Moda in Francia, la nuova stagione del Terrore

Arriva l’annuncio ufficiale dell’uscita di Anthony Vaccarello (sostituito da Chemena Kamali?), Piccioli si prepara a lasciare Balenciaga dopo poco più di un anno. Sullo sfondo, la disaffezione sempre più marcata del pubblico per una girandola che toglie identità al marchio e non rinnova alcunché. Tranne l’autoconservazione del sistema  

9 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 10:48
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Chemena Kalami alla Parigi Fashion Week (Foto Getty)

Sono terminate le sfilate di Parigi e Anthony Vaccarello lascia, o per essere più precisi viene lasciato, dalla direzione creativa di Saint Laurent, posizione che occupava da dieci anni, lungo i quali ha triplicato le vendite della maison simbolo della Francia, a pari merito con Dior, salvo una lenta flessione a partire da tre stagioni, in parallelo a un’escalation dei prezzi di listino che ha del grottesco. Kering, la capogruppo, ne ha dato l’annuncio ufficiale di prima mattina, come ovvio prima dell’apertura delle Borse: al momento in cui alziamo le mani dalla tastiera per consegnare questo pezzo, il titolo segna +3,45 per cento. Insomma, tutto come previsto, anticipato e anche analizzato.
Noi ne abbiamo scritto dieci giorni fa, non vorremmo ripeterci. Però il nome che viene fatto con maggiore insistenza per la sua sostituzione, quello di Chemena Kamali, quarantacinque anni, attuale direttrice di Chloé dove lavora benissimo, e che fino a meno di tre anni fa era la vice di Vaccarello per il prêt-à-porter donna, impone una riflessione in più. E cioè se la girandola di direttori creativi che ormai affligge il sistema, non sia tanto un modo per rivitalizzare un brand – il pubblico ne è decisamente disorientato, i buyer che chiedono “coerenza e costanza “ molto innervositi, quanto e piuttosto un’abile manovra messa in atto dal sistema stesso per prolungare la propria permanenza fra le sue mura dorate alle spalle di azionisti e pubblico (fra arrivo, acclimatamento del nuovo direttore creativo, cambio o adeguamento della squadra, la prima vera collezione arriva dopo un anno e poi vorrai dargli almeno un altro anno per affinarla, non tutti hanno l’occhio di Matthieu Blazy che ha reso Chanel di nuovo desiderabile alla prima sfilata).
"Desidero esprimere il mio più sincero ringraziamento ad Anthony per i dieci anni di dedizione al servizio della maison. Nel corso del suo mandato, ha condotto Saint Laurent lungo una traiettoria di straordinario sviluppo, contribuendo ad affermarla ai massimi livelli in termini di desiderabilità e immagine, e realizzando un lavoro di assoluto rilievo sia sotto il profilo creativo sia per il suo impatto culturale", ha dichiarato Cédric Charbit, ceo di Saint Laurent, in calce all’annuncio.
Che in Saint Laurent il problema non sia Vaccarello, nonostante i dieci anni di direzione creativa che in questa congiuntura sarebbero letali per chiunque, ma una serie di scelte commerciali molto discutibili, dalle quali è difficile tornare indietro e che hanno portato a uno scontro diretto del creativo con i vertici della maison da oltre un anno, tanto che la sua uscita era data per certa già a marzo (e, ci lasci dire Vaccarello, essere andati a chiedere aiuto all’ex ceo Francesca Bellettini, che ha voluto Charbit in quel posto, non è stata una mossa brillante), è dimostrato dal fatto che la sfilata e la collezione appena presentata a Parigi vengono unanimemente considerate da tutti gli osservatori mondiali, pubblico compreso che pure non potrà permettersi quelle sue calzature dal tacco a serpente e quelle giacche dorate, come le migliori della stagione e che Vaccarello è stato designato stilista dell’anno dalla CFDA – l’equivalente Usa della Camera della Moda.
La nuova stagione del Terrore è peraltro appena iniziata. Si prepara a lasciare Pierpaolo Piccioli, dopo poco più di un anno alla guida di Balenciaga, dove era stato chiamato a svolgere un certo compito di riposizionamento nella couture dopo l’epoca Demna e si è ritrovato a fare streetwear, e si addensano nuovamente voci sullo stesso Demna, la cui ultima sfilata per Gucci, al di là dell’offerta immensa e potentemente commerciale sulle quali il ceo di Kering Luca De Meo si è espresso in termini elogiativi, non sembra aver lasciato un segno fra gli appassionati di moda, che invece sono corsi a saccheggiare gli scaffali di Zara appena vi è comparsa la capsule di John Galliano, tanto che alle sfilate di Parigi quasi tutti ne sfoggiavano un pezzo.
Il dramma della moda di oggi, come dicono buyer e clienti finali, non è nemmeno e solo il prezzo, che pure e certamente ha escluso dal suo accesso la fascia media e sta innervosendo anche chi ha la possibilità di spendere tremila euro per un paio di scarpe ma non intende più farsi prendere per il naso: è appunto la coerenza, la costanza. Un tempo, chi cercava lo stile Armani sapeva dove andare a comprarlo, e lo stesso accadeva per Valentino, per Prada, per Saint Laurent, per Dior e non è un caso che, tranne per la stagione brevissima di Raf Simons, le direzioni creative presso la maison Lvmh siano state lunghissime. I cambi continui creano disorientamento, confusione, recriminazioni, ironie (per quanti mesi abbiamo letto sui social “Valentucci” in relazione alle collezioni di Alessandro Michele, ex Gucci, per Valentino?) e, sotto sotto, un profondo disagio per una progressiva perdita di identità che lascia un marchio sempre più vuoto, stanco e meno attraente.