Una moda tendenza scultura

La nuova smania del lusso di farsi percepire come creatrice di forme, nuove o meno, ha una ragione al tempo stesso profonda e commerciale: riaffermare la propria indispensabilità nel modellare il corpo, che è modello culturale e sociale, e distaccarsi dalla pletora sconfinata di magliette col logo, ormai invendibili. Come dimostra lo sforzo ciclopico profuso in questa tornata di sfilate couture

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Ultimo aggiornamento: 12:28
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Una delle uscite più spettacolari della sfilata couture di Balenciaga, la prima sotto la direzione creativa di Pierpaolo Piccioli, nella cour d'honneur della Cité Universitaire a Parigi (foto di Fabiana Giacomotti)

Parigi. Oltre all’ispirazione “fatata”, ”favolistica”, “naturale”, “floreale” che, ad esclusione di Rahul Mishra con le sue Devi formose e gessose, scalpellate da un qualche bassorilievo del Punjab, e delle creature marine un po’ inquietanti di Schiaparelli, ha riempito le passerelle della couture parigina di bellezze botticelliane, leggere d’aspetto anche quando molto strutturate di base, c’è un termine che ricorre ossessivamente nelle cartelle stampa e nelle schede di cartoncino spesso e inciso che accompagnano ogni uscita della moda in vendita a tre e quattro zeri. Questa parola è “maestria”, “maitrise”, cioè la capacità del maestro di modellare la materia, di forgiarla, di scolpirla. Gli stilisti e i direttori creativi di questa tornata di moda couture, inverno 2026-207, o di qualcosa che le assomiglia, tipo Olivier Theyskens con la sua bella nuova linea indipendente, Boloria, paiono tutti essere stati colti dalla smania di immaginarsi nuovi Prassitele del panneggio, redivivi Michelangelo del movimento, nel caso specifico di Jonathan Anderson affettuoso interprete delle forme mobili di Lynda Benglis, interprete del biomorfismo, che vinse il primo riconoscimento negli Anni Ottanta costruendo una immensa goccia tossica per una fiera di New Orleans che andò fallita prima dell’apertura, e che la maggior parte degli ospiti della sfilata di Dior di lunedì scorso non aveva mai sentito nominare prima di vederne la reinterpretazione, non sempre riuscita, a cura del creativo irlandese. Questa ansia di percepirsi e soprattutto di promuoversi come creatori di forme altre, tutte si intende pensate attorno al corpo ma non ascrivibili a un semplice vestito e non sapete a quali acrobazie lessicali si stia sottoponendo la stampa mondiale per descrivere l’abito di piume plissettate e dipinte voluto da Pierpaolo Piccioli per la sua prima collezione couture di Balenciaga (i “content creator” se la cavano sempre con l’aggettivo “iconic”, qualunque cosa voglia dire e ultimamente vuole dire sempre meno, agli altri tocca studiare) ha ragioni al tempo stesso più profonde e più commerciali rispetto a quelle evidenti, ancorché le ragioni di questa frenesia siano in buona parte riassumibili nell’immarcescibile senso di inadeguatezza che gli stilisti, nonostante la loro fama, la loro ricchezza ben poco appannata dalla crisi e l’idolatria di cui sono fatti tuttora oggetto, soffrono nei confronti della Vera Arte scritto maiuscolo, mentre la loro arte continua, nel migliore dei casi, ad essere catalogata dagli specialisti come Minore o, peggio, “Applicata”, come quella degli esecutori dei cartoni per arazzo di Raffaello. Uno pensava, gli altri eseguivano. Stupendamente, ma ecco. Da una settimana, sotto un sole infernale dal quale non ci si riesce a riparare nemmeno nelle case, perché nel centro storico di Parigi i tetti di ardesia fanno parte del patrimonio nazionale tutelato, e dunque non si possono deturpare con i cassoni dei condizionatori, tanto meno si possono danneggiare le finestre con gli oblò dei pinguini e dunque i condizionatori Dyson da interno sono esauriti da settimane, la “qualità” e la “maestria”, addizionata dell’aggettivo “sculpturale”, en français, si sono trasformati nel mantra con cui le maison tentano di scacciare lo spettro dell’inconsistenza e di curare conti sempre più in difficoltà che si riverberano anche e appunto sui loro esecutori materiali, in buona parte collocati in Italia e per la precisione fra la Toscana e le Marche: si parla molto di cassaintegrazione per stabilimenti inaugurati con grande fasto solo quattro anni fa, la Camera della Moda si è precipitata ad applaudire il Mimit e l’implementazione della piattaforma informatica dedicata all’accesso al credito d’imposta per le attività di design e ideazione estetica, operativa da due giorni (il piano prevede per quest’anno una dotazione complessiva di 60 milioni di euro, in pratica esaurito in quarantotto ore, e offre un incentivo pari al 10 per cento delle spese ammissibili, con un limite massimo di 2 milioni di euro per ogni impresa, il