Moda
Il foglio della moda •
Fragile ma indispensabile. Il futuro del lusso in Italia
Mentre il settore affronta il rallentamento del mercato, le tensioni geopolitiche, la crescente pressione normativa europea e una competizione globale sempre più intensa, una domanda torna a farsi urgente: come si preserva il patrimonio produttivo che rende possibile il made in Italy?
20 GIU 26

Foto Ansa
Per decenni, il successo della moda italiana è stato raccontato soprattutto attraverso i brand. Oggi l’attenzione si sposta sempre più sulla filiera che ha reso e rende possibile quel successo. Mentre il settore affronta il rallentamento del mercato del lusso, le tensioni geopolitiche, la crescente pressione normativa europea e una competizione globale sempre più intensa, una domanda torna a farsi urgente: come si preserva il patrimonio produttivo che rende possibile il made in Italy? Secondo il Centro Studi di Confindustria, il tessile-abbigliamento italiano ha chiuso il 2025 con un fatturato di 58,39 miliardi di euro, in calo del 2,4 per cento rispetto all’anno precedente. Un rallentamento che arriva mentre le imprese sono chiamate a investire in sostenibilità, digitalizzazione, tracciabilità e innovazione. Ma il peso della moda italiana va oltre questi numeri. “Quando parliamo di moda non possiamo limitarci al tessile e all’abbigliamento. Dobbiamo includere pelle, calzature e pelletteria”, osservava Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, in un recente incontro della federazione che rappresenta gli industriali della moda.
“Parliamo di un settore che vale circa 90 miliardi di euro e realizza il 70 per cento del fatturato attraverso l’export. Siamo l’ultima filiera europea completa, dalla materia prima al prodotto finito”. Non sorprende quindi che questo tema sia entrato stabilmente nelle agende delle istituzioni e dei grandi gruppi internazionali. Lo dimostrano gli incontri che il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha avuto recentemente con il ceo di Lvmh Bernard Arnault e Luca de Meo, numero uno di Kering, per valutare un patto Italia-Francia sulla supply chain. Sempre più spesso emerge una consapevolezza: senza una manifattura forte, innovativa e profittevole, il vantaggio competitivo del Made in Italy rischia di indebolirsi. “Non è più possibile separare il successo dei brand dalla salute della filiera che li sostiene”, osserva Matteo Marzotto, presidente di MinervaHub, gruppo che riunisce ventitré aziende specializzate nella manifattura di alta gamma e oltre centoventi competenze produttive. Per Mauro Sampellegrini, direttore Ricerca, Innovazione e Sostenibilità di Confindustria Moda, perfino il termine supply chain è limitante. “Preferisco parlare di value chain, catena del valore. La filiera italiana possiede un valore intrinseco enorme che spesso non viene percepito. Oltre il 90 per cento della lana di lusso mondiale passa dall’Italia per la trasformazione. Accanto alla moda esiste inoltre un patrimonio industriale che serve automotive, aerospazio, medicale, difesa e agritech”.
Eppure, questo patrimonio resta in gran parte invisibile. Nell’immaginario collettivo esistono i marchi e le sfilate, molto meno le aziende che rendono possibile la produzione. “La filiera non è una commodity, ma un patrimonio industriale”, sottolinea Marzotto. “Quando si perde una competenza, chiude un’azienda o escono dal mercato tecnici specializzati, quella perdita non è facilmente recuperabile”. La riflessione assume un peso ancora maggiore mentre molte imprese sostengono investimenti significativi per adeguarsi alle richieste dei brand e alle nuove normative. Tracciabilità, audit, certificazioni ambientali, efficientamento energetico e digitalizzazione sono ormai requisiti indispensabili. Il nodo è capire come questi costi vengano distribuiti lungo la catena del valore. “I costi aumentano, ma il valore non sempre viene redistribuito in modo equo”, osserva Hakan Karaosman, professore associato di Supply Chain Management al Politecnico di Milano. “Molti fornitori investono milioni per adeguarsi agli standard richiesti dai brand, ma la quota di valore che arriva alla filiera continua a ridursi”.
Una tensione che rischia di diventare strutturale. Perché la sostenibilità non riguarda soltanto l’ambiente, ma anche la capacità economica delle aziende di continuare a investire, innovare e attrarre competenze. “Siamo di fronte al rischio di perdere pezzi della filiera”, avverte Sburlati. “Abbiamo già perso circa 3mila aziende solo nel 2025. Non possiamo permetterci ulteriori perdite. La sostenibilità può diventare uno strumento straordinario per difendere il nostro patrimonio industriale”. Marzotto traduce il tema in termini concreti: “Un’azienda della filiera dovrebbe poter lavorare con un ebitda compreso tra il 15 e il 20 per cento. È il livello che consente di investire, fare ricerca, innovare, rispettare gli standard ESG e finanziare la crescita”. Per Karaosman il tema non può essere affrontato solo attraverso nuovi obblighi normativi. “I fornitori hanno bisogno di programmazione, visibilità e rapporti di lungo periodo. Il futuro dei brand dipende dal futuro dei fornitori”. Lo stesso concetto emerge nelle parole di Sampellegrini: “I grandi gruppi francesi producono tra il 70 e il 95 per cento delle loro collezioni in Italia. Mantenere viva e competitiva la nostra filiera è nel loro interesse diretto. Non è solo una questione di qualità, ma di velocità, flessibilità, personalizzazione e know-how”.
