Muriel scintilla
Le ragazze squattrinate e i loro stratagemmi per divertirsi (e per salvarsi?)
La novella di Muriel Spark si svolge verso la fine della Seconda guerra mondiale in una Londra vessata dai bombardamenti. E le protagoniste vivono in una residenza elegante e decaduta, riservata alle “signorine di pochi mezzi sotto l’età di trent’anni costrette a risiedere lontano dalle loro famiglie per esercitare una professione a Londra”
25 LUG 26

Foto Getty
Muriel Camberg si è sposata a diciannove anni con Sir Oswald Spark. Il matrimonio, di breve durata, le ha lasciato: un’esperienza di vita in Rodhesia, un figlio, e un nome che significa “scintilla”. Nomen omen, Muriel Spark è stata una scrittrice brillante, benedetta dalla scintilla. In Italia la pubblica Adelphi, l’ultimo titolo uscito è Ragazze squattrinate (1963, traduzione di Monica Pareschi). La novella si svolge alla fine della guerra, nel 1945, in una Londra vessata da bombardamenti e razionamenti, e le ragazze squattrinate sono le inquiline della May of Teck, una residenza edoardiana elegante e decaduta, riservata alle “signorine di pochi mezzi sotto l’età di trent’anni costrette a risiedere lontano dalle loro famiglie per esercitare una professione a Londra”. Cosa c’è di più inarrestabile di una ragazza e dei suoi smisurati desideri?
E’ spesso nelle ristrettezze che fiorisce l’ingegno, e così è per le inquiline della pensione, e “come si rendevano conto anche loro in misura variabile, poche persone al mondo in quel periodo erano più incantevoli, più ingegnose, più commoventi e simpatiche, e, incidentalmente, più crudeli delle ragazze di pochi mezzi”. Assistiamo alla loro vita quotidiana e agli stratagemmi che escogitano per ottenere quello che vogliono, sia una posizione, una possibilità, l’amore. C’è Jane, che lavora presso un piccolo editore, ed è per questo rispettata dalle altre; Joanna, devota figlia di un pastore infervorata dalla poesia; Selina, bellissima, smaliziata, impietosa, l’eccentrica Pauline, che finge di uscire con l’attore Jack Buchanan, e Anne, che ha ereditato da una ricca zia un abito da sera di Schiaparelli. L’abito è l’oggetto più ambito della May of Teck, la merce più preziosa in un sofisticato sistema di scambi la cui moneta sono i bollini della tessera annonaria, il tè, il sapone e la margarina. Strumenti, questi ultimi, di libertà. Nel bagno dell’ultimo piano c’è infatti una finestrella da cui le ragazze sgattaiolano sul tetto, dove magari le aspetta un amante o una notte di festa. Cospargersi di sapone o margarina (che vale meno, perché fa ingrassare), aiuta a sgusciare fuori. A patto, naturalmente, di essere magre. Il titolo originale è “The Girls of Slender Means”, una frase idiomatica che vuol dire “di mezzi modesti”, ma “slender” significa anche, appunto, snella.
“La questione del peso e delle misure era importantissima all’ultimo piano. La capacità o meno di infilarsi di lato nella finestrella del gabinetto”: l’ossessione della magrezza di queste ragazze è funzionale alla loro stessa libertà, e da ultimo, si vedrà, alla loro sopravvivenza (un promemoria: il libro è stato scritto più di sessant’anni fa). A un certo punto accade un evento drammatico che sembra un colpo di scena, ma non lo è, perché Spark spiazza, sorprende, ma prepara sempre tutto, disseminando indizi, facendoti credere che va tutto bene, ma poi invece no.
E’ una commedia o una tragedia? Le frasi, asciutte e affilate come frecce, liberano un’energia comica, eppure gli eventi e le contingenze sono drammatiche. La messa in scena del dramma è a tratti buffa, proprio come la vita in cui, per quanto siano avverse le circostanze, offre sempre un lato da cui fanno ridere. Spogliare le persone, metterle a nudo (letteralmente), suscita un riso empatico, di tenerezza. Nella lunga scena finale, le ragazze sfilano come vere e proprie debuttanti, una alla volta, ma in circostanze grottesche. Spark spalanca la realtà e ci mostra il paradosso della vita: ecco il tragico e il comico, sempre lì, insieme. Ti accompagna, poi devia bruscamente, cambia strada e ti lascia lì, disorientata. Con il desiderio osceno, indicibile, di misurarti i fianchi per sapere se ti saresti salvata (naturalmente no).