacità di mescolare i generi e proporre una poesia ammaliante come un mantra.
“Città solitaria, città solitaria, ti terrò compagnia, sembri un po’ triste senza di me”, canta in “Lonely City”, uno degli episodi più riusciti del disco, che cattura l’orecchio dell’ascoltatore con l’andatura incerta di una canzone folk-country-pop che sorprendente a ogni strofa: “La prima cosa che faccio quando torno da te, è passeggiare per vedere cosa c’è di nuovo, cosa c’è di nuovo da te, città solitaria?”
Gli chiedo come faccia a ricordarsi questi testi così surreali e coloriti, se ha una tecnica mnemonica o un librone come quello che, dicono i più informati, Bob Dylan porta sempre con sé: “Le scrivo in modo che siano facili da ricordare. C’è una sorta di logica mnemonica: una riga suggerisce quale sarà quella successiva. Se non la ascolto da molto tempo, la cerco su uno di quei siti web che violano il copyright e guadagnano pubblicando testi senza autorizzazione”.
Tutti urlano pur non avendo nulla da dire, e invece lui continua a cantare a voce bassa. Senza diventare facile, senza autocommiserarsi
Con il suo humor nero è riuscito a parlare anche della sua malattia in modo dissacrante, dichiarando a Pitchfork che i suoi dischi cominciano tutti in modo astratto, come a guardare l’orizzonte dove a volte non c’è nulla: “E poi, fortunatamente… (fa una lunga pausa) ho avuto il cancro, e questo mi ha davvero aiutato a scrivere”. Callahan ha definito questo evento come “il più grande specchio della mia mortalità”, qualcosa di cui scrivere, che ha prodotto di getto “The Man I’m Supposed To Be”: “Ho visto quel demone dentro di me, che cercava di impossessarsi del mio corpo. Invasore, schiavista, piccola lapide. Dimmi, è cresciuto?”, canta quasi con sollievo su un arpeggio ipnotico e una batteria rutilante, “Non voglio più essere l’uomo che sono. Voglio che l’uomo che vedi sia l’uomo che adori. Taglia via quel piccolo pezzo di me, gettalo sul pavimento. E guarda l’uomo che dovrei essere varcare quella porta”.
In un’epoca in cui tutti urlano pur non avendo nulla da dire lui continua a cantare a voce bassa e arrivare in modo più profondo dritto al cuore. In modo ancora più diretto, senza diventare facile, in modo più autobiografico, senza autocommiserarsi.
“Il mondo è immobile, così immobile, proprio come l’alba che fa capolino sul davanzale della mia finestra. E nulla è cambiato, e nulla cambierà mai”, sussurra nella conclusiva “The World Is Still”, quasi un brano ambient dove, oltre alla sua voce, si sente un flauto irlandese e poco altro. Riflesso sullo specchio della vita, nonostante la morte gli sia passata accanto, Bill Callahan ha ancora il coraggio e la forza di cantare canzoni bellissime. E noi cantiamo e fischiettiamo con lui.
Di più su questi argomenti:
Le immagini
di
montecitorio
di
La conferenza stampa
di