Moda
il caso •
Le sneaker Gucci made in China sono un problema politico
Le Drip da 800 euro riaprono il dossier sulla manifattura italiana. Non solo una questione di etichetta, ma di capacità produttiva. Se la Cina sale nel premium, l’Italia deve chiedersi cosa sa ancora offrire e quanto convenga investirci

La polemica sulle sneaker made in China di Gucci, modello “Drip”, scoppia qualche ora prima della terza sfilata di Demna, azzeccatissima nel casting che ha incluso attrici e gran dame come Osanna Visconti e Naty Abascal, nel set, che anticipa la nuova boutique in apertura a Parigi, e soprattutto nelle proposte (la nostalgia dei tempi ricchi andati è il grande tema sotteso a queste sfilate milanesi e va di pari passo con la mania dei ragazzini per i vinili e il recupero del Prisencolinensinainciusol di Celentano, anno di grazia 1972, come colonna sonora di Fendi). Le sneaker del contendere, un modello slip-on logato che richiama alcuni modelli disegnati da Demna negli anni Balenciaga, costa 800 euro in Europa, circa mille negli Usa, un livello elevato anche per un brand che sta riposizionandosi e tagliando i prezzi di alcuni prodotti anche del 30 per cento per riacchiappare tutta la fascia aspirazionale persa negli ultimi anni.
Al di là delle ovvie considerazioni che fanno tutti, e che in sintesi si riducono al perché-dobbiamo-pagare-come-lusso-italiano-roba-fatta-in-Cina, la scelta del brand più importante del gruppo Kering pone un problema serio, perché se Gucci dichiara ufficialmente di aver scelto un fornitore cinese per il know-how tecnologico e le capacità produttive più adatte a raggiungere gli standard di performance e qualità che cercava, non diversamente da quanto fatto negli anni scorsi con fornitori svizzeri e giapponesi per orologi e occhiali, la questione non riguarda solo l’etichetta del “made in Italy”, ma quello che il Made in Italy è in grado di offrire in termini di manifattura quando la Cina sta qualificandosi sempre di più come produttore di sneaker di livello premium. Pensiamo per esempio alla gomma vulcanizzata, che è alla base della creazione di qualunque scarpa sportiva. In Italia resta ancora un’eccellenza artigianale, concentrata perlopiù in Puglia, a Barletta, e nelle Marche, ma se per brand come Golden Goose, totalmente fatto in Italia, il posizionamento è dato dalla personalizzazione della tomaia nell’ambito di una serie di modelli, anche di suole, relativamente classici, non ci sono elementi per stabilire che il modello Gucci avrebbe potuto essere realizzato da un produttore italiano, con le stesse caratteristiche ricercate da Demna che fra l’altro, e nonostante dichiari in una gradevole letterina spedita a casa degli invitati di aver impiegato il suo primo anno in Gucci nel tentativo di capire “what Gucci stands for” e di averlo trovato in un “mix di buono e cattivo gusto, qualunque cosa voglia dire” e se lo dice genialmente da solo, esso Demna non vive a Firenze dove Gucci è nato, ma a Los Angeles, con grande ansia del team creativo che invece vive a Milano. E dunque la domanda che dobbiamo nuovamente porci, vent’anni dopo Patrizio Bertelli quando dichiarò che quello che contava era il “made in Prada”, è che cosa sia e dove e come si debba produrre il Made in Italy oggi, e quanto meriti che vi si investa, anche in termini di aiuti e piani industriali. Nel caso di Gucci, tocca insomma prendere per buone le dichiarazioni del board, e cioè che l’Italia non è stata all’altezza delle richieste, come lo è stata in altri ambiti, per l’appunto l’orologeria. E a questo punto, il problema diventa politico, di sistema, e di quel famoso piano industriale del Made in Italy promosso dalle associazioni di settore, da Confindustria Moda a Unic, e che ancora non ha messo radici.