presidente Carlo Capasa spera già che il ministro Adolfo Urso possa “reperire ulteriori risorse per dare risposte anche alle altre aziende che sono pronte a utilizzare questi strumenti di sostegno le quali, per incapienza dei fondi, rischiano di rimanere escluse”). Nella couture, le difficoltà, le preferenze e gli umori sono percepibili a occhio e a pelle nuda perché alle sfilate partecipano le clienti e per esempio da Dior non era difficile osservare che fossero in gran parte ancora vestite delle collezioni di Maria Grazia Chiuri, sandaletti col fiocco di Anderson esclusi che hanno evidentemente fatto sfracelli, così come da Armani Privé era chiaro che le tenute da giorno, giacca e pantaloni, sensualissimamente interpretate da Silvana Armani perfino in versione maculata, avessero una ragione effettiva per essere così numerose (ci sono signore per le quali i red carpet sono i consigli di amministrazione, molte vivono negli Stati Uniti, ma altrettante a quanto pare nel sud est asiatico). Le dinamiche che abbiamo letto in controluce in questi giorni parlano di uno sforzo ciclopico dei brand per rimettere al centro del discorso la bella moda, la sartoria che è cultura e conoscenza, contro la progressiva specializzazione di alcune catene dell’ex fast fashion, vedi Zara e Cos, che hanno eroso in via ormai stabile quote al pret-à-porter firmato. Ma quanto osservato a Parigi ci suggerisce anche che per molti di questi atelier, Balenciaga fra i primi, questa è davvero la grande, se non l’ultima e l’unica, chance di riposizionarsi nell’alveo di una storia che Demna aveva distorto fin troppo, peraltro secondo un modello che è ormai tramontato e che non pare funzionare nemmeno da Gucci, dove fra l’altro il ceo di Kering, Luca De Meo, ha anticipato di quasi un anno il passaggio della divisione beauty da Puig a L’Oréal, in ovvia chiave di recupero di fatturato, grazie a una distribuzione certamente più capillare. Le tensioni in atto nella maison dove Piccioli ha fatto un lavoro strepitoso, introducendo perfino manichini che invece di essere adattati sulle clienti da modelli standard, sono modellati in resina dopo diverse fasi di scannerizzazione (yes, modello Tac), sono risultate evidenti dalle borse “City” cariche di lustrini e paillettes introdotte in sfilata, che rovinavano irrimediabilmente la linea sublime degli abiti, spesso una rielaborazione contemporanea di modelli storici famosissimi (la cappa-cagoule di piume, l’abito da sera a doppio pouf, il corsetto con la baschina rigida, modello Velasquez che per Balenciaga era il primo riferimento, imitato qualche stagione fa da Daniel Roseberry per Schiaparelli), ma anche l’ accostamento cromatico inatteso e geniale che Piccioli condivide con il fondatore della maison e che poco si avvantaggia delle concessioni al gusto “voyant”, sberluccicante, nouveau riche, evidentemente imposto, quando tutto il resto del mondo-couture va orientandosi su borsine-gioiello e pezzo unico, vedi Chanel, Dior o Roger Vivier. La distonia fra quanto il lavoro di Piccioli dimostra, e cioè la maestria assoluta nei tessuti, nelle forme, nelle applicazioni a mano e perfino nella pittura, cementata da un rapporto fluido e percettibilmente affettuoso con i sarti della maison, conquistato in un anno di lavoro fianco a fianco (“abbiamo cercato, abbiamo provato, ci siamo ricordati”, scrive il designer nelle note di sfilata), e quello che Kering si aspetta da lui, ma che forse non è ancora sicurissimo di volere perché è evidente che questo nuovo gruppo di vertice maneggi con difficoltà l’alta moda, si nota nelle campagne pubblicitarie, piene di segni e simboli in conflitto fra di loro e senza una chiara direzione (davvero Balenciaga deve percorrere ancora la strada delle felpone e delle sneaker, che peraltro a Piccioli non riescono granché?).
Lungo una tradizione ormai decennale, un tempo propria a Giorgio Armani, la nipote Silvana Armani fra le modelle della collezione Privé, nel quartier generale di Parigi, in rue François 1er
Lungo una tradizione ormai decennale, un tempo propria a Giorgio Armani, la nipote Silvana Armani fra le modelle della collezione Privé, nel quartier generale di Parigi, in rue François 1er
Nel sistema in via di riconversione della moda, un processo in progressione rapidissima e autonoma che ben pochi avevano visto arrivare, tanto meno gli analisti, vi sono alcune maison che dovranno rivedere il proprio perimetro economico, diventare o meglio tornare ad essere gli scrigni di bellezza per pochi che furono un tempo e che, come si è dimostrato, non sono estendibili o distorcibili all’infinito. Balenciaga è una di queste: il lavoro di Demna ha caratterizzato, come si scriveva all’inizio, una stagione potente ma ormai finita. Quel pubblico, quel cliente, non è più lì; forse è da Jacquemus, forse appunto aspettava il nuovo Theyskens.