Per questo, negli ultimi anni il dialogo tra brand e fornitori ha iniziato a cambiare. La sostenibilità della filiera viene sempre più considerata un tema precompetitivo, un ambito in cui collaborare anziché competere. Una convinzione condivisa anche dal Fashion Pact, che riunisce gli amministratori delegati di oltre sessanta aziende leader della moda mondiale. “Uno degli sviluppi più importanti degli ultimi anni è stata la crescente consapevolezza che le sfide della sostenibilità non possano essere risolte da singole aziende", osserva Eva von Alvensleben, executive director del Fashion Pact, che riunisce 60 ceo di altrettanti brand. “Il cambiamento richiede il coinvolgimento di tutti gli attori della catena del valore: brand, produttori, fornitori, associazioni, esperti e istituzioni finanziarie”. Secondo von Alvensleben, il risultato più importante raggiunto è stato costruire il livello di fiducia necessario per rendere possibile questa collaborazione. “La sfida oggi non è capire cosa fare, ma portare su scala gli approcci collaborativi che possono generare un impatto concreto”. Da questa logica nasce anche il lavoro sviluppato da Camera Nazionale della Moda Italiana e Fédération de la Haute Couture et de la Mode, che hanno presentato una struttura condivisa sui criteri ESG per armonizzare le richieste ai fornitori e ridurre la frammentazione del sistema. Per anni, molte PMI e laboratori artigianali si sono trovati a rispondere a questionari e audit differenti, spesso sovrapposti. “Molti fornitori ricevono richieste molto simili da clienti diversi”, spiega von Alvensleben. “Questo genera complessità inutile e assorbe risorse che potrebbero essere investite nel miglioramento delle attività operative”.
“La sostenibilità della moda si costruisce semplificando e supportando la filiera”, le fa eco Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana. “Per un sistema come quello italiano è fondamentale evitare frammentazioni e favorire un approccio comune”. Un aspetto rilevante se si considera che, secondo Capasa, oltre il 65 per cento della produzione mondiale dell’alto di gamma viene realizzata in Italia grazie alla qualità e alla specializzazione della manifattura nazionale. “I brand hanno una responsabilità comune nel preservare e rafforzare una filiera che rappresenta un patrimonio strategico per l’intero settore europeo del lusso”. La collaborazione sarà decisiva anche sul fronte della tracciabilità. Tra le novità introdotte dalla strategia europea per l’economia circolare c’è il Digital Product Passport, che raccoglierà informazioni su origine dei materiali, processi produttivi, impatti ambientali e fine vita dei prodotti. Per Sampellegrini di Confindustria, però, il tema centrale è un altro. “Oggi ci si concentra troppo sul passaporto digitale e troppo poco sulla base necessaria per renderlo possibile. Il vero lavoro consiste nel digitalizzare e tracciare l’intera filiera. Se una supply chain è completamente tracciabile, il Digital Product Passport diventa una conseguenza naturale”. Una visione condivisa anche dal Gruppo Armani: “Tracciabilità, interoperabilità e piattaforme comuni sono condizioni essenziali per comprendere meglio ciò che accade lungo la catena del valore e renderla più efficace”. Per l’azienda, in prima linea in questa trasformazione, il cambiamento verso modelli più sostenibili non può tradursi in una semplice stratificazione di richieste amministrative ai fornitori. “È necessario rafforzare il sistema nel suo insieme, lavorando con metodi condivisi, tempi realistici e forme concrete di supporto e dialogo”.
Secondo Karaosman del Politecnico, la trasparenza sarà uno degli elementi chiave della competitività futura. Ma per funzionare richiede infrastrutture digitali, interoperabilità dei dati e una collaborazione più stretta tra aziende, fornitori e partner tecnologici. In questo senso la tracciabilità può trasformarsi da obbligo normativo a vantaggio competitivo. «Quando un consumatore potrà vedere chiaramente dove e come è stato prodotto un capo, comprenderà meglio anche il valore di quel prodotto», osserva Sampellegrini. «La trasparenza può diventare uno dei più grandi alleati della qualità italiana». Accanto a sostenibilità e tracciabilità, un altro tema destinato a incidere sulla competitività della filiera è l’intelligenza artificiale. Per Sburlati la trasformazione digitale rappresenta anche un’opportunità per attrarre nuove generazioni verso il manifatturiero. «Stiamo osservando che le aziende innovative tornano a essere attrattive per i giovani. Per questo formazione e tecnologia saranno sempre più collegate.
Sul fondo resta però una sfida ancora più profonda: la trasmissione delle competenze. Molte delle professionalità che hanno reso il Made in Italy un riferimento mondiale sono il risultato di decenni di esperienza e specializzazione. «Dobbiamo ricordare che il nostro ecosistema è composto da quasi 40 mila imprese e che la parte più fragile è rappresentata proprio dalle aziende più piccole», osserva Sburlati, che aggiunge: «Sono loro l’humus che alimenta la crescita dei grandi alberi, cioè dei grandi marchi italiani e internazionali. Se perdiamo quell’humus, rischiamo di compromettere l’intero sistema». Un’immagine che sintetizza bene la natura della filiera italiana. Il Made in Italy non è una rendita acquisita. Ha bisogno di investimenti, innovazione, trasmissione del sapere e condizioni economiche che consentano alle imprese di continuare a crescere. Marzotto guarda al futuro con ottimismo, ma a una condizione: «Il tema non è soltanto vendere di più. Il tema è preservare il sistema che rende possibile creare valore. Per questo dobbiamo tornare a parlare di rispetto reciproco, alleanza industriale e valore condiviso. Perché senza una filiera forte non esiste un lusso forte».