Le regole dell'ipertrofia estetica. Autenticamente innaturale

Le opportunità e i limiti di un'estetica esagerata, da Dolly Parton a Raffaella Carrà, e le ragioni per le quali, in questo consesso di eccessi, Madonna c'entra zero
3 SET 26
Ultimo aggiornamento: 09:10
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Dolly Parton, scomparsa lo scorso 25 agosto a ottant'anni, non ha mai abbandonato, semmai enfatizzato, i caratteri del "glam come lo intendono dalle mie parti", le Black Mountains del Tennessee.

Dolly Parton se n’è andata, e di lei si è molto e molto rispettosamente scritto: del suo ruolo nella cultura pop e della supremazia assoluta nella musica country, della personalità spumeggiante e dei look impareggiabili, dell’arguzia e del suo fare beneficienza con una discrezione proporzionale alla sua appariscenza in scena. Con questa artista, però, se ne anche l’ultima esponente di una categoria che nell’immaginario collettivo ha sempre occupato una posizione laterale eppure influentissima. È il multiforme e multicolore universo delle Eccessive, delle Esagerate, delle Esorbitanti: volti e personalità che hanno fatto dell’ipertrofia il tratto più identitario della loro immagine e del loro carattere. Si tratta di creature enfatiche e irriverenti, che alle regole prestabilite e agli stereotipi prescrittivi oppongono un apparente disordine, una orgogliosa disobbedienza, un’imprudenza che è istintiva e non il risultato di un’astuta strategia di comunicazione: se così fosse, queste protagoniste durerebbero poco più di una stagione. La stessa Madonna, che dell’imprudenza ha fatto la sua religione, è costretta a reinventarsi continuamente da più di quarant’anni, una sorta di maledizione biblica per restare ai vertici e intercettare i gusti del pubblico; ma, spesso, le sue trasformazioni tradiscono ancora le voci e i segni del tavolo intorno a cui i suoi collaboratori, certamente sotto la sua direzione e ispirazione, si sono affaticati per individuare una provocazione nuova o che risulti tale. 
Dolly Parton era indubbiamente la rappresentante più luminosa di questa categoria per più ordini di motivi. Perché aveva saputo trovare nella dismisura la sua misura, e nell’eccesso la ragione del suo successo. Il suo segreto risiedeva in un contrasto che la rendeva un ossimoro vivente: innaturale ai massimi livelli, eppure autentica. Quello che Parton ha creato, nutrito e addobbato era un contenitore massimamente artefatto che serviva a veicolare i messaggi di una personalità che era rimasta ammirevolmente genuina.  Mentre la moda imponeva un’idea di buongusto noiosa e stantia e le donne si rifugiavano in tubini neri e raggelanti tailleur senza storia, lei spingeva fino in fondo il pedale del cattivo gusto: le dissonanze sanno risultare più indimenticabili, e già al primo ascolto, delle armonie prevedibili. Gli stilisti indicavano l’esempio delle inveterate icone di eleganze, delle Jackie, delle Audrey, donne che la diminutio l’avevano tanto nel nome quanto nel guardaroba, e lei gonfiava seno e acconciatura, risultando colorata e piena proprio quando le donne di mezzo mondo si affannavano per apparire piatte e monotone.  “Ti sarebbe piaciuto nascere uomo?” le chiese, a fine anni Settanta, un ragazzo dal pubblico in diretta televisiva. “Oh, Signore, no! Se fossi nata uomo, sarei stata una drag queen”.
Dolly conosceva gli esseri umani, le loro esigenze, e sapeva che il pubblico esige contenuti e un aspetto che divertano, distraggano, trasgrediscano i codici borghesi. Lei, irresistibilmente spiritosa, si prestava a questo gioco perché le apparteneva intimamente; intelligenza e ironia la portavano a saper ridere persino di sé stessa e del suo personaggio.  Un personaggio che ha avuto il merito di portare anche nelle case delle famiglie americane più puritane quel gusto e quell’amore, con il godimento infinito che ne consegue, per l’artificiale e l’esagerato che negli anni Sessanta Susan Sontag individuava come elementi costitutivi e imprescindibili del camp, un concetto che non può essere disgiunto dal kitsch e dall’assenza di snobismo, dall’ostentazione e dalla teatralità. Di questo linguaggio, di questa sottocultura così pervasiva nel mondo delle arti, Dolly è stata regina e sacerdotessa, interprete e profetessa, e attraverso quella naturale innaturalezza ha profuso attraverso musica e trasmissioni televisive canzoni d’amore e risate sciocchine, strizzatine d’occhio e attivismo, la causa dei diritti della comunità lgbtqia+ che in lei si identificava e l’aveva eletta a patrona, la promozione della lettura come occasione di riscatto da un destino poco felice. A renderla irresistibile e a imprimerla nei cuori e nei pensieri era un aspetto comune ai personaggi del suo calibro, ovvero l’incarnazione del doppio. Nella maggior parte dei casi, la convivenza tra persona e personaggio assume i contorni di uno scontro, di una contrapposizione, nell’accezione meno pacifica di cui questi termini sono capaci. Pensiamo a Dalida, perfetta rappresentante di questa grande famiglia che raccoglie moltissimi artisti. Femminile e gioiosa, abbagliante di lustrini mentre canta “Laissez-moi danser” o “Gigi in paradisco”, ma tormentata e inquieta nel vissuto personale, un dissidio tanto sfibrante da portare Jolanda Gigliotti a uccidere, nel 1987, la donna e i traumi che abitavano la sua anima per separarla per sempre da quella diva Dalida così distante da lei, malgrado a inventarla fosse stata lei stessa.
In Parton, invece, questo contrasto era un dialogo intelligente e onesto, sereno, gestito con la sana padronanza che può avere sulle cose della vita una ragazza nata nelle Black Mountains del Tennessee alla fine della guerra. Una concretezza con cui ha conciliato una carriera artistica all’insegna del too much e un’esistenza privata così tranquilla da risultare quasi banale, sicuramente non in linea con le vite sentimentali di chi fa parte dello showbiz e a dispetto di un grande amore clandestino di cui mai si è parlato e molto sussurrato.Quella che alla domanda impertinente “Che cosa fai quando ti svegli al mattino?” rispondeva maliziosa “Mi alzo, mi rivesto e torno a casa mia”, battuta riciclata da migliaia di gay di ogni età, era nella realtà quella che i latini definivano univira, sposata per quasi sessant’anni con lo stesso uomo finché la morte di lui non li ha separati, due anni fa: per essere colei che ha scritto e cantato per prima “I will always love you”, è stata di parola. 
Colpisce pensare che lo stesso giorno in cui Dolly ha brillato per l’ultima volta, lo scorso 25 agosto, si sia spento anche Tim Curry: è stata una giornata nerissima per il camp. Come sempre accade in questi casi, i social si sono riempiti delle smorfie, dell’irriverenza, delle calze a rete e dei riccioli che hanno permesso a The Rocky Horror Picture Show e al suo Dr. Frank-N-Furter di spargere ambiguità in un mondo che conservava ancora una dose di moralismo nonostante la recente rivoluzione dei costumi sessuali. Il camp diventava, in quel caso, il vettore di una visione sfrenata e beffarda del concetto di identità sessuale, mostrandone tutti i limiti. Coi suoi gesti plateali e con il suo personaggio orgogliosamente sgangherato, Curry si insinuava nelle mentalità più sensibili e assetate come una sostanza eccitante, amarognola e dolciastra a un tempo, che iniettava in vena una nuova percezione della bellezza e del desiderio, e proprio come il camp esige e impone allargava il recinto estetico a categorie, modi, linguaggi, forme fino a quel momento considerati disgustosi, immorali, inaccettabili. L’esito di questa rivoluzione era totale ed efficace anche grazie alla credibilità dell’artista britannico, che di questo fenomeno era il rappresentante ideale: alla sua ultima apparizione, costretto in sedia a rotelle da un ictus, Curry si è presentato sul palcoscenico attorniato da un nugolo di giovanotti muscolosi, ricoperti solo di glitter dorato. Più icona camp di così!
Affezionati come le siamo e le saremo sempre, pur nell’assenza di celebrazioni degne della sua statura artistica e del posto che ha occupato nella cultura pop italiana e internazionale, non possiamo non ricordare attraverso questi due eventi come anche l’Italia abbia prodotto una venerabile e giustamente veneratissima sacerdotessa del camp e dell’esagerazione. Raffaella Carrà ha saputo portare nella tv italiana e nei gremitissimi stadi sudamericani un’immagine femminile sconosciuta prima del suo avvento, quella di una donna che esibiva una sensualità libera, spontanea, gioiosa, dunque non allarmante. 
La riconoscibilità come principale stratagemma per la fidelizzazione. Il costumista Luca Sabatelli, che ha contribuito sapientemente all’immagine sua e delle più importanti primedonne del varietà italiano, spiegava che vestire la Carrà significava rispettarne l’immutabilità: il caschetto biondo, le spalline, gli abiti luccicanti, le ruches, erano gli elementi che permettevano al pubblico di riconoscerla immediatamente e, aggiungeva, “Noi riconosciamo la Madonna dal manto azzurro” applicando questo teorema alla creazione dei look di Raffaella.
Carrà e Parton sono accomunate da numerose analogie, non soltanto estetiche. Ambedue hanno saputo essere desiderate dagli uomini, iconizzate dai gay e vissute dalle donne come figure amiche e non antagoniste. Anche la Carrà, proprio come Parton in “Jolene”, nel 1979 si rivolge alla donna che potrebbe portarle via l’amato con toni empatici: “Vai da lei, e salutala per me. Io le auguro di cuore che non le succeda mai quello che è successo a me”. Si è spesa, al pari della collega americana, per i diritti lgbtqia+ esprimendosi a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, cantando di “Luca” che preferisce sparire insieme ad un ragazzo biondo e portando l’esperienza di un giovane omosessuale nella tv pomeridiana della Rai ancora intrisa di dettami democristiani dei primi anni Novanta.  Anche lei possedeva il dono dell’improbabile: ciò che sulle altre sarebbe risultato ridicolo, se non addirittura grottesco, si poggiava con incredibile naturalezza sul suo personaggio. E pur essendo stata bersagliata più volte dalla censura, non risultava mai volgare: non lo era se ballava a mezzogiorno con un body rosso più adatto a una fantasia feticista o se abbinava la tenuta da suora e le autoreggenti a vista come in “Ma che sera” nel 1978, figuriamoci nel quasi infantile “Tuca Tuca”. Sul rischio di apparire eccessivamente carnale prendeva sempre il sopravvento la sua grazia innocente di bambina che preavverte le tempeste dell’adolescenza ma indulge ancora un po’ in giochi di cui non conosce completamente il significato. 
Proprio come Dolly, anche Raffaella si era distinta in un gran rifiuto: la prima aveva detto no a Elvis che pretendeva la metà dei diritti per cantare “I will always love you”, la seconda ha rinunciato a Hollywood e alle lusinghe (a quanto pare, piuttosto pressanti) di Frank Sinatra – il coraggio di ambedue è stato ampiamente premiato, rispettivamente intascando milioni di dollari grazie all’interpretazione di Whitney Houston e diventando la soubrette del sabato sera del mondo latino, dall’Italia alla Spagna e il Sudamerica. Anche sentimentalmente, la Raffaella che ci invitava a far l’amore da Trieste in giù e a elaborare il lutto della fine di una relazione trovando un altro più bello che problemi non ha, assomigliava alla sposatissima Parton: la lunga relazione con Gianni Boncompagni aveva lasciato il posto a un’amicizia affettuosissima, e così la fine della storia con Sergio Japino non ha interrotto la collaborazione professionale, l’affetto, e la complicità.
Raffaella Carrà è stata la più grande intuizione della Signora Pelloni, distante per abitudini e desideri dalla bambola bionda che agitava i fianchi a favore di telecamera. Chi la incontrava nella quotidianità ci metteva qualche secondo a riconoscerla: quella che sulla scena era un tripudio di Swarovski, per strada era una tranquilla signora che amava le giacche di renna, i colori neutri, un foulard Burberry come massima concessione modaiola; all’Argentario, luogo in cui Pelloni sembrava prendersi una vacanza da quella vistosa creatura a cui aveva dato vita, la si vedeva ancora meno preoccupata della sua immagine, capelli legati in un codino e visiera, canotta e pantaloncini, make up e tacchi alti come un lontanissimo ricordo. 
Bambole create da altre bambole. Dolly che innalza un monumento alla creatura delle sue fantasie. Tim che forgia il suo personaggio più riuscito così come si crea un feticcio. La Pelloni che gioca con la versione rumorosa di sé stessa. Le regine sono morte e noi, che non scorgiamo nel panorama circostante nuovi eredi, sentiamo il bisogno di augurare lunga vita al camp.