Di sicuro, non indossa più le giacche oversize e quelle scarpe sgraziate e fuori misura. Balenciaga può però tornare a rappresentare l’atelier sperimentale ed elegante del gruppo Kering che era in origine, tentare di competere con Matthieu Blazy nel nuovo corso di Chanel che è al tempo stesso poetico e pratico, elegante e leggero, non certo di volgare rottura e disprezzo dei codici della cultura occidentale; imporgli le t shirt da ghetto gang è volergli del male. Qualche tensione è risultata evidente anche da Schiaparelli, sempre più determinata a perseguire la via della celebrità modello Hollywood o Super Bowl (osservando Bad Bunny in giacca e cravatta, cerimonioso e compito, veniva naturale pensare come questi simboli dell’inclusione non vedano l’ora di partecipare a ogni sorta di cerimonia esclusiva) e dove abbiamo fra l’altro notato la nuova presenza di Delphine Arnault accanto a Diego Della Valle: se si è trattato di una gentilezza reciproca fra soci storici, è stata ricambiata nel pomeriggio da Dior dalla presenza del patron di Tod’s seduto in prima fila accanto a Margherita Maccapani Missoni, ma è percepibile che nel gruppo si vadano muovendo cose ben oltre la presenza ancora di minoranza del fondo LCatterton. Vanno invece sempre più proteggendosi e compattandosi gli eredi a vario titolo, anche solo professionale, di Armani; l’azienda ultimamente pare molto impegnata a smentire registi e produttori che tentano di appropriarsi della storia del fondatore per farne documentari e serial (l’ultimo in ordine di apparizione, Andrea Iervolino, mentre risulta autorizzatissima e si annuncia ricca di episodi inediti la nuova biografia a cura di Roberta Filippini, nonostante arrivi dopo quella storica di Renata Molho, quella del “nostro” Tony di Corcia e il libro di aforismi di Paola Pollo).
Ma è possibile che qualche nuovo ingresso nella creatività di Emporio (si parla molto di Dario Vitale) sia nell’ordine delle evoluzioni possibili. Mentre a Roma si apportano gli ultimi tocchi alla prima sfilata couture di Fendi firmata da Maria Grazia Chiuri di questa sera, con sfilata e cena alla Galleria d’Arte Moderna, cioè con vista sul parco di Villa Borghese, arriva la nuova ricerca previsionale di Boston Consulting Group e di Altagamma sui consumi di lusso, che certifica esattamente quanto abbiamo scritto finora, e cioè e principalmente “la centralità del prodotto per la sua sostanza, per la qualità intrinseca”, oltre a un ritorno dei “consumatori aspirazionali” che forse riguarderanno l’hotellerie e il turismo, settori in cui i soci Altagama eccellono, mentre abbiamo ancora qualche difficoltà a vederli nella moda. Sulla ricerca della qualità, e una nuova conoscenza e consapevolezza offuscata da anni di supina accettazione del brand, arriva invece l’ulteriore conferma di Nicoletta Spagnoli, amministratrice delegata dell’azienda di famiglia, fondata dall’antenata Luisa, oltre all’osservazione che le abilità manuali siano sempre più ricercate dalle aziende come la sua: la cliente-tipo, osserva, non solo in Italia, è tornata a guardare gli orli, le cuciture, la qualità delle stampe, la durata dei tessuti, e a indossare lo stesso capo per più stagioni, come non faceva forse da decenni, e con orgoglio. “Vi è una nuova consapevolezza negli acquisti”, dice Spagnoli, in linea con quanto afferma la nuova presidente di Altagamma, Giovanna Vitelli: “È nella coerenza tra qualità reale e racconto innovativo, che si gioca la grande opportunità del Made in Italy". Osserva Filippo Bianchi, managing director and senior Partner, global Head of Luxury di BCG, e vogliamo assolutamente dargli fiducia, che “il prossimo ciclo di crescita sarà trainato da una piramide di consumatori più equilibrata, relazioni più profonde con i clienti, una spesa sempre più orientata allo stile di vita e alla spesa locale. Dal punto di vista del brand, questo significherà una minore dipendenza dagli aspirazionali, dagli acquirenti occasionali, dal lusso personale e dalle vendite cross-border: una base più resiliente per una crescita sostenibile”. Lo scenario prefigurato da Bianchi conferma dunque la fine dell’epoca delle t shirt sovraprezzate, delle sneaker di stagione, delle borsette entry price, e guarda a un futuro dimensionale meno ipertrofico, meno avido, meno sovrabbondante di merce inutile. Resta da vedere se i brand sapranno adattarsi a questo cambio. I tagli fra il personale, purtroppo, sono già iniziati quasi ovunque, insieme con una lunga lista di chiusure di negozi, a partire da brand come McQueen. Qualcuno, come andrà a finire, lo sa